
Più che un sindaco, un salvagente. È stato il suo principale avversario alle primarie, ma ora Matteo Renzi diventa l’asso nella manica di Pier Luigi Bersani. Dopo qualche titubanza l’ex rottamatore entra in campagna elettorale. Scende in campo per aiutare il Partito democratico in testa nei sondaggi ma in leggero, preoccupante, calo. Esclusa l’intervista alle Invasioni Barbariche di una settimana fa, il tour elettorale di Renzi inizia domani. Sotto la luce dei riflettori. Non potrebbe essere altrimenti: il primo appuntamento ufficiale è un comizio con il candidato premier Bersani. Seguirà un’altra ospitata tv (lunedì a Otto e Mezzo). E una serie di incontri su e giù per l’Italia, con un occhio di riguardo alle regioni più in bilico.
La buona notizia, per il Partito democratico, è che Renzi e Bersani saranno finalmente insieme. L’incontro di domani a Firenze è simbolicamente fondamentale. Consegna alla campagna elettorale un partito unito, pronto alla sfida del voto. Mette a tacere le voci sui rancori ereditati dalla stagione delle primarie. Nelle ultime settimane si è molto parlato dell’assenza di Renzi dal dibattito politico. Quasi un paradosso: lui così presente tra viaggi in camper e salotti tv durante la sfida con Bersani, ora uscito improvvisamente di scena. Da domani cambia tutto. «I principali protagonisti della stagione delle primarie insieme per rappresentare un partito coeso, forte, affidabile, per governare l’Italia» dice il segretario metropolitano del Pd Patrizio Mecacci presentando l’appuntamento (alla faccia della coesione, Mecacci era uno di quelli che aveva messo in dubbio il suo sostegno a Renzi se il sindaco avesse vinto le primarie)
Chi si aspettava un partito diviso dovrà ricredersi. Renzi si stupisce delle polemiche. Aveva assicurato che avrebbe proseguito la sua esperienza nel Pd a prescindere dall’esito delle primarie. Con lealtà e impegno, senza creare correnti. È stato di parola. Una posizione piuttosto rara nella politica italiana, ne converrà anche lui.
Insomma, amici come prima? Non proprio. Il comizio di domani sembra quasi un atto dovuto. Renzi e Bersani si faranno fotografare assieme sul palco. Parleranno in pubblico – prima il sindaco poi il segretario – presenteranno il programma. Poi basta. Se non ci saranno modifiche nelle rispettive agende, questo dovrebbe essere l’unico appuntamento insieme. Ognuno per la sua strada. Nelle prossime tre settimane Renzi sarà in Campania, Piemonte, Veneto, Lombardia. Senza Bersani. Nessuna campagna elettorale in coppia, come pure qualcuno aveva ipotizzato. Nessun tandem.
Ecco il primo tema. Non si poteva proprio fare diversamente? Renzi non è solo un esponente del Pd. Non uno qualsiasi, almeno. Il sindaco di Firenze è stato il grande avversario di Bersani alle primarie. Ma è stato anche il candidato che ha riavvicinato migliaia di elettori al partito. Quello che ha offerto un progetto alternativo al segretario. Ma che ha permesso al Pd di conquistare attenzione e voti. Se non ci fosse stata la grande corsa delle primarie forse oggi il centrosinistra non sarebbe così in vantaggio rispetto agli avversari. Insomma, Renzi non può non essere considerato una risorsa per il partito. Basta pensare che un sondaggio di Repubblica di un paio di giorni fa lo inquadra ancora come il leader più gradito al pubblico italiano. Votato dal 64,7 per cento degli intervistati. Venti punti in più di Bersani.
Ovviamente nessuno vuole creare un caso. A questo punto della campagna elettorale sarebbe una preoccupante forma di masochismo. Adesso l’obiettivo è quello di archiviare le primarie, con tutte le polemiche che le hanno accompagnate. E allora Bersani arriva a Firenze, ma non alla Stazione Leopolda. Quello resta, almeno nell’immaginario popolare, il quartier generale dei renziani. L’officina della rottamazione. Il comizio si terrà al Teatro Obihall. Esattamente dall’altra parte della città.
Eppure l’incontro di domani sera finisce inevitabilmente per riaprire qualche ferita. Come sarà affrontato il tema Monte dei Paschi? Quello sul rapporto tra politica e banche è un tema che ritorna. La sfida delle primarie si infiammò proprio su questo argomento. La cena milanese per raccogliere i fondi per la campagna di Renzi, le polemiche su Algebris, il finanziere Davide Serra. È stato il primo affondo di Bersani: «Non ci facciamo dare consigli da chi sta coi banditi della finanza».
Renzi rispose a tono. «Con la finanza bisogna parlare – Forse la sua sconfitta iniziò quel giorno – Nessuna lezione dal Pd». Chi non ricorda quelle allusioni sul Monte dei Paschi? E non è un caso se in polemica con il segretario, Renzi decise di chiudere la sua corsa alla premiership proprio a Siena. Sarà la nemesi, ma oggi Bersani è costretto a chiedere l’aiuto del suo avversario proprio nel momento in cui lo scandalo Mps rischia di mettere a rischio la sua vittoria.