Public company, ritorno al futuro del capitalismo italiano

Public company, ritorno al futuro del capitalismo italiano

Nel quadro di generale sofferenza economica e sociale, un contraccolpo positivo della crisi è l’avere messo alle corde le banche che tenevano bordone al sistema di relazioni, favori e affari pasticciati su cui è campata finora una buona parte dei grandi capitalisti italiani. Il film che le cronache raccontano è l’avvio della graduale rottamazione di quel mondo di intrecci che va sotto il nome di «galassia del Nord». Un mondo che comprende(va) le grandi banche, le fondazioni, le principali assicurazioni, gruppi come Pirelli, Rcs, Impregilo, Telecom Italia, e molti altri. 

Finita l’esuberanza finanziaria che permetteva di coprire le falle, si è dovuto fare di necessità virtù. E avviare una «rivoluzione in disciplina, semplicità e focus per migliorare il ritorno agli azionisti», come l’ha chiamata il nuovo amministratore delegato delle Generali Mario Greco. La “rivoluzione” è partita l’estate scorsa, grazie a una singolare coincidenza di circostanze. Spread risalito ai massimi, titolo ai minimi, azionisti insoddisfatti e scontri di potere hanno fatto deflagrare il vecchio patto, che consentiva di scambiarsi favori senza che nessuno rispondesse di nulla. 

In quel momento Mediobanca, il principale azionista delle Generali, era impegnata a salvare il miliardo di crediti concessi alla Fondiaria Sai dei Ligresti, ma ha avuto l’intelligenza di scaricare le tensioni a valle. Per non subire passivamente la rivolta montante fra i gli altri soci rilevanti, infatti, l’a.d. di Mediobanca, Alberto Nagel, ha assecondato l’onda e si è in qualche modo intestato la svolta, sancita dalla nomina di un nuovo capoazienda a Trieste.

Tante volte in passato Piazzetta Cuccia ha sostituito i capi delle Generali, con l’atteggiamento del padrone che licenzia il cameriere. Lo scorso luglio, però, per cacciare via l’a.d. Giovanni Perissinotto, è stato necessario catalizzare i mal di pancia dei soci e accettare una sfida vera: la revisione radicale degli assetti di governo e delle strategie. Da una situazione di «governance opaca, di carenza di trasparenza nei processi decisionali e da priorità strategiche complicate e talvolta anche in conflitto», per usare le parole di Greco, a un assetto che delinea una sorta di ritorno al futuro per la finanza italiana.

«Siamo una public company». Era il 1998 quando un manager, tal Rossignolo, espresse il desiderio che la Telecom Italia non avesse singoli soci di comando, ma un capitale diffuso sul mercato. Sono passati 15 anni e si sa come è andata a finire (Generali ci ha perso un bel po’ di soldi). Stavolta, è Greco ad evocare la terra promessa del capitalismo italiano, abitata al momento da una sola grande impresa, la Prysmian. È impegno rilevante, che implica scelte coerenti nel tempo e focus sui risultati di breve come di medio-lungo periodo. Una public company è semplicemente una società quotata con azioni diffuse fra il pubblico. Presenta diversi vantaggi e potenzialità, ma non è geneticamente immune agli abusi, come gli scandali societari negli Stati Uniti dimostrano.

Nel dibattito italiano, l’idea public company è stata invece presentata come panacea per i tanti mali del capitalismo relazionale italiano (assenza di capitali, gestione nell’interesse di pochi, abusi, connivenze). Nella realtà, l’azionariato diffuso e l’assenza di un pacchetto di maggioranza in mano a uno o più soci di riferimento, non bastano. Senza regole forti, chiare e precise responsabilità al suo interno e un ambiente economico favorevole (presenza di investitori istituzionali orientati a creare valore in modo sostenibile nel tempo), la public company degenera.

La rivoluzione promessa da Greco, «prendere decisioni nell’interesse degli azionisti, grandi e piccoli», accelera la destrutturazione già avviata di tutta la galassia del Nord. Sempre a luglio, in Impregilo, Mediobanca non è stata in grado di difendere Gavio, suo storico socio e alleato. Il peso lobbistico di un uomo chiave nelle relazioni fra Mediobanca, Unicredit e grandi titoli di concessioni pubbliche (autostrade, aeroporti), come Fabrizio Palenzona, dà segni di cedimento. Rcs, Telecom Italia, Pirelli, e tante altre partecipazioni a valle in cui Generali è sempre stata usata come bancomat per le operazioni di sistema o di salotto, saranno un importante banco di prova per Greco. Al riguardo, il manager è stato netto ma al tempo stesso prudente. Non si è sbilanciato, per esempio, sulla malandata Rcs («valuteremo se restare»): sarà interessante verificare se fra «le condizioni interessanti» che Greco richiede per investire soldi, c’è anche l’autonomia del management e la governance materiale della società che pubblica il Corriere della Sera.

Curiosamente, tutto questo avviene mentre il mondo delle Coop ha trovato udienza nel salotto buono, attraverso l’operazione Unipol-FonSai, con cui qualcuno ha forse sperato di rimpiazzare i Ligresti con energie più fresche. Ma ormai è troppo tardi per mettere i rattoppi. Le difficoltà di un Marco Tronchetti Provera a corto di denari e la poca voglia di alcuni grandi azionisti a rinnovare il patto di sindacato della Pirelli segnalano che non è più tempo di partecipazioni strategiche. Alla fine Tronchetti è riuscito a racimolare qualche decina di milioni coinvolgendo investitori privati molto lontani dalla ribalta, ma il patto di sindacato sarà rinnovato solo per 12 mesi. Per Pirelli sembra delinearsi dunque un futuro da public company, anche se qui il processo è più graduale che altrove.

Presto o tardi anche le grandi banche saranno investite dalla piccola grande rivoluzione. Con le fondazioni bancarie rimaste quasi tutte senza soldi, costrette addirittura a vendere partecipazioni (come è il caso della Crt) per riequilibrare la struttura finanziaria, il processo è inevitabile. Da Francoforte, il presidente della Bce Mario Draghi segue con interesse. La predilezione di Draghi per una governance da public company è nota sin dai tempi in cui era alla direzione generale del Tesoro. E non è un caso che il Testo unico della finanza, che sposa tale impostazione, sia stato ribattezzato legge Draghi. Di tale impostazione  Draghi è convinto tuttora. E a maggior ragione quando si parla di istituzioni finanziarie, per le quali, da governatore della Banca d’Italia, ha sollecitato sistemi di amministrazione e controllo trasparenti e amministratori competenti. Purtroppo, durante il suo mandato in Via Nazionale, tutto ciò è rimasto in buona parte lettera morta, con l’unica eccezione, sul finale, del caso Bpm, a cui è stato imposto un drastico cambio di direzione. Forse i tempi non erano maturi. 

Oggi le forze macroeconomiche, gli orientamenti dei regolatori, le attese degli investitori e le aspettative sociali muovono tutte nella stessa direzione: un rinnovamento radicale negli assetti e nei meccanismi di governo delle imprese e un focus sul business vero e sui risultati operativi. Questo nuovo scenario, che è un salutare scossone per la galassia del Nord, minaccia la funzione storica di Mediobanca quale garante e arbitro degli equilibri. La crisi porta anche un’opportunità per cambiare strategia e ridefinire la propria missione. Perciò merita attenzione la lenta manovra che Nagel sta attuando per far sì che Mediobanca continui ad essere una banca che fa accadere le cose, e non una di quelle che guardano le cose che accadono.

Da qualche mese, infatti, Nagel ha intrapreso un fitto dialogo con i maggiori fondi attivisti su scala internazionale, ai quali Mediobanca si propone come facilitatore o catalizzatore per le opportunità di investimento in Italia. A che pro? Un fondo d’investimento con un approccio da shareholder activist punta a mettere sotto pressione gli amministratori e orientarne, dal basso, le scelte, e a prima vista, è un antagonista della funzione che ha sempre svolto Mediobanca, prima e dopo Cuccia. È anche vero che qualche volta la banca si è appoggiata a questi fondi (si veda per esempio, il ruolo di Amber in Bpm e FonSai) per portare avanti i suoi affari, e che Nagel vanta buoni rapporti con il Davide Serra di Algebris.

La realtà è che Mediobanca non ha più la forza per tenere in piedi il vecchio sistema né per garantire la sopravvivenza ai suoi protetti che si chiamino Ligresti o Tronchetti: la scelta è se farsi travolgere dal cambiamento o accompagnarlo. Nagel è uscito vivo ma malconcio dall’operazione Unipol-Fondiaria Sai. Ha salvato i crediti di Mediobanca, ma a al prezzo di una reputazione scesa ai minimi e di un avviso di garanzia per il presunto accordo segreto con i Ligresti in cui prometteva una buona uscita occulta (funzionale a evitare l’Opa, da cui l’accusa di ostacolo alle autorità di vigilanza). Le indagini giudiziarie in corso a Torino e a Milano, inoltre, potrebbero arrivare a prospettare un ruolo più invasivo di Mediobanca negli ultimi dieci anni di gestione Ligresti, che coincidono con quelli di Nagel alla guida operativa di Mediobanca.

Per le troppe lacerazioni e strappi, il banchiere sa anche che l’operazione Unipol-FonSai potrebbe essere l’ultima condotta secondo il vecchio stile della casa. La prossima volta rischierebbe la stessa sorte di Cesare Geronzi o di Giovanni Perissinotto, e per molti versi ci è andato vicino. Una profonda revisione strategica perciò si impone per continuare ad essere il principale cancello di ingresso ai grandi affari in Italia. Ma con mezzi nuovi: da strenuo difensore dei salotti, a prudente regista della rottamazione o del superamento dei salotti stessi. Per lo meno questo sarebbe il pitch, la presentazione che le banche d’affari fanno ai clienti, con cui Mediobanca sta avvicinando diversi fondi di investimento, che già da mesi stanno esaminando occasioni di intervento in Italia. Di potenziali operazioni da condurre all’insegna del rilancio strategico delle imprese, del rinnovamento del management e degli assetti di governo, non ne mancano certo. Il rinvio di Basilea 3, e quindi dell’urgenza di ridurre la quota in Generali, permette a Piazzetta Cuccia di affrontare questa fase con più calma.

Il tempo dirà se la via che Nagel sta iniziando a esplorare è l’inizio di una metamorfosi o solo un opportunistico cambio di pelle per tentare di contenere lo smottamento dei salotti. Il processo è in corso, e gli esiti sono aperti, dentro e fuori le mura di Piazzetta Cuccia. Comunque, è segno dei tempi che Mediobanca abbia iniziato a convergere su una visione del capitalismo che vent’anni prima, nella stagione delle grandi privatizzazioni guidata da Draghi, aveva fieramente contrastato.

Twitter: @lorenzodilena

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