Un brigatista resta un brigatista. Anche a un funerale

Un brigatista resta un brigatista. Anche a un funerale

Perché essere ipocriti, perchè non rivelare anche i nostri, di sentimenti, come hanno fatto «loro» a pugni chiusi verso il cielo, e cantando e rivendicando un’epoca, sincera e onesta cerimonia d’accompagno politico per il compagno Prospero ch’era volato via? Perché fermarci a quel paradigma borghese, secondo cui la loro protervia gestuale era «un’offesa alle vittime del terrorismo» e così ripararci il cuore da sussulti più vasti e dolorosi, che potrebbero – come in realtà devono – ricondurci a un territorio libero, più definito, senza gli infingimenti e persino le troppe sensibilità che hanno tenuto insieme il rapporto della società cosiddetta civile con la vita (postuma) dei brigatisti?

Perché non dire invece con chiarezza quel che le immagini restituivano plasticamente nella loro “bellezza” e ci verrebbe naturale evitare persino le virgolette di circostanza perché per loro, i terroristi, tutto quel che è stato è stato bellissimo, totalmente da rivendicare, con l’orgoglio umano e politico di storie e passioni travolgenti, che hanno segnato la nostra vita e le loro vite. Perché non ammettere – finalmente! – che gente così è fiera di quel che ha fatto, delle umanità che ha spezzato, dei morti che ha prodotto. E che la nostra traduzione edulcorata e politicamente corretta, vista oggi con gli occhi della storia e trentacinque anni sulle spalle, è prima di tutto una mancanza di rispetto verso noi stessi.

È come se l’imbarazzo più evidente toccasse a quelli che il dolore lo hanno subìto, quelli che nelle analisi o nei dotti simposi ancora oggi non sanno bene come chiudere il cerchio di una storia eccezionale che ha flagellato l’Italia, quelli che non li chiamano assassini e basta, quelli che vogliono sempre e comunque scovare una lama di luce nei loro circuiti, nelle anime perse, persino al fondo del loro cuore.

Questa è gente che ancora oggi ammazzerebbe, ve ne fossero le condizioni ed età più muscolari e non cadenti come reduci persi, e che sicuramente lo rivendica nelle occasioni comuni e affettive come può essere la perdita dolorosa di un compagno. E perché poi dovrebbe essere diversamente, se tutti noi portiamo con orgoglio la nostra storia politica, i nostri eccessi, guardiamo con tenerezza alle nostre debolezze di un tempo, agli ultra abusati sbagli giovanili, a tutto ciò che è patrimonio personale. E quando le cose arrivano oltre l’estremo, come il lucido progetto di chiudere consapevolmente la vita di un uomo indifeso, l’infinita vigliaccheria del gesto si sublima in una causa superiore, com’è il rovesciamento di un ordine costituito e sommamente ingiusto.

Questo tipo di assassinio non prevede il pentimento, meno che mai quello cristiano, non contempla ripensamenti postumi, e ci dovrebbe favorire nella comprensione del fenomeno e lucidamente spalancarci le porte a un rapporto più chiaro, che attribuisca ad ognuno un orgoglio di appartenenza. Non possiamo rubare ai terroristi la purezza dei gesti e delle intenzioni, sarebbe un’operazione disonesta e totalmente ipocrita, non si può sempre immaginare una “seconda possibilità” quando la prima ha avuto già la sua impeccabile e irreversibile definizione.

Dunque, quei pugni chiusi, quell’orgoglio, quell’ostentazione di un passato orrendo, non ci offendono. Non possono offendere. Rendono semplicemente la storia più onesta, più comprensibile anche alle nuove generazioni. Vecchi e bolsi, i brigatisti paiono figurine ingiallite dal tempo e se c’è una cosa davvero incredibile è semmai come soggetti di questa condizione abbiano potuto tenere lo Stato sotto scacco. Ma questa è probabilmente un’altra storia, ancora non riscritta. Restano frammenti, quel borsello di Curcio su una spalla, l’eterno chansonnier Scalzone, gli occhi ancora feroci della Balzerani e una strana solitudine che accompagnava il viaggio del compagno Gallinari a un’altra vita. Quel senso di nostalgia per una meravigliosa avventura doveva esserci, ritrovandosi. È il riconoscimento agli sconfitti. Anche se noi non abbiamo vinto e l’Italia è rimasta una brutta società.  

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