Mali, Hollande non voleva la guerra e ora dipende da Obama

Mali, Hollande non voleva la guerra e ora dipende da Obama

La conferma è arrivata direttamente dal Quai d’Orsay, per bocca del ministro degli Esteri Laurent Fabius: la Francia ha ottenuto l’appoggio logistico degli Stati Uniti nell’ambito dell’intervento militare in Mali. Sistemi di comunicazione, per intercettare telefoni, radio e computer, aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia, in aggiunta a droni non armati, utilizzati per monitorare i movimenti dei terroristi.

Parigi è l’avanguardia dell’operazione anti-jihadista lanciata venerdì, per bloccare un’avanzata che dal Nord del Paese sembrava marciare, dopo la presa di Konna, alla volta di Bamako. La missione era in programma per l’autunno, e la Francia si sarebbe dovuta limitare a sostenere le truppe della principale organizzazione regionale, l’Ecowas – legittimate dalla risoluzione 2085 dell’Onu – ma il precipitare degli eventi ha imposto una brusca accelerazione. Così Hollande ha dovuto assumere un ruolo di guida, anche se il presidente, che in Sahel sta investendo buona parte del proprio capitale politico, ha già fatto sapere di voler passare ben presto il bastone del comando alle unità africane. Niger, Senegal, Burkina Faso, Togo, Nigeria e Benin hanno già dato la loro disponibilità ad intervenire.

Il processo, però, appare tutt’altro che semplice. Ieri, infatti, da una base navale transalpina ad Abu Dhabi Hollande ha annunciato che la consistenza dell’armée passerà da 750 a 2.500 uomini. Dal canto suo Obama, per quanto condivida gli obiettivi dell’operazione “Gattopardo”, mantiene un ruolo defilato, ma offre un indispensabile sostegno logistico. Gli Stati Uniti si sono dotati da tempo di una poderosa struttura militare nel continente, mossi da considerazioni geopolitiche. Il fondamentalismo islamista rincula dalle montagne dell’Afghanistan e del Pakistan per cercare nuovi santuari del terrore, dal Corno d’Africa al Sahel. Nei Paesi della primavera araba si assiste alla sfida lanciata dall’estremismo salafita. L’Africa occidentale, coi suoi confini porosi, è la porta d’accesso della droga sudamericana, che da lì risale verso il mercato europeo, in un contesto che vede intrecciare gli interessi dei trafficanti e quelli del jihad.

A giugno una lunga inchiesta del Washington Post ha fatto luce sulle operazioni segrete dell’intelligence americana nel continente, conseguenza dell’accresciuto ruolo della Cia nella lotta al terrorismo. Gli Stati Uniti hanno costruito un network di piccole basi aeree per sorvegliare i campi di addestramento dei fondamentalisti. Alcune strutture, come quelle stabilite a Gibuti, in Etiopia e nelle Seychelles, ospitano i droni Predator e Reaper. Nella maggior parte delle basi operano velivoli tradizionali, spesso travestiti da piccoli aerei civili, ma in realtà equipaggiati con sensori in grado di filmare, registrare tracce, captare segnali radio e telefonate.

L’hub chiave di questa rete si trova a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, Paese musulmano, relativamente stabile, in cui il radicalismo non ha messo piede. La sua posizione è strategica, a due passi dal Sahel. Grazie a questa base gli americani possono tenere nel mirino i gruppi fondamentalisti dell’area, in particolare Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. L’Africa Occidentale è un vulcano di tensioni: oltre al Mali, l’islamismo radicale è particolarmente attivo in Nigeria, dove opera un gruppo tristemente noto alle cronache, Boko Haram.

In Africa centrale, dove è stata pianificata l’apertura di una base nel Sud Sudan, il più giovane tra gli Stati del continente, gli aerei americani decollano principalmente dall’Uganda, dove cento militari a stelle e strisce, del reparto Operazioni Speciali, lavorano da più di un anno con le autorità locali nel tentativo di catturare Joseph Kony, il leader del Lord Resistence Army, ricercato per crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Nell’area gli Usa possono contare su una serie di alleati: l’Etiopia, le Seychelles, Paese chiave nella lotta alla pirateria, e il Kenya, in prima fila, assieme allo stesso Uganda, nel fronte impegnato a stroncare la minaccia degli al Shabaab somali. Ma l’hub fondamentale resta quello di Camp Lemonnier, a Gibuti, che si trova a breve distanza tra due santuari del terrore: la stessa Somalia e lo Yemen, sull’altra sponda del Mar Rosso.

È l’approccio securitario a guidare le operazioni americane nel continente, ma l’Africa si aspetta altro da Washington, un deciso sostegno sulla strada del rafforzamento della democrazia e dello Stato di diritto. «Il futuro è nelle vostre mani», aveva detto Obama nel celebre discorso di Accra, in Ghana, nel luglio 2009, con il quale aveva alimentato la speranza che gli Usa avrebbero sostenuto la battaglia per la good governance. A quattro anni di distanza, però, l’amministrazione democratica non ha lanciato grandi progetti, come il trade pact dell’era Clinton – che garantì vantaggi fiscali alle merci del continente – o la mossa di George W. Bush, che stanziò miliardi di dollari per la lotta all’Aids. Gli africani continuano a considerare Obama come uno di loro, ma attendono con ansia un gesto eclatante, un’iniziativa storica, perché la prosa presidenziale non seppellisca del tutto la poesia.

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