Con Basilea III l’Europa fa un altro regalo alle banche, non all’economia

Con Basilea III l’Europa fa un altro regalo alle banche, non all’economia

Le banche hanno quindi più tempo per proteggersi dagli shock sui mercati. Il Comitato di Basilea, cioè il cuore della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), ha deciso che i nuovi standard patrimoniali stabiliti da Basilea III saranno introdotti gradualmente. C’è chi afferma sia una vittoria per il mercato e per le imprese, che potranno avere più liquidità. Eppure, sembra una vittoria solo per i banchieri. L’obiettivo principale della Bri era quello di ridurre i rischi di shock finanziari sistemici. Un obiettivo mancato.

Due sono i fatti emersi dalla riunione del Comitato di Basilea. Il primo è che, ancora una volta, hanno vinto i banchieri. Hanno ottenuto quello che volevano, ovvero la possibilità di un ulteriore ritardo nell’adozione dei nuovi principi patrimoniali dettati da Basilea III. Il secondo è che la situazione delle banche mondiali, e di quelle europee in particolare, è ancora precaria. Sono troppi i rischi di shock sistemici. Una volta finita la bonaccia sui mercati, basterebbe un soffio di vento per scatenare una tempesta. La velocità con cui le banche stanno riducendo il rischio e il leverage è ancora troppo bassa. «La scelta di questo deleveraging così poco veloce è da capire: sono troppe le incognite sui mercati e dismettere asset illiquidi è quasi sempre impossibile perfino fra gli hedge fund», spiega una nota dei Lloyds di commento alle ultime decisione della Bri.

Il termine da tenere a mente per il futuro è Liquidity coverage ratio (Lcr). Si tratta del rapporto fra gli asset caratterizzati da alta qualità ed elevata liquidità, cioè gli High-quality liquid asset (Hqla), e i flussi di cassa in uscita. Nel complesso, il Lcr deve risultare pari o superiore al 100 per cento. E la componente fondamentale di questo rapporto, ovvero gli Hqla, deve essere di reale qualità. Dimenticati i subprime, scordati le obbligazioni strutturate costruite su cartolarizzazioni: in teoria dovrebbe essere tutto di primo livello. In realtà, come spiega la stessa Banca dei regolamenti internazionali, c’è spazio per quasi tutto, tranne i distressed asset. Via libera a bond governativi, ma anche quelli societari (inclusi quelli con rating compreso fra A+ e BBB-), azioni di vario genere e alcuni titoli coperti da mutui residenziali (con rating minimo di AA). Un bel regalo agli istituti di credito, un ulteriore rischio per i mercati finanziari.

Il secondo dono che il Comitato di Basilea ha dato riguarda la tempistica del progetto. La prima versione della normativa vedeva l’introduzione dei nuovi standard, in via pienamente operativa, dal gennaio 2015. Si è però deciso che dal 1 gennaio 2015 le Lcr entreranno in funzione, ma solo con il ratio al 60 per cento. E ci sarà tempo fino al 2019 per portare il livello, a colpi di 10 punti percentuali l’anno, allo standard di sicurezza del 100 per cento. Nel mentre, dovrà essere compito delle banche centrali vigilare, sperando di non indossare ancora una volta i panni del prestatore di ultima istanza.

È tanta la paura di un nuovo “momento Lehman Brothers”, simile al grande congelamento dei mercati finanziari dopo il crollo della banca americana nel 2008. Ecco perché il comitato di Basilea ha deciso di chiedere agli istituti di credito di creare una sorta di cuscinetto capace di traghettare le società finanziarie attraverso i periodi di stress. Tanto in Europa quanto in America, gli effetti della crisi globale si fanno ancora sentire con forza sui bilanci di banche che sono ancora “Too big to fail”, troppo grandi per fallire. Ma prima bisogna risolvere le criticità, come la fase più acuta della crisi europea. Ecco perché è giunto l’allentamento di Basilea III.

Cosa succederà nel mentre? Saranno le banche centrali a essere l’ago della bilancia sui mercati finanziari, aumentando il proprio ruolo di market maker, sperimentato attivamente nel 2012. Federal Reserve, Banca centrale europea, Bank of England, Banca nazionale svizzera, Bank of Japan e Bank of Canada hanno mutato la loro natura per cercare di mettere una toppa agli errori dei finanzieri. In alcuni casi con profitto, vedasi Fed e BoE. Altri, con estrema difficoltà, come successo alla Bce. Solo dopo essersi resa conto di aver contribuito a rompere il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, l’istituzione di Draghi è tornata sui propri passi, riuscendo a stabilizzare la situazione.

L’impressione finale è che il Comitato di Basilea non poteva far altro. Chiedere alle banche di dotarsi di capitale di sicurezza in questo momento sarebbe stato troppo oneroso. Due i motivi. Da quando è scoppiata la bolla del mercato immobiliare statunitense gli istituti di credito sono impegnati in un lento e inesorabile processo di riduzione di asset e rischi correlati. Si tratta del deleveraging. Per le banche europee, spiegava Morgan Stanley già nel 2011, la contrazione è di circa 2.000/2.500 miliardi di euro fino al 2015. Ancora più elevato secondo i calcoli di Bank of New York Mellon, che ha calcolato che gli istituti di credito europei dovranno ridurre asset per quasi 3.000 miliardi di euro nell’intervallo temporale 2011-2015.

L’altro aspetto da non sottovalutare deriva da una decisione della Bce di poco più di un anno fa. Con il lancio delle due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro), l’Eurotower ha fornito una stampella di liquidità alle banche europee, con cui sono stati sostenuti gli Stati in forma indiretta. C’è però un problema. I 1.030 miliardi di euro delle due Ltro andranno a scadenza fra dicembre 2014 e febbraio 2015, proprio quando sarà effettiva Basilea III. Introdurre quindi il Lcr pari o superiore al 100% fin dal principio sarebbe stato un colpo troppo duro per le banche europee, impegnate con la fine dell’effetto delle Ltro.

Infine, c’è un piccolo grande dubbio che attanaglia diversi operatori finanziari. Nella definizione di Lcr, il Comitato di Basilea ha parlato di Hqla e di flussi di cassa in uscita. Questi ultimi devono essere calcolati mensilmente, in modo che si crei una previsione di spesa per i trenta giorni successivi. In caso di shock, la banca saprà sempre quindi quanto spenderà. Ma come ricorda il caso Bankia, l’istituto di credito iberico finito a gambe all’aria nella scorsa primavera, questo calcolo non tiene spesso conto delle possibili perdite improvvise. A fronte di una previsione di perdite per pochi miliardi di euro, Bankia perderà nel 2012 circa 19 miliardi. Soldi che nessun modello finanziario interno aveva visto.  

[email protected]

Twitter: @FGoria

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter