Figli di nessuno, “3 milioni di italiani non conosceranno mai i genitori”

Figli di nessuno, “3 milioni di italiani non conosceranno mai i genitori”

La signora Emilia Rosati ha i capelli neri e lisci, ma non sa perché. A sessant’anni, anche lei è uno dei “figli di nessuno”. Quelli che non conoscono il nome dei propri genitori. E che non potranno farlo, in base al codice della privacy, prima di aver compiuto cento anni. Il che vuol dire, nella maggior parte dei casi, mai. Quelli come Emilia sono tre milioni, quasi quattro, dice. La legge italiana impedisce ai bambini non riconosciuti al momento della nascita di conoscere l’identità dei propri genitori. Ora il “Comitato nazionale per il diritto alla conoscenza delle origini biologiche”, di cui Emilia fa parte, ha lanciato una petizione rivolta al Capo dello Stato, al ministro della Giustizia Paola Severino e a quello per la Famiglia Andrea Riccardi, perché «ci venga riconosciuta piena dignità e uguaglianza civile».

La possibilità di conoscere le proprie origini è entrata nel nostro ordinamento nel 2001 con la riforma dell’adozione (n.149/2001), che ha modificato l’articolo 28 della legge 184 del 1983, dando la possilità ai figli riconosciuti alla nascita di richiedere al Tribunale dei minorenni il nome dei propri genitori una volta compiuti i 25 anni. Ma fuori dai codici restano ancora i figli che alla nascita, invece, non sono stati riconosciuti né dalla madre né dal padre. «Una legislazione rigida che tutela l’anonimato dei genitori», spiega Emilia Rosati, 60 anni, «e che non trova eguali in Europa, fatta eccezione per il Lussemburgo». A queste leggi, continua, «si aggiunge poi il Codice della privacy (n.196/2003, ndr) che, pur non riferendosi ai figli adottivi, prevede la possibilità di accedere ai dati della cosiddetta “donna che non consente di essere nominata” solo dopo cento anni dalla nascita». In questo modo, le norme «finiscono per essere troppo sbilanciate sul fronte della garanzia dell’anonimato, senza tutelare il figlio addotivo».

Non a caso lo scorso settembre la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia. Il ragionamento di Strasburgo è chiaro: una persona adottata ha il diritto di conoscere nell’arco della sua vita chi è la propria madre biologica, anche se questa ha scelto di mantenere l’anonimato al momento del parto. Nello specifico, la Corte ha dato ragione ad Anita Godelli, 69 anni, che in Italia, davanti alla richiesta di conoscere l’identità della madre biologica, aveva ricevuto due risposte negative proprio in virtù della legge 184 del 1983. Questa norma, spiegano da Strasburgo, violerebbe l’articolo 8 della Convenzione europea sui diritti umani che sancisce il diritto al rispetto della vita privata familiare.

«Quello che noi chiediamo», spiega Emilia, «non è l’abolizione dell’anonimato, ma un sistema come quello francese che tuteli comunque l’anonimato, salvo poi dare la possibilità ai figli dopo un tot di anni di fare richiesta in tribunale per poter conoscere l’identità della propria madre naturale». Tanto più, racconta, che nella storia del Comitato «abbiamo risposte positive con molti casi di madri che inizialmente non hanno riconosciuto i propri figli ma che dopo molti anni desiderano incontrarli. Al contrario, ora si vedono invece tante trasmissioni televisive con appelli di figli che cercano le madri, violando la privacy e sostituendosi a una legge che non c’è».

Il diritto alla conoscenza delle proprie origini biologiche è «un diritto al completamento dell’identità», ribadisce Emilia Rosati. «Questa nostra esigenza non ha niente a che fare con il rapporto con la famiglia adottiva. Anzi, la maggior parte di noi ha avuto una adozione bellissima, con esperienze positive che a volte non si hanno nemmeno nelle famiglie naturali». Allora perché cercare a tutti i costi i genitori naturali? «Ho diritto come essere umano a chiedermi da dove vengo», risponde, «se sono del Nord o del Sud Italia, se vengo da un Paese straniero o se ho dei fratelli». «Credo che sia legittimo», continua. «Altrimenti è come se rimanessi incompleto per tutta la vita e questo ti provoca un grande senso di angoscia».

Le ragioni, però, non sono solo personali. Dietro la necessità di conoscere le proprie origini ci sono anche motivazioni legate alla salute. Spesso, racconta Emilia, «i medici ci chiedono cose del tipo: “Ci sono altri casi di diabete in famiglia?”. Prima rispondevamo “Non lo so”. Ora abbiamo deciso di rispondere “Non lo so perché sono stata adottata e la legge mi vieta di saperlo”. E chiediamo al medico di scriverlo nel referto». 

Il Comitato nazionale per il diritto alla conoscenza delle origini biologiche è nato nel 2009 a Napoli. Non a caso, dice Emilia. Nella città partenopea fino al 1984 c’era il più grande brefotrofio d’Italia, la Real Casa Santa dell’Annunziata. «Che raccoglieva i bambini abbandonati di tutta l’Italia meridionale», racconta Rosati. «Le donne dalla Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata venivano a partorire qui a Napoli, dove c’era anche la famosa ruota degli esposti». Nella Real Casa anche Emilia ha vissuto i suoi primi giorni di vita, per poi esser trasferita in Ciociaria e poi di nuovo a Napoli. Infine, una famiglia adottiva. «Bellissima», dice lei, che ora ha sessant’anni. Eppure resta quel «sentirsi a metà, quella voglia di sapere da dove vengono le proprie cellule».

All’indirizzo email del Comitato ogni giorno scrivono nuove persone. Dall’Italia, ma anche dall’estero, dove molti italiani sono stati adottati. In Rete, poi, si sono moltiplicati i forum di discussione. Si raccontano le storie personali, si danno informazioni nella speranza di essere ricontattati. Alcuni si rivolgono a investigatori privati. Setacciano archivi, foto polverose. Viaggiano su e giù per l’Italia. Secondo gli ultimi dati Istat(2005), ogni anno nel nostro Paese più di 3mila bambini vengono abbandonati alla nascita. Tre su quattro sono figli di donne italiane, ma sono in aumento i bambini abbandonati da madri immigrate. «In base alle nostre stime, siamo più di tre milioni, quasi quattro, inclusi quelli adottati all’estero», dice Emilia. 

In questi anni il comitato si è fatto promotore di tre progetti di legge presentate alla Camera e una al Senato, sostenute da tre partiti diversi, Pdl, Udc e Pd. «È un fatto di coscienza, non di partito», precisa Emilia. Ma «ci siamo bloccati al momento delle audizioni in Commissione giustizia». Perché? «Riteniamo che lo scoglio maggiore sia rappresentato da alcune associazioni di genitori adottivi, che hanno una mentalità vecchia e che continuano a ritenere il figlio una proprietà del genitore adottivo». Tra le proposte, due prevedono la possibilità di richiedere l’identità dei propri genitori dopo i 25 anni attraverso la mediazione del Tribunale dei minorenni, come accade per i figli riconosciuti alla nascita. Un’altra, invece, prevede la possibilità di conoscere l’identità dei propri genitori dopo i 40 anni e senza alcuna mediazione. «Mi sembra un giusto bilanciamento tra gli interessi e diritti della madre e quelli del figlio», dice Emilia. 

L’obiezione che viene sempre fatta davanti a queste proposte è che togliendo l’anonimato aumenterebbero gli aborti e gli abbandoni dei minori in condizioni di non sicurezza. Davanti ai cassonetti, per intenderci. «Noi non vogliamo togliere l’anonimato», risponde Emilia. «In più, nei paesi in cui non esiste la possibilità di partorire in anonimato, come la Germania o la Svizzera, non ci sono dati che confermano una maggiore incidenza dei casi di aborto». Piuttosto, aggiunge, «bisognerebbe aiutare le donne a tenerli i bambini, fornire assistenza, anche psicologica, a chi non può permettersi di crescere un figlio».

Intanto, lo scorso novembre una ordinanza del Tribunale dei minorenni di Catanzaro rivolta alla Corte Costituzionale ha sollevato la presunta incostituzionalità della legge sulle adozioni, proprio in relazione alla questione della impossibilità dei figli non riconosciuti di conoscere l’identità dei propri genitori naturali. Questo divieto, si legge, violerebbe il diritto soggettivo all’identità personale (articolo 2 della Costituzione), oltre che il principio di eguaglianza (articolo 3 della Costituzione), il diritto alla salute e all’integrità psicofisica (articolo 32 della Costituzione). 

La petizione lanciata in Rete continua a collezionare firme ogni giorno. «La porteremo al Presidente della Repubblica», dice Emilia. «E ora che siamo anche in campagna elettorale, lanciamo un appello ai partiti perché inseriscano questa battaglia nei programmi politici. È una questione che riguarda quasi 4 milioni di italiani». 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter