Così Goldman Sachs ha aggirato le nuove regole contro il proprietary trading

Così Goldman Sachs ha aggirato le nuove regole contro il proprietary trading

Altro che fine del proprietary trading. Per Goldman Sachs la negoziazione di titoli in conto proprio non è mai terminata. È solo stata occultata, nonostante l’amministratore delegato della banca, Lloyd Blankfein, avesse garantito di fronte all’intera comunità finanziaria internazionale che le unità di prop trading erano state smantellate. Eppure, è ancora in piedi l’unità Multi-Strategy Investing (MSI), guidata da Daniel Oneglia e Geoff Adamson. Simile a un hedge fund, gestisce circa un miliardo di dollari. Per conto di Goldman Sachs. Eppure, la storia di MSI non è nuova.

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Un vecchio adagio che a Wall Street è sempre valido. A scoprire l’esistenza dell’unità MSI è stato Max Abelson, reporter di Bloomberg, che analizzando i conti della società ha intuito che c’era qualcosa che non andava. Scavando fra i suoi contatti in Goldman Sachs è emerso che alcuni executive di alto livello erano stati spostati in una nuova divisione, la MSI appunto. Fra questi, Oneglia e Adamson. Una volta capito dove erano finiti, è stato facile ottenere informazioni sugli investimenti di MSI. Ed ecco la scoperta dell’elusione della Volcker Rule, ideata dall’ex governatore della Federal Reserve Paul Volcker.

A seguito degli eccessi della finanza negli ultimi anni, ma soprattutto per la sete di vendetta di Main Street, nel 2010 arrivò il Dodd–Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act, la riforma finanziaria statunitense. Al suo interno, la Volcker Rule, che impedisce alle banche di distrarre fondi interni per la negoziazione in conto proprio. In altre parole, non possono investire coi soldi della banca, ovvero dei clienti. Una mossa che ricorda da vicino il Glass-Steagall Act del 1933, con il quale si separarono le attività commerciali e d’investimento delle banche americane. Fin dal principio della discussione sulla Volcker Rule, la lobby bancaria statunitense spiegò che i danni erano ben maggiori dei benefici. «Se viene vietato il prop trading, ne risentirà la profittabilità, quindi l’occupazione», disse Jamie Dimon, amministratore di J.P. Morgan e banchiere più influente di Wall Street. La Volcker Rule venne introdotta lo stesso. Ma non tutti hanno voluto, o potuto, chiudere la divisione che avevano creato.

Contattata da Linkiesta, la società ha confermato che l’unità esiste, ma opera solo «in investimenti a lungo termini e prestiti vari». Messa così, significa tutto e niente. Nello specifico, Goldman Sachs spiega che in MSI «non c’è nulla di rischioso, dato che si cerca di ottenere la migliore performance possibile con il minore rischio possibile». Peccato che sia palesemente contrario alla Volcker Rule effettuare il proprietary trading. «Non è considerabile pienamente prop trading, dato che ci sono anche fondi diversi al suo interno», spiegano.

In effetti, la struttura di MSI è più simile a quella di un fondo hedge. Non ci sono solamente i soldi di Goldman Sachs a essere investiti, ma sono presenti piccole quote personali di alcuni executive del gruppo. E MSI viaggia sui mercati alla ricerca di opportunità. I profitti arrivano però a Goldman Sachs. Osservando i filings della Securities and exchange commission (Sec), emerge che l’unità MSI è inserita l’interno dello Special Situations Group (SSG), che si occupa di tutte le operazioni speciali. MSI doveva essere chiuso a seguito della Volcker Rule, ma la società ha fatto qualcosa di innovativo per evitare la fine della sua unità. Lo ha aperto a nuovi investitori. In altre parole, ci sono sia i fondi di Goldman Sachs sia fondi privati, anche se di executive del gruppo, come Oneglia, Adamson o Andrew Beckman, uno dei portfolio manager del fondo. Ma ci sono anche investitori esterni, come Joseph “Jody” LaNasa. Fondatore del Serengeti Asset Management, un fondo hedge ritenuto fra i più aggressivi, LaNasa ha guidato il team del MSI dal 2002 fino al 2006. Fonti bancarie spiegano a Linkiesta che anche LaNasa ha investito nel MSI. Non è stata però rivelata quanto sia la quota dei cosiddetti esterni.

Il caso rischia di essere l’ennesima tegola per Wall Street. Anche se per ora non c’è alcuna accusa formale contro Goldman Sachs, è probabile che nelle prossime settimane qualcosa si muova. La difesa della banca è che si tratta di un fondo misto, ma la Volcker Rule è chiara. Il proprietary trading è vietato. «Come se fossero quelle le attività rischiose», dice a Linkiesta un trader della divisione Fixed Income di Goldman Sachs. «Il rischio è quando investi su strumenti esotici di cui non sai nemmeno quale sia il sottostante. O quando non hai un sistema di controllo interno», dice facendo riferimento al caso di J.P. Morgan, che perse circa 6,2 miliardi di dollari a seguito di operazioni fuori controllo da parte di un trader ribattezzato “London Whale”, la balena di Londra.

Ancora una volta, Goldman Sachs torna sotto i riflettori. Lo fa dopo lo scandalo Abacus 2007-AC1, la Collateralized debt obligation (Cdo) costruita insieme al gestore di fondi hedge John Paulson, che poi shortò il veicolo stesso. E lo fa dopo le dichiarazioni sotto giuramento di Blankfein. La più clamorosa è quando venne interrogato dal Senato americano in merito alla crisi finanziaria il cui apice fu toccato con il fallimento di Lehman Brothers. Non usò mezzi termini. «Noi non facciamo niente di male. Anzi, riusciamo a dare da impiego a migliaia di persone. Noi creiamo ricchezza, non la distruggiamo». Erano i giorni più neri per l’industria finanziaria. La voglia di rivalsa di Main Street messe in ginocchio la Wall Street degli eccessi. E uno dei punti più oscuri fu toccato quando Blankfein, ex trader sui metalli incredibilmente arrivato al vertice della regina d’America dopo Hank Paulson, finito al Tesoro come segretario, si fece scappare una frase: «Svolgo il ruolo di Dio per Goldman Sachs». La rabbia di cittadini e politici toccò livelli elevatissimi. Si introdusse il Dodd-Frank Act con l’intento di bloccare gli eccessi. A distanza di quasi due anni, l’obiettivo sembra fallito.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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