Con Chavez i venezuelani sono più ricchi ma l’Iran è meno isolato

Con Chavez i venezuelani sono più ricchi ma l’Iran è meno isolato

Stavolta per il presidente venezuelano Hugo Chavez e i suoi fedelissimi c’è poco da gioire per l’ennesima vittoria istituzionale, pur festeggiata con il consueto bagno di folla nelle strade di Caracas. La decisione del Tribunale Supremo di Giustizia non ha infatti riguardato, come tante volte negli ultimi 15 anni, l’ennesimo passo verso la rivoluzione socialista avviata dal leader ‘bolivariano’ del Paese e non ancora conclusa. La Corte ha infatti ‘solo’ autorizzato il presidente a prendersi “tutto il tempo di cui ha bisogno” per recuperare dalla sua malattia, autorizzando così il rinvio del giuramento per il nuovo mandato presidenziale. Una cerimonia che, considerate le voci e le informazioni ufficiali sempre più convergenti tra loro, potrebbe non tenersi mai. L’aggravarsi delle condizioni di salute del presidente, nuovamente ricoverato in un ospedale de l’Avana dopo il quarto intervento per rimuovere un tumore, potrebbero causarne l’uscita di scena definitiva.

Non è dunque il posticipo del giuramento, pur previsto all’articolo 231 della costituzione, o la scelta di chi deve sostituire il presidente durante l’assenza, che cambia la sostanza delle cose. E non si schiariscono così le nubi sul prossimo futuro di una repubblica bolivariana, cresciuta grazie all’esportazioni di petrolio, e divenuta sempre più rilevante per gli equilibri geopolitici di sudamerica, del continente americano e su un piano internazionale, anche grazie alle uscite del suo presidente, l’anti-americanismo spinto e il rapporto strettissimo con l’Iran e gli altri paesi ‘non allineati’.

Chi si prepara da tempo ad affrontare il nuovo scenario del post-Chavez sono gli ‘arcinemici’ Statunitensi. Già c’è chi alla Casa Bianca si sfrega le mani di fronte alla possibilità di liberarsi di chi è stato per gli Usa spina nel fianco negli ultimi anni e che, pare, stia già manovrando con lo strumento diplomatico per approfittare dell’uscita di scena del leader bolivariano. La scomparsa politica (e non solo) del colonnello potrebbe favorire i piani di contenimento dell’Iran da parte degli Usa che, dopo essere riusciti a mettere in ginocchio il regime degli ayatollah con un embargo petrolifero che ha di fatto tagliato le gambe dell’economia di Theran, ora potrebbe segnare così un altro fondamentale punto.

Secondo il Washington Post infatti, da alcune settimane l’amministrazione americana sta promuovendo un’azione diplomatica ‘discreta’ per aprire canali di comunicazione con il governo di Caracas, in un momento delicato per il paese a causa della malattia del presidente. Funzionari americani, ha riferito l’autorevole quotidiano statunitense, si stanno preparando ad uno scenario post-Chavez, che preveda la possibilita’ di impegnare il Venezuela su una serie di temi fonte di preoccupazione per il Dipartimento di Stato, dalla stretta alleanza che il paese ha stabilito con l’Iran, al volume del narcotraffico che attraversa il territorio venezuelano, a questioni economiche importanti per le societa’ americane.

«Al di là di quanto avviene sul piano politico in Venezuela, se il governo di Caracas ed il popolo venezuelano vogliono procedere in avanti con noi, crediamo esista una via che lo rende possibile», ha spiegato la portavoce del Dipartimento di Stato, Victoria Nuland. Lasciando intendere che non l’interesse non è sul fronte interno per arginare i piani socialisti, ma più il fronte internazionale. Quanto la possibile trattativa o apertura possa risultare utile e fruttuosa per gli Usa, sarebbe testimoniato dal fatto che il punto di contatto con il governo venezuelano, non sarebbe un gregario, bensì lo stesso vicepresidente della repubblica Nicolas Maduro, indicato da Chavez come suo sostituto nel giorno della partenza per Cuba. Maduro è considerato un ideologo del socialismo bolivariano, vicino alla leadership cubana che, come ministro degli Esteri, ha guidato la campagna di avvicinamento di Chavez verso l’Iran. Ma Maduro è anche considerato un negoziatore con il quale Washington ha cercato di stabilire contatti, non smentiti dallo stesso Maduro che ha recentemente lasciato intendere che le conversazioni sono state avviate con l’idea di far fare un balzo in avanti alle relazioni tra i due paesi.

La fine dell’impero di Chavez, per molti certa e prossima, creerebbe certamente una complessa situazione interna, a causa della gestione personalistica della macchina dello Stato e anche dell’economia e delle politiche sociali venezuelane. Affrontare gli squilibri economici e la complessa situazione politica senza doversi preoccupare di avere tra i propri nemici gli Stati Uniti, potrebbe essere uno dei punti di partenza del dopo Chavez. La situazione del Paese non è certo disperata, ma ciò che manca è una prospettiva chiara, soprattutto dal punto di vista giuridico-istituzionale dal momento che la coalizione di governo del presidente ha gradualmente modificato il sistema giuridico venezuelano, passando da un modello in cui la proprietà privata e il settore privato avevano un ruolo chiave, verso un nuovo modello di economia socialista non ancora del tutto definito nel quale le amministrazioni statali, possiedono quasi tutti i fattori di produzione.

Dal punto di vista economico i dati indicano che nel 2012 la recessione é stata superata e l’economia ha ripreso a crescere. Il Pil ha registrato un aumento del 4,2%, l’inflazione, grande problema dell’economia nazionale, ha chiuso l’anno attestandosi al 27,6%, la disoccupazione è stata del 6,5%. La crescita è stata prevalentemente determinata dalle maggiori entrate dovute all’aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali. I proventi del comparto petrolifero hanno alimentato la politica fiscale dello Stato, che ha visto in sensibile aumento la spesa pubblica con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali dell’autunno 2012. Per mantenere un buon rapporto con il suo popolo ha sfruttato le rendite petrolifere,per finanziare una spesa sociale, che tante volte l’opposizione ha denunciato essere in gran parte distribuita attraverso programmi clientelari contro la povertà. Anche grazie a questi il reddito procapite è passato da circa 6.200 dollari del 2000 ai circa 11mila stimati per il 2013, con il picco di quasi 13mila nell’anno 2008 prima della crisi internazionale. Ma la scomposta crescita venezuelana, pur continua dagli anni ’80 ad oggi, è di gran lunga al di sotto di quanto potenzialmente possibile per il Paese maggior produttore di petrolio fuori dal Medio Oriente e che per questo dovrebbe essere uno dei più ricchi del Sud America. La fine anticipata dell’era Chavez lascerebbe immutati i problemi di fondo e incompiuti i piani rivoluzionari del presidente, causando delle gravi ripercussioni sul piano interno. Una fonte di preoccupazione per la classe dirigente venezuelana, una opportunità politica rilevante a livello internazionale per gli Stati Uniti.

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