Il Washington Post nasconde uno scoop di Woodward, cosa sta succedendo?

Il Washington Post nasconde uno scoop di Woodward, cosa sta succedendo?

NEW YORK – Che succede se un articolo di denuncia di Bob Woodward, il leggendario reporter investigativo che insieme a Carl Bernstein portò alla luce i retroscena dello scandalo Watergate, finisce nella sezione Style del Washington Post come se fosse una qualsiasi storia di gossip? Forse incominciamo a sentirci tutti un po’ orfani del giornalismo d’inchiesta americano, che ci ha fatto sognare per generazioni e che ha perfino alimentato parecchi film?

“La cosa non mi stupisce più di tanto” dice a Linkiesta Adam Chadwick, che da due anni sta lavorando a un documentario in uscita a febbraio, Fit To Print, sulla fine del giornalismo investigativo negli Stati Uniti. “La crisi economica, internet e il progressivo disinteresse degli americani per questo tipo di storie sono tra le cause principali di questo declino” sostiene Chadwick. Anche se ci va di mezzo la Casa Bianca? Già perché di questo aveva scritto Woodward e a puntare il dito contro il proprio ex giornale è stato il collega Bernstein sul Guardian.

“È una cosa pietosa” ha scritto l’ex reporter dalle pagine del giornale britannico in cui ha riportato quanto accaduto: il 3 gennaio il premio Pulitzer Woodward, 69 anni, aveva scritto – articolo pubblicato nella versione online con tanto di registrazioni segrete – che il tycoon dei media Rupert Murdoch aveva cercato di convincere il generale David Petraeus, di recente costretto a dimettersi da capo della Cia in seguito a una relazione extraconiugale, a candidarsi alle presidenziali 2012 contro Obama. La proposta era stata fatta al generale in Afghanistan da un’analista di Fox News, Kathleen McFarland, inviata da Roger Ailes, fondatore e presidente del network televisivo Usa di Murdoch nonché guru mediatico dei repubblicani. Ailes era perfino disposto a lasciare il suo incarico a Fox News per mettere a punto una strategia elettorale impeccabile per Petraeus, che invece ha respinto l’offerta. Murdoch e la sua rete erano a completa disposizione del generale.

Di fronte a un simile caso le parole libertà di stampa e democrazia suonano vintage tanto quanto il film L’ultima minaccia del 1952 in cui Humphery Bogart pronuncia la celebre frase: “È la stampa bellezza. E tu non ci puoi fare niente”. Parole d’antan però anche per il Washington Post che invece di sbattere la storia in prima pagina – frase fatta che forse finiremo pure per dimenticare – l’archivia tra le pagine di costume. E molti non se ne sarebbero accorti se Bernstein non avesse denunciato quanto successo. “È probabile che dietro questa cautela da parte del Post – dice Chadwick – ci siano le preoccupazioni per una forte crisi, un forte calo di vendite e un possibile cambio di proprietà del giornale che è tra l’altro tra i pochi grandi quotidiani Usa a non avere un paywall”. Almeno per ora perché a quanto pare anche il Washington Post dall’anno prossimo farà pagare i propri lettori per tutti o parte degli articoli online come hanno già fatto, tra gli altri, il New York Times da cui Chadwick è stato licenziato nel 2009 in seguito a un esteso taglio del personale. 

“Ho pagato con la mia pelle questa crisi economica che sta modificando i giornali e li sta costringendo a iniziare i tagli proprio dalle inchieste. Basti pensare che dal 2008 a oggi circa 15mila giornalisti hanno perso il lavoro negli Stati Uniti” dice Chadwick che spiega anche perché a pagarne le conseguenze siano prima di tutto le inchieste: “Richiedono troppo tempo, troppe spese e generano troppo poco traffico online, ormai il vero metro di paragone per la vendibilità di una storia. Oltretutto, il pubblico americano è sempre più preso da sport e gossip. C’è un’ignoranza diffusa e crescente che sta rendendo vano ogni sforzo verso il giornalismo d’inchiesta”. 

Già nel 1992 Bernstein aveva parlato del declino dell’investigative reporting ormai surclassato dalla “Idiot culture” che si accontenta di notizie poco approfondite e pronte al consumo. Un declino che pare sia iniziato già alla fine degli anni Ottanta, dopo una felice stagione di inchieste durante i Settanta. Per Chadwick, che ha passato due anni a intervistare reporter investigativi tra cui anche professionisti che, pur se licenziati, hanno continuato a inseguire inchieste a proprie spese, l’America rimane comunque il miglior paese in cui un giornalista può scavare fino in fondo per trovare la verità: “Qui è più facile avere accesso ai documenti e il primo emendamento della Costituzione protegge la libertà di parola. Il problema è che non sfruttiamo più come prima questa possibilità. Me ne sono accorto quando l’anno scorso sono stato otto mesi in Spagna e un mese in Italia. Mi sembra che da voi ci sia più interesse, più voglia di sapere ma i governi tendono a nascondere molto di più”.

Chadwick non crede nemmeno che testate di giornalismo investigativo come ProPublica, vincitrice di premi Pulitzer nel 2010 e nel 2011, o la neo-nata Voice Of San Diego siano soluzioni a lungo termine: “Per fare inchieste devi avere una certa stabilità finanziaria e non la si può avere basandosi su donatori, come queste associazioni. Credo che il sistema pubblicitario che ha funzionato finora, sia l’unico ancora possibile”. 

Eppure la pubblicità è calata parecchio. Secondo il sito Stateofthemedia.org, in Usa gli annunci sono scesi del 7,3% nel 2011 e benché ci sia un leggero incremento della pubblicità online, non basta a coprire i vuoti lasciati nella carta stampata. Tuttavia, anche se il calo di pubblicità serve senz’altro a spiegare il declino delle inchieste, secondo la reporter investigativa Laura Frank la crisi del settore è iniziata ben prima di quella del comparto pubblicitario. In un pezzo da lei scritto per Exposé, programma del network pubblico americano Pbs, Frank spiega che i giornali hanno incominciato a commissionare meno inchieste dagli anni Novanta quando ai media è stato chiesto di produrre margini di profitto più alti. Che fare allora? Tagliare dalle inchieste. La crisi dell’advertising dal 2009 ha poi aggravato il trend.

Quali sono le soluzioni? Per fortuna si stanno sviluppando nuovi modelli. Uno è appunto il no-profit che, sebbene per Adam Chadwick non avrà vita lunga, sta registrando casi di successo come appunto ProPublica. Questo sito online lanciato nel 2008 aveva inizialmente un unico sponsor, la Sandler Foundation, ma ogni anno registra sempre più donatori. Fondamentale resta comunque, per molti giornalisti americani, la possibilità di poter contare su parecchie fondazioni. Tra queste ci sono il Fund for Investigative Journalism e the Pulitzer Center for Crisis Reporting, ma la più importante è la Knight Foundation, un programma multi-milionario che sostiene il giornalismo investigativo attraverso borse di studio, fellowship e aiuti più o meno diretti sia a istituzioni che a singoli reporter. L’anno scorso la fondazione ha annunciato ulteriori 15 milioni di dollari da investire in questo sforzo. In particolare la Knight Foundation cerca di promuovere l’investigative reporting online, come a dire che non necessariamente Internet deve essere visto come un nemico delle inchieste. Anzi, Knight tende a promuovere la collaborazione, più che la competizione, tra nuove risorse digitali, cittadini e giornalisti.

Alcune no-profit fanno appoggio poi alle università. In cambio dell’organizzazione amministrativa e della struttura, contribuiscono alla formazione garantendo insegnamento e stage agli studenti dei corsi di giornalismo. Tra queste la celebre Ire, Investigative Reporters and Editors, fondata nel 1975 che collabora con la University of Missouri School of Journalism. Tuttavia, per alcuni studiosi di media questi potrebbero essere i tempi giusti per un Rinascimento del giornalismo d’inchiesta. Per Mark Feldstein della George Washington University “la sovrapposizione di due fattori importanti, le nuove tecnologie e la rabbia della gente piegata da una crisi economica e politica che non sembra passare, è destinata ad accrescere la richiesta per il giornalismo di denuncia”. Non ci resta che sperare.

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