L’Islanda vince contro Londra, ma non è ripudio del debito

L’Islanda vince contro Londra, ma non è ripudio del debito

«Facciamo tutti come l’Islanda». Questa è una frase che si è sentita spesso negli ultimi anni. E si sente anche da due giorni. La decisione della corte dell’European free trade agreement (Efta), che ha preservato la posizione di Reykjavík nei confronti di Regno Unito e Olanda dopo il crac Icesave, non deve però stupire, né fare gridare al ripudio del debito. Semplicemente, sono state applicate le regole comunitarie.

I fatti sono noti. Nel 2008 l’istituto di credito islandese Landsbanki crolla, una settimana dopo il collasso della Glitnir Bank, anch’essa islandese. Ma dentro Landsbanki c’è una sua branca che opera all’estero, Icesave. I conti correnti di quest’ultima hanno un accoglienza significativa sul mercato inglese e olandese, complici gli elevati tassi d’interesse che promettono. Ma con la nazionalizzazione di Landsbanki, avvenuta il 7 ottobre 2008, poche settimane dopo la capitolazione di Lehman Brothers, iniziano i problemi. I correntisti di Regno Unito e Olanda, dove Icesave opera per nome e per conto di Landsbanki, rimangono con il cerino in mano. E si apre una querelle diplomatica destinata a durare per anni.

Il governo islandese si rifiuta di indennizzare integralmente i correntisti. Il motivo è chiaro. Essendo una banca privata a essere saltata, non c’è motivo per il quale sia Reykjavík a dover pagare per i danni provocati da Landsbanki. In realtà, dato che l’Islanda ha adottato la direttiva euopea 94/19 dal primo gennaio 2000, anche le banche islandesi sono rientrate nel Fondo di garanzia per investitori e depositanti, attivato tramite l’atto 98/1999. Il Fondo garantisce fino all’equivalente di 20,887 euro, ma dal maggio 2008, proprio a causa del lancio di Icesave, Landsbanki decide di adottare lo schema di garanzia dei depositi usato in Olanda, il cui limite minimo di garanzia sarà poi innalzato da 40.000 euro fino a 100.000 euro. Allo stesso modo, si adottò il modello britannico per il Regno Unito, che garantiva fino a un massimo dell’equivalente di 50.000 sterline.

Con l’imminente nazionalizzazione di Landsbanki, Icesave salta e i correntisti olandesi e britannici perdono i loro depositi. La corte di Amsterdam e quella di Londra chiedono ragguagli a Reykjavík, ma questa si appella alla normativa vigente: garantirà solo cosa gli spetta, non un centesimo in più. Punto. Per tutto il resto, dice l’Islanda, i correntisti possono rivolgersi a Olanda e Regno Unito, che offrono le garanzie nazionali ai correntisti di Icesave per l’intero ammontare dei depositi presenti. Londra e Amsterdam pagano e si rivalgono su Reykjavík, che esborsa circa 4,6 miliardi di euro a fronte di richieste per circa 8 miliardi di euro.

Ora però l’Efta ha detto che no, l’Islanda ha agito nel pieno rispetto delle norme vigenti al momento del caso Landsbanki. Infatti, solo nel 2009 fu introdotta la nuova normativa che garantisce i depositi di correntisti e investitori fino a un massimo di 100.000 euro. Un sollievo per il governo di Reykjavík e per l’Islanda, che a seguito della crisi finanziaria ha dovuto chiedere il sostegno del Fondo monetario internazionale (Fmi) tramite un programma biennale per un totale di 2,1 miliardi di dollari. Debiti, anche in questo caso, ripagati (anche se in parte). È facile immaginare come l’applicazione della nuova normativa in base alle richieste di Londra e Amsterdam, oltre a essere irricevibile, avrebbe avuto un effetto devastante per i conti pubblici islandesi.

La scorsa settimana il presidente islandese Ólafur Ragnar Grímsson ha parlato al World economic forum (Wef) di Davos. Ed è stato un intervento che ha emozionato i presenti. «Dobbiamo lasciare che le banche falliscano, non possiamo essere i responsabili delle malversazioni dei privati», ha detto Ragnar Grímsson. Parole corrette, ma che si devono ricondurre a quello che è il sistema bancario islandese: piccolo, chiuso e altamente finanziarizzato. Come ha ricordato anche la banca danese Danske Bank, che ha seguito da vicino il caso Icesave, «una soluzione come quella assunta dall’Islanda è unica e non si può replicare in alcun modo all’interno dell’eurozona». Parole confermate anche da Ragnar Grímsson che, durante un discorso di inizio 2012, disse di non augurare «a nessuno» la sofferenza passata dai contribuenti del suo Paese dopo il caso Landsbanki.

Insomma, l’Islanda ha vinto una battaglia, ma non la guerra. Ha dovuto pagare a caro prezzo il crac Icesave, sussidiaria di una banca privata islandese, la Landsbanki appunto. Ha però evitato di sborsare ciò che non le era dovuto. Non proprio il ripudio del debito che tanto fa sognare tanti.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria