La candidatura di Ingroia uccide la formazione del consenso

La candidatura di Ingroia uccide la formazione del consenso

Lo sbarco del giudice Ingroia nel panorama politico italiano definisce, una volta e per tutte, quel passaggio particolarmente delicato che riguarda la formazione del consenso. E ne seppellisce le spoglie con un’operazione che è la proiezione, se possibile ancora più amorale, di quella prima discesa in campo dell’era moderna, il ’94 di Silvio Berlusconi, al quale, all’epoca, venne imputata la spinta trasversale e pelosa delle sue televisioni. E non è neppure un paradosso astruso, immaginare che il giudice palermitano vada proprio a chiudere il cerchio tracciato vent’anni fa dal Cavaliere, protagonisti – entrambi – del più grande, terribile, atroce, e autentico, «consensicidio».

Le opinioni del cittadino-elettore, dunque, non si formano più. O meglio: assumono forma compiuta e immediata nell’istante stesso in cui il candidato decide di fare il grande salto e passare così da un mestiere a un altro. Non c’è la minima camera di compensazione intellettuale. Nel caso di Ingroia, è come se un intero popolo di riferimento (certi ambienti, certi giornali, certa antimafia) avesse già pronta una cambiale in bianco da mettergli tra le mani, senza neppure ascoltare programmi, opinioni, sentieri da percorrere, alleanze possibili da intrecciare. Se per paradosso, dall’istante in cui ha deciso di candidarsi, egli non avesse più parlato, fosse rimasto a bocca rigorosamente cucita, mai emettendo il minimo sospiro, solo una barba e due occhi silenziosi, oggi Ingroia avrebbe gli stessi consensi. Che lo danno ampiamente sopra la soglia del quattro per cento.

I partiti-persona, lamenta spesso Bersani per identificare una deriva senza appello. No, non è soltanto quello. I partiti-persona possono contare su una condizione di disagio estremo (e pregresso) del cittadino, un vuoto di storie, di racconto del Paese, un’assenza di civismo che parte dalle scuole dei piccoli, un inaridimento della convivenza civile, un ispessimento dell’arroganza sociale, l’idea che tutto è già maledettamente fottuto e non rimediabile, se non attraverso piccoli uomini della Provvidenza. In una parola, è lo scippo della democrazia.
Quando vent’anni fa decise per la politica, Silvio Berlusconi lo fece attraverso i mezzi di cui poteva disporre. I soldi, la televisione, la paura dei comunisti, il vuoto al centro. Intorno a due di questi punti, gli ultimi due appunto, c’era ancora un racconto possibile, anche per via di un momento sociale estremamente delicato com’era allora il post-Tangentopoli (che lui ricordava sempre come avesse salvato la sinistra). In quel tempo, l’elettore ebbe il tempo di affezionarsi a un progetto – e non sottovalutate l’immagine dell’imprenditore di successo che si batte per la sua Italia -, ebbe il tempo della condivisione, di una lotta comune contro il Drago comunista, di uno sbarco felice in un mondo un po’ più libero (di far tutto, naturalmente).

Non andrà dimenticato, e qui su LK lo ricordammo ben prima che lo ammettesse lui qualche giorno fa, che quel progetto del ‘94 convinse a votarlo persino un sincero liberale come Mario Monti. Francamente, per le cose che ci racconta oggi il premier ma anche per la sua storia personale, non sappiamo davvero cosa lo affascinò di quella storia, forse però, come spesso accade a noi italiani, basta sciacquarci la bocca con una più o meno possibile «rivoluzione liberale» e il gioco è fatto. Come Monti, fecero anche tantissimi italiani e Berlusconi trionfò.

Oggi con Ingroia si chiude proprio quella vecchia parentesi e se ne riapre un’altra, totalmente diversa sul piano della comunicazione elettorale. Su quale storia o racconto o programma hanno potuto formare la propria opinione i suoi elettori? Ancora sull’ostilità a un Berlusconi imbolsito dagli anni e tramortito dagli scandali? Bah, roba vecchia che francamente tira quel che tira. Sull’idea che l’Italia è un Paese di corrotti e dunque vanno spalancate le patrie galere per farli entrare tutti? Sì, va bene, ma non ci voleva Ingroia per formalizzarlo. Sulla necessità che ci siano sentinelle giustizialiste a presidio delle istituzioni? Beh, questo è già più un programma, non di così largo respiro, ma comunque già qualcosa.

La realtà è che la candidatura di Ingroia uccide definitivamente la formazione del consenso. E’ come se una parte di italiani lo avesse già votato da magistrato e ora ci fosse solo la formalizzazione più istituzionale. E’ anche il modo più bello, esplicito, dichiarato, di sottolineare che in tutti questi anni egli ha fatto politica. Non lo dicono i suoi detrattori, lo dicono – apertis verbis – proprio i suoi elettori.  

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