Riusciranno gli eroi del Pd a perdere un’elezione vinta?

Riusciranno gli eroi del Pd a perdere un’elezione vinta?

Ci mancava solo lo scandalo Mps. L’ennesimo ostacolo dopo l’inattesa resurrezione del Cavaliere, l’ingombrante ritorno di Ingroia e l’insospettabile ripresa di Beppe Grillo. E adesso i sondaggi si fanno preoccupanti: il Partito democratico rischia di tornare sotto quota 30 per cento. Riusciranno i nostri eroi a perdere un’elezione considerata già vinta? L’obiettivo non è facile. Ma qualcuno ce la sta mettendo tutta.

E sì che il vantaggio era parecchio. Tra estate e autunno il Pd era riuscito a monopolizzare il dibattito politico in Italia. La lunga battaglia delle primarie aveva acceso i riflettori sul partito di Bersani. Una campagna elettorale tutta interna al centrosinistra voluta con coraggio – e grande intuizione – dal segretario. Risultato: a novembre la coalizione Pd-Sel era già pronta per andare Palazzo Chigi. Cresciuta in maniera smisurata nei sondaggi. Ormai convinta di essere destinata alla guida del Paese.

E chi non lo era? Gli avversari non erano in svantaggio, proprio non c’erano. La lenta disgregazione del Pdl pareva aver segnato la fine irreversibile di un’epoca. E non sono stati pochi a sorridere, tra i dirigenti Pd, quando Silvio Berlusconi ha annunciato la sua ridiscesa in campo. La sesta. Altrettanto innocuo sembrava Mario Monti. Quasi nessuno credeva a una sua candidatura. Dopotutto se il Professore avesse deciso di rimanere a bordo campo per lui era già prenotato – proprio con i voti del Pd – un appartamento al Quirinale.

Prima di Natale il nuovo governo era quasi pronto. Altro che elezioni, il confronto riguardava già il post voto. Chi parteciperà all’esecutivo? Sui giornali giravano i primi accordi sulle liste dei ministri. La spartizione correntizia delle poltrone più importanti. Unico grande dubbio: Matteo Renzi entrerà al governo o rimarrà a Firenze? A nessuno era venuto in mente che dopotutto la possibilità di non vincerle, quelle elezioni, ancora esisteva. Guai a rinominare la gioiosa macchina da guerra del ’94. O peggio, l’incredibile rimonta del Cavaliere di 12 anni dopo, quando Romano Prodi si trovò al governo senza una maggioranza in Senato.

Eppure oggi le certezze iniziano lentamente a scomparire. In meno di un mese a Largo del Nazareno ci si è resi conto che il ritorno del Cavaliere è stato tutto fuorché una barzelletta. Il Pdl che sembrava in via di decomposizione si è stretto – spesso suo malgrado – attorno al vecchio leader. L’asse Pdl-Lega ormai ha raggiunto il 30 per cento. E potrebbe crescere ancora nonostante le recenti, imbarazzanti, uscite del Cav. Intendiamoci, Berlusconi non vincerà le elezioni. Di questo dovrebbe essere certo anche il diretto interessato. Ma le probabilità che un exploit elettorale dell’ex premier possano precludere la vittoria anche al centrosinistra si fanno sempre più concrete.

Nel frattempo Monti è sceso in campo. E se la sua non è certo una marcia trionfale – difficilmente l’alleanza costruita attorno al premier supererà il 15 per cento dei voti – una parte dell’elettorato vicino al centrosinistra si è trasferita con il Professore. Nelle ultime settimane si sono aggiunti altri imprevisti. L’ex pm palermitano Antonio Ingroia ha iniziato a calamitare verso la sua Rivoluzione Civile buona parte degli elettori più di sinistra. Chiedere conferma a Nichi Vendola. Come se non bastasse ci si è messo anche Beppe Grillo. Il fenomeno Cinque Stelle sembrava essersi sgonfiato (così almeno dicevano gli esperti di flussi elettorali). Sono bastate due settimane di comizi in giro per l’Italia per riprendere quota. Quanto vale oggi il blogger genovese? Tra il 13 e il 15 per cento, secondo i sondaggi. È la terza opzione politica in campo. 

Ora l’ultimo grande ostacolo, lo scandalo Mps. Difficile immaginare quanto possa danneggiare il Partito democratico. Certo il contraccolpo inizia a sentirsi. Stando ai dati presentati da Euromedia Research – l’istituto di fiducia del Cavaliere – la vicenda senese sarebbe già costata al centrosinistra quasi due punti percentuali. Chissà se è vero. Nel dubbio il segretario Pdl Alfano ha chiarito che i suoi martelleranno sull’intreccio Pd-banche fino al giorno del voto. Basta sfogliare qualche quotidiano d’area per farsi un’idea. 

Lentamente, il Pd comincia a scendere nei sondaggi. Probabilmente si tratta di un assestamento fisiologico dopo la crescita legata alle primarie (e alle parlamentarie). La si può mettere come si preferisce, ma il partito di Bersani rischia di tornare sotto al 30 per cento. La distanza con il centrodestra si affievolisce. E per fortuna che non ci sarà il confronto tv tra i leader. Per Berlusconi – indubbiamente più capace in tema di comunicazione – la sfida in prima serata poteva rappresentare un altro vantaggio. Intelligentemente Bersani ha posto una condizione necessaria: se sarà confronto, ci dovranno essere tutti e sei i principali leader politici. Costringendo il Cavaliere a rinunciare. 

I timori restano. Massimo D’Alema lancia l’allarme. Intervenuto a Cagliari per un incontro elettorale, l’ex premier ha avvertito i suoi: «Non vorrei che il Pd fosse sicuro di avere già vinto». Sono in molti a pensarla così. Come se non bastasse, il sistema di voto renderà tutto più difficile. Molto probabilmente il Porcellum consegnerà alla prossima maggioranza un Senato ingovernabile. Colpa del complesso sistema di attribuzione dei premi di maggioranza. La vittoria del centrosinistra è già mutilata: l’accordo con Monti è quasi certo. Un altro stop in campagna elettorale metterebbe a rischio anche il progetto di un governo con il Professore. 

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