Mi consentoUn peccatore è per sempre, marchiato a vita. Vero, Giannino?

Un peccatore è per sempre, marchiato a vita. Vero, Giannino?

Per quanto tempo una persona è costretta a pagare un errore commesso? Quanto tempo deve attendere per ottenere la riabilitazione “sociale” dopo, invece, aver conseguito da decenni quella giudiziaria? Le domande sorgono spontaneamente dopo aver letto, non senza incredulità, la lettera di Oscar Giannino, candidato e leader di Fermare il declino, al Fatto quotidiano. L’incredulità è legata sia alla vicenda in sé sia alla diretta conoscenza di Giannino e quindi delle sue idee in tema di giustizia e garantismo.

Ma veniamo alla vicenda. Ieri il quotidiano diretto da Antonio Padellaro, nell’ambito di una campagna stampa che va avanti da giorni sull’impresentabilità di alcuni candidati, ha dedicato un titolone proprio al movimento guidato da Giannino. E, soprattutto, a un suo candidato in Sicilia, tale Giosafat Di Trapani, oggi dirigente di Confindustria Sicilia, «inquisito – leggo sul Fatto – da Giovanni Falcone e condannato nel gennaio del ’92 a un anno e otto mesi per favoreggiamento di don Vito Ciancimino». In sostanza, leggo sempre sul Fatto, «Di Trapani fece da prestanome intestandosi alcuni libretti a risparmio con poche decine di milioni, gli spiccioli». I fatti risalgono al 1984, Di Trapani aveva vent’anni. Venne condannato per favoreggiamento.

Oggi Giannino scrive una lettera al Fatto quotidiano e annuncia di aver depennato Di Trapani dalla lista per la Camera. Il quotidiano ostenta nel catenaccio: “Giannino legge Il Fatto e cancella il candidato Di Trapani”. Vittoria giornalistica, dunque. Hip hip, urrà.

Nella lettera, Giannino ringrazia la stampa libera per avergli fatto scoprire ciò che era sfuggito ai ferrei controlli della sua associazione. “Giosafat – scrive – è da anni impegnato in prima fila nella battaglia contro la mafia. I nostri coordinatori hanno raccolto con evidenza inoppugnabile delle tante iniziative antimafia di Giosafat, delle sue costituzioni come parte civile in procedimenti contro l’estorsione mafiosa, e contro le infiltrazioni nei cantieri a Carini e Brancaccio”. Eppure… “Ieri abbiamo appreso ciò che nel suo casellario giudiziario non risultava (sic!, quindi Il Fatto ne sa più del casellario giudiziario, ndr). Cioè la condanna in primo grado per favoreggiamento semplice verso Ciancimino. Condanna poi esitata in proscioglimento per prescrizione”.

Tutto questo, però, non basta. Non basta – spiega Giannino – perché è venuta meno la fiducia. “Noi di quella condanna poi prescritta lo abbiamo appreso da voi, non da lui. E questo non può andarci bene. Perciò vi ringrazio di quanto scritto». E Giosafat non sarà più candidato.

Ricapitolando, il casellario del signor Di Trapani è lindo e pinto, se lo ferma la polizia per strada non trova nulla quando gli agenti chiamano in centrale. Epperò nel casellario del Fatto risulta una condanna in primo grado poi prescritta in Appello. E, soprattutto, di tutto questo il Di Trapani – già al centro di un caso di omonimia – non aveva fatto menzione a Giannino, probabilmente dopo una richiesta specifica, e quindi è venuto meno il loro rapporto di fiducia.

Basta leggere i commenti alla lettera di Oscar pubblicata sul sito di Fermare il declino per rendersi conto del clima. Gli osanna per la decisione di Giannino si sprecano. Leggendoli tutti ci si rende conto di un clima da corrida: il condannato viene dato in pasto ai leoni e il popolo va in visibilio. Scene che un tempo al giornalista Giannino avrebbero fatto orrore.

Ecco, su questo vorrei soffermarmi. Posso comprendere la decisione di Giannino e la sua motivazione (“ha tradito la mia fiducia, non posso candidarlo”), posso comprenderla perché in un sol colpo ha sottratto al Fatto quotidiano e a tutti gli altri giornalisti la possibilità di inchiodarlo al “condannato amico di Ciancimino” in lista, che sarebbe diventato un refrain scappa-voti. Ma non posso esimermi dal porre il tema, certamente vintage, cui ho accennato all’inizio dell’articolo: quando si finisce con l’espiare i propri peccati? Quando una pena può considerarsi estinta (visto che non c’è traccia nel casellario del Di Trapani)? Quando una riabilitazione può essere realmente socialmente accettata?

Provo a insistere. È vero che il Di Trapani ha nascosto a Giannino e a Fermare il declino la propria condanna. E mi domando: ma quand’è che il Di Trapani potrà nascondere anche a se stesso un reato per cui pagato quel che c’era da pagare? Quand’è che potrà pensare pirandellianamente a una nuova esistenza? La risposta è mai. Dovrà portarsela dietro per sempre. È terribile, se ci pensate. La riabilitazione di cui parlava quel tale Cesare Beccaria (che oggi sul Fatto, e non solo, sarebbe quotidianamente deriso) è un concetto buono tutt’al più per riempire d’inchiostro qualche libro. Ne sa qualcosa la signorina Erika di Novi Ligure.

Comprendo bene di non poter accollare a Giannino l’onere di invertire un trend culturale che è dominante nel nostro Paese da almeno vent’anni. Eppure da una forza nuova come Fermare il declino ci si dovrebbe aspettare anche questo. Perché ad assecondare il corso del fiume son bravi più o meno tutti, il difficile è risalire controcorrente.

p.s. Conosco personalmente Oscar Giannino avendo lavorato con lui al Riformista. E sono certo che se non avesse fondato un movimento politico, avrebbe scritto più o meno un articolo simile.  

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