“Io olandese volevo fare la suora, ora sono una guerrigliera colombiana”

“Io olandese volevo fare la suora, ora sono una guerrigliera colombiana”

Bella, capelli neri, tratti decisi, corpo esile. Una divisa militare addosso e un kalasnikov AK-47 in mano. Lei si chiama Tanja Nijmeijer, è olandese e da piccola sognava di fare la suora. Ma negli ultimi anni ha trascorso le sue giornate tra le Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, scansando raid aerei, costruendo bombe e marciando giorno e notte nella giungla. Nome di battaglia “Alexandra Narino”, Tanja fa parte della delegazione dei ribelli impegnati in questi giorni nei colloqui di pace all’Avana con il governo colombiano, con l’obiettivo di mettere fine a un conflitto di 50 anni che ha provocato decine di migliaia di morti.

Tanja Nijmeijer

«Non sono una star, sono una guerrigliera anch’io», ha detto in un’intervista al Guardian. Ma la storia di Tanja Nijmeijer ha poco in comune con quelle degli altri 9mila combattenti delle Farc, la maggior parte dei quali viene arruolato tra le famiglie contadine delle campagne colombiane.

Tanja proviene da un altro mondo. Niente giungla, niente caldo, niente piantagioni di coca. Tanja è nata nella città olandese di Denekamp, vicino al confine tedesco. «Quando ero piccola sognavo di diventare una suora, perché sono cresciuta in una famiglia molto cattolica», racconta. «A scuola ho cominciato ad avere seri dubbi sulla religione e sull’esistenza di dio. All’università, poi, sono diventata atea». Fino alla scelta di partire per la Colombia per un tirocinio come insegnante di inglese in una scuola privata di Pereira.

Delle Farc non conosceva nulla. E quando andò al consolato colombiano per chiedere il visto, un funzionario le disse: «Signorina, lo sa che in quel Paese è in corso una guerra?». Appena sbarcata nel Paese sudamericano, si accorse delle enormi disuguaglianze esistenti e cominciò a conoscere le Farc e le loro battaglie per la giustizia sociale. Finito il tirocino, torna a casa per un breve periodo e nel 2002 rieccola in Colombia. 

Tanja si arruola nelle Farc che conducevano la guerriglia urbana a Bogotà, mettendo bombe nelle stazioni di polizia e sugli autobus cittadini. Crimini per i quali è stata accusata in Colombia. Poi la promozione: viene chiamata a far parte dell’esercito dei ribelli, con tanto di uniforme e fucile in mano. La sua tenacia e la sua passione rivoluzionaria impressionano i comandanti. Non un segno di fatica né di arresa durante le lunghe marce attraverso la giungla. 

Più di dieci anni dopo, Tanja ha ormai dimestichezza con il fucile e con la divisa. E soprattutto con la giungla. Parla perfettamente spagnolo e usa i tipici modi di dire dei contadini colombiani. Ma non è l’unica non colombiana nel movimento: nelle Farc, racconta, ci sono ecuadoriani, venezuelani, brasiliani e altri europei. «Sono parte di un movimento armato che uccide. Nessuno lo nega», confessa. «La cosa più difficile per me è la morte dei miei compagni». Come accadde quando Jorge Briceño, alias Mono Jojoy, comandante delle Farc, venne ucciso durante un raid aereo. Quel giorno Tanja era presente. L’altro aspetto difficile della vita tra le Farc, ammette, è la separazione dalla sua famiglia. Nel 2005 alla madre venne permesso di incontrarla in un campo di ribelli dopo che la donna sorvolò la giungla in elicottero urlando al megafono il nome di sua figlia. 

Nel 2003 venne scelta come interprete per parlare con tre funzionari del dipartimento della difesa americano presi in ostaggio dopo l’abbattimento dell’aereo sul quale viaggiavano. In quel caso, Tanja dice di aver provato una certa compassione per gli ostaggi. Per quel rapimento ora lei è indagata anche negli Stati Uniti.

Le Farc sono accusate della morte di molti civili, di numerosi rapimenti e del reclutamento forzato di diversi ribelli. Lei non sembra per nulla dispiaciuta. E dice: «Siamo noi le vittime di questa guerra». Da più di un mese Tnja si trova nella capitale cubana. E già dice di sentire la mancanza della giungla e dei suoi compagni. «Sono una combattente delle Farc e continuerò a esserlo», ribadisce. «Se riusciremo a raggiungere la pace con la giustizia sociale, io starei comunque nelle Farc e continuerei a fare quello di cui c’è bisogno». 

I negoziati di pace a L’Avana, intanto, sembrano andar bene. Seuxis Paucias Hernández, membro delle Farc conosciuto come Jesús Santrich, a dicembre ha dichiarato ai giornalisti che le due parti – le Farc e il governo colombiano – erano impegnati in una «discussione rispettosa». Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha detto che i negoziati si muovo a un ritmo positivo. «I colombiani devono avere pazienza e non chiedere risultati immediati», ha detto. Perché «qui ci si sta occupando di fatti molto complessi»

Un sondaggio Gallup dello scorso mese ha rivelato che mentre il 71% dei colombiani ha supportato il processo di pace, solo il 43% crede che si arriverà davvero alla pace. Le prime discussioni si sono concentrate sull’accesso alla terra (in Colombia il 52% della terra coltivabile è in mano all’1,5% della popolazione) e sulla riforma agraria, due cavalli di battaglia delle Farc. Gli altri argomenti in agenda sono le droghe illegali, la partecipazione politica, il disarmo e i risarcimenti per le vittime.