Ilva di Taranto, l’acciaio tra gli ulivi: il nuovo ebook de Linkiesta

Ilva di Taranto, l’acciaio tra gli ulivi: il nuovo ebook de Linkiesta

L’introduzione all’ebook L’acciaio tra gli ulivi

Fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, l’Italsider aveva commissionato ad artisti e scrittori ritratti e descrizioni del paesaggio tarantino per spiegare i vantaggi che l’acciaio avrebbe portato fra gli ulivi. Questi fascicoli raccontavano la mutazione antropologica imminente e i cambiamenti del paesaggio, in termini di progresso. Scrittori e artisti dovevano spiegare le novità portate dall’industria. Acciaio fra gli ulivi era la descrizione del polo industriale di Taranto, secondo l’Italsider, nei primi anni Sessanta.

Uno slogan quasi futurista, che evoca insieme il retro delle foglie degli ulivi e il bagliore dei profilati in acciaio; alla brezza estiva, illuminati dal sole, gli ulivi hanno riflessi argentei e metallici. I riferimenti alla mitologia megalo-ellenica e alle divinità di fondazione della città non mancano. In qualche modo, lo slogan evoca un contrasto, ma anche una continuità. Il contrasto fra biologico e artificiale, e la continuità fra due elementi che resistono al tempo. Così, ritratti di contadini nodosi dalle mani gigantesche e sporche cedevano all’avanzare dell’uomo nuovo, dell’operaio tutto nervi, occhiali, tuta blu e saldatore stretto come un fucile. E un paesaggio fatto di creste di ulivi, anche questi nodosi, terragni, diventava un giardino intorno a torri giganti, e a volumi puri di lamiere grecate. Questo parallelo fra le facce e il paesaggio era il modo in cui l’industria si auto-rappresentava, ma anche con cui cercava di comunicare la sua impresa etica a favore della popolazione.

L’Italsider aveva anche prodotto interviste per dimostrare che l’uomo del meridione si stava lasciando alle spalle la sua vita bestiale a favore di un’evoluzione che avrebbe portato precisione, disciplina, una vita nuova. Insomma, se il contadino era a contatto con le bestie e con gli alberi, l’operaio, l’uomo che veniva con la fabbrica, aveva a che fare con il tempo esatto di macchine e cronometri. Lo slogan evocava anche un’altra novità: non erano i contadini a dover lasciare la terra per l’industria, era l’industria che andava in campagna e trasformava i contadini in operai. Era un’emigrazione al contrario. Era l’acciaio a trasformare una città di campagna in una città industriale.

In questo racconto, si evitava di dire che Taranto era una città sul mare, con un porto militare piuttosto importante, che aveva già conosciuto per questo uno sviluppo industriale. Proprio su questo argomento si basava la politica di coloro che vollero il quarto polo siderurgico italiano a Taranto, anche contro ogni logica distributiva, visto che fino ad allora il centro industriale più importante era stato Piombino. Il polo di Taranto era parte di una politica non tanto nuova, in continuità con le scelte di sviluppo industriale bellico dei primi anni venti, ed era anche l’esito dell’applicazione delle teorie di François Perroux, l’economista francese che per primo aveva teorizzato i poli e gli assi di sviluppo, sostenendo che, se si fossero creati dei poli distanti da unire attraverso assi, questo avrebbe generato ricchezza attraverso l’indotto dei poli stessi, grazie alla loro “forza centrifuga”.

Nel quadro di queste teorie, che pensavano lo spazio in termini di una rete gerarchicamente organizzata per poli e assi, anche senza espressioni grafiche esplicite, nasceva la grande infrastruttura politico-economica della Cassa per il Mezzogiorno, che era servita a finanziare i grandi lavori della razionalizzazione territoriale molto rapida e consistente del meridione di Italia nel secondo dopoguerra. La descrizione antropologica e del paesaggio costruiscono l’immagine di un meridione povero, arcaico, accentuandone un legame con la terra che probabilmente non era più tanto forte già da almeno cinquant’anni. Si potrebbe anche dire che questo sviluppo per poli sia stato la prosecuzione del programma di sviluppo dei totalitarismi con altri mezzi. Concentrare la produzione in grossi poli voleva dire considerare un unico venditore, di lavoro come dei risultati e dei prodotti di quel lavoro, e un unico compratore. Insomma a un monopolio corrisponde un monopsonio, per questo i partiti e i sindacati, di qualsiasi parte politica, hanno facilmente trovato accordo nel sostenere questa concentrazione della produzione.

Il progetto però non è banale, e sarebbe un errore ridurlo agli aspetti ideologici, pure molto forti e presenti. Infatti, la questione dei poli e degli assi di sviluppo implica un’idea paradossale di radicamento, in cui la tecnica serve da un lato a trascendere i limiti morfologici di un territorio, dall’altro a rafforzarne il supporto su cui si appoggiano le infrastrutture. Questo paradosso è denso di conseguenze. Infatti, se da un lato si sostiene che ogni distanza fra poli lontani può essere superata con i mezzi adeguati, dunque è costituita da uno spazio banale, dall’altro è proprio la natura dello spazio banale intorno ai poli a essere il vero oggetto della trasformazione, o per dirla con i termini di allora, del progresso. Questa contraddizione oggi esplode in tutta la sua portata, anche fisica e sociale, e diventa conflitto. Il nostro viaggio attraverso i visi e paesaggi si propone di rendere visibili le espressioni delle persone e le forme quotidiane del paesaggio e degli oggetti che lo costituiscono, sullo sfondo di una storia molto più grande.

Taranto è il caso paradigmatico di uno sforzo concentrato di sviluppo dagli esiti contraddittori e ambigui, che forza le popolazioni e i territori in strettoie drammatiche. Lo sviluppo dell’Europa per progetti di grandi corridoi infrastrutturali non sembra essere molto distante da questa storia. La storia di Taranto dovrebbe suonare come un monito, rispetto a grandi e costose attrezzature che a lungo termine si dimostrano insostenibili o inservibili, se questi progetti non considerano che si dispiegheranno in forme incerte in un tempo lungo. Con più semplicità, lo sforzo è di non pensare lo spazio come estensione banale da superare per trasportare risorse, ma invece di riconoscerlo come corpo reale, risorsa in sé. Per questo, guardare le espressioni concrete, le facce e i paesaggi, può aiutare a comprendere la condizione di profonda disillusione di chi vive uno spazio banalizzato da molte speranze deluse. Guardare da vicino i residui lasciati da queste grandi opere di razionalizzazione delle risorse territoriali serve a pensare un futuro che tenga conto degli elementi più deboli ed esposti ai rischi di queste trasformazioni. Le risorse biologiche dello spazio sono davvero limitate e comuni, e probabilmente questo è il momento di restituire a questi territori e ai loro abitanti qualcosa in cambio delle grandi trasformazioni, anche traumatiche, che hanno dovuto sopportare; questa volta non in termini di aiuti e incentivi a trasformazioni che non tengano conto delle possibilità attuali.

Non è possibile cancellare una piastra produttiva che copre l’estensione di un quadrato di nove chilometri di lato per sostituirla con pizzerie – come si dice per ironizzare sulle buone intenzioni ambientaliste – ma bisogna pensare a come erodere questo blocco così autoreferenziale, anche in un periodo lungo.

*Irene Guida. Nata in Puglia nel maggio del 1976, cresciuta tra Bari, Milano, e Madrid, grazie ad una borsa Erasmus. Deve molto della sua formazione ai docenti del dottorato in Urbanistica dello IUAV di Venezia, dove ha conseguito il dottorato nel 2012, dopo aver studiato negli Stati Uniti alla UMBC di Baltimora, con gli ecologi del Baltimore Ecosystem Long Term Study, e a New York alla New School, con docenti della Columbia University. Svolge attività didattica e di ricerca allo IUAV di Venezia, e questo è il suo primo ebook.