La guerra in Mali? Mette a rischio la sicurezza energetica italiana

La guerra in Mali? Mette a rischio la sicurezza energetica italiana

Dal giacimento di In Aménas si estrae il diciotto per cento del gas algerino. Paese, l’Algeria, da cui l’Italia importa il trenta per cento del proprio metano e il 2,3 per cento del greggio. Basterebbero queste cifre a indicare come la strage consumatasi nell’impianto africano non vada segnata sull’agenda alla sola voce «pericolo jihad». Accanto allo spettro del terrorismo internazionale e alla sfida lanciata da Mokhthar Belmokhtar all’Occidente, c’è un’altra, importante, questione: la sicurezza energetica del nostro Paese.

Il legame economico tra Italia e Algeria è di vecchia data. Già nell’era Mattei l’Eni aveva stabilito una relazione privilegiata con l’ex colonia francese, che si stava emancipando dalla madrepatria. Mario Pirani, all’epoca dirigente del cane a sei zampe, ricorda nella sua bella autobiografia, Poteva andare peggio, i viaggi in Algeria per costruire un rapporto di fiducia con il governo clandestino, futura classe dirigente del Paese. Una relazione che è stata coltivata negli anni, tanto che ora le prospettive di Algeri nel mercato globale delle commodities non possono lasciare Roma indifferente.

Un report rilasciato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia ha evocato il rischio che la vicenda degli ostaggi, oltre a evidenziare tutte le falle del sistema algerino di protezione dei siti strategici, possa rallentare la produzione di materie prime, col risultato di ridurre la quota di mercato dell’ex colonia francese. Una simile, fosca, previsione non può essere accettata dal presidente Bouteflika, la cui capacità di rimanere in sella, a dispetto dei regimi vicini, è dovuta in buona parte alla bonanza energetica, oltre all’efficacia dell’apparato di repressione e al ricordo della guerra civile tra governo e islamisti degli anni Novanta, che ha lasciato sul campo almeno 200.000 morti.

Nel 2012 la produzione di idrocarburi di Algeri è lievemente scesa – da 1,18 a 1,17 milioni di barili al giorno – ma le «nuvole nere all’orizzonte» prospettate dal report sono ben altra cosa. L’effetto sull’Italia sarebbe immediato. Giovedì scorso, quando, in seguito all’assalto, la produzione di In Aménas – 50.000 barili – si è arrestata, la condotta Transmed, nei pressi di Mazara del Vallo, ha registrato un calo di affluenza di metano del 17 per cento rispetto alla media giornaliera. Snam Rete Gas ha dovuto in parte usufruire degli stoccaggi per garantire il fabbisogno nazionale.

Il giorno successivo i flussi sono tornati regolari, ma Roma deve ora mantenere la situazione sotto controllo. L’Eni è presente nell’ex colonia francese – decimo Paese al mondo per ricchezza di materie prime, grazie ad oltre 4.500 miliardi di metri cubi di riserve di gas – con 39 concessioni minerarie. Le attività sono concentrate nell’area desertica sud-orientale di Bir Rebaa, ma a maggio 2012 il cane a sei zampe ha ottenuto il permesso esplorativo a Kerzaz, 400 chilometri a sud est del giacimento di Hassi R’Mel, punto di partenza del sistema di metanodotti Transmed, 2.200 chilometri di tubature costruite per esportare il gas in Europa.

Dopo l’attentato di In Aménas alcune grandi major, dalla Bp alla Statoil, alla Compañía Española de Petróleos, hanno provveduto ad evacuare buona parte del personale presente nel Paese. Badr Jafar, presidente della Crescent Petroleum, una compagnia degli Emirati Arabi, è stato laconico: «Un evento come questo scuote alle fondamenta il clima imprenditoriale, proprio nel momento in cui il mondo arabo sta cercando di recuperare fiducia negli investimenti in petrolio e gas».

La primavera araba, accrescendo l’instabilità regionale, aveva avuto come corollario una serie di attacchi alle pipeline in Egitto, Yemen e Libia, ma i giacimenti algerini, situati in lande desolate, dalle difficili condizioni climatiche, erano considerati tra i più sicuri. Dopo la guerra civile non vi erano più stati attentati, fino al dicembre scorso, quando un video postato su Internet da un gruppo salafita legato ad al-Qaeda aveva mostrato le immagini di un attacco-bomba a un autobus che trasportava lavoratori dell’industria petrolifera.

Le vicende del vicino Mali, dalla caduta del Nord in mano jihadista all’intervento francese, hanno aumentato i rischi. La comunità internazionale, in generale, e la Francia, in particolare, hanno bisogno del sostegno algerino per stroncare la rete fondamentalista. Le reazioni dell’Occidente al disastroso blitz di Algeri ad In Aménas – prudenti nonostante l’alto numero di vittime – sono lì a dimostrarlo. Ma l’Algeria ha bisogno di investimenti per tutelare la sicurezza delle proprie risorse energetiche e difendere la posizione sui mercati internazionali, in una fase in cui, anche per via della shale revolution, la concorrenza all’Opec si è fatta sempre più agguerrita.
 

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