Agli imprenditori che esportano conviene l’instabilità

Il paradosso – Elezioni ed export

Sembra un paradosso, ma gli imprenditori dovrebbero tifare per l’ingovernabilità. Almeno quelli che stanno resistendo alla crisi perché orientati all’export fuori dall’area euro. I molti report sulla situazione politica italiana diffusi in questi giorni dalle banche d’affari concordano su un punto: qualora uscisse dalle urne una maggioranza chiara, l’euro si rafforzerebbe ulteriormente. Una situazione che rende meno competitive le nostre imprese. Negli ultimi sei mesi la moneta unica ha guadagnato il 7,42%, passando da 1,247 dollari dello scorso agosto agli attuali 1,32 dollari. Circa un mese fa Gilles Moec, capo delle analisi macro europee di Deutsche Bank, calcolava che, in base ai flussi commerciali dei singoli Paesi comunitari e dell’andamento della domanda per l’export, la soglia d’allarme per l’Italia è a quota 1,17 dollari. Un’asticella molto più bassa rispetto all’1,54 della Germania e all’1,24 dollari della Francia.

Danske Bank, in uno studio dedicato alle elezioni italiane, evidenzia che «se il centro-sinistra guadagnasse abbastanza preferenze da riuscire a formare una maggioranza in entrambe le Camere, ci aspettiamo una contrazione dello spread dei bond italiani, e un rafforzamento del cross euro/dollaro. In ogni caso, la reazione dipende molto dalla stabilità della maggioranza e dalla volontà di fare riforme». «Per gli investitori – spiega Danske Bank – l’esito maggiormente favorevole sarebbe una coalizione di centro-sinistra con la possibilità di formare una maggioranza senza Sel e con più poteri possibili a Monti». Tuttavia, ammoniscono gli analisti dell’istituto di credito, «se il centro-sinistra non dovesse ottenere la maggioranza in Senato, ci aspettiamo un allargamento dello spread sovrano italiano e un’indebolimento del cross euro/dollaro». Crédit Agricole, invece, stima che nei giorni precedenti all’appuntamento elettorale italiano la valuta comunitaria non subirà movimenti rialzisti o ribassisti repentini, ma lo stesso non si può dire a partire da lunedì pomeriggio. 

Al di là del responso che verrà dalle urne, i numeri dell’Istat relativi a dicembre 2012 sono preoccupanti. Rispetto allo stesso mese del 2011, l’istituto guidato da Enrico Giovannini registra una flessione tendenziale sia per l’export (-3,7%) sia per l’import (-6,4%), che si accentua se misurata in termini di volumi esportati (-6,7%) e importati (-8,1%). Fortunatamente i Paesi extra Ue continuano a tirare, visto che il saldo positivo per 2,2 miliardi evidenziato un paio di mesi fa deriva da un surplus di 3,3 miliardi, che fa da contraltare a un disavanzo con i paesi Ue nell’ordine di 1,2 miliardi di euro. I Paesi più dinamici sono Giappone (+19,1%), Usa (+16,8%) e Svizzera (+10,8%), mentre in marcata flessione risultano le vendite verso India (-10,3%), Cina (-9,9%) e Spagna (-8,1%). Positivo per 11 miliardi anche il saldo commerciale: se un surplus così elevato non si vedeva dal ’99, è altrettanto vero che il dato nasconde una flessione degli acquisti del 5,7% anno su anno.

Tanto per dare un termine di paragone, il surplus della bilancia commerciale tedesca si è attestato a dicembre 2012 a 16,8 miliardi, mentre l’avanzo complessivo ammonta a ben 188,81 miliardi. Rispetto al 2011, le esportazioni tedesche sono cresciute del 3,4% a quota 1.100 miliardi di euro.

I migliori distretti italiani per performance (Fonte: Intesa Sanpaolo)

Più rassicuranti i numeri presentati da Intesa Sanpaolo nel V Rapporto sui distretti industriali, indagine che prende in esame 49mila aziende analizzate. Per Ca de’ Sass «Le imprese distrettuali presentano una più elevata propensione sia a esportare sia a investire all’estero. Il 41% circa delle imprese distrettuali esporta; nelle aree non distrettuali questa quota è di molto inferiore e si colloca al 30%. Inoltre, il numero delle partecipate estere ogni 100 imprese è pari a 34 nei distretti, mentre nelle aree non distrettuali si ferma a 25. In particolare, tra le imprese distrettuali vi sono più investitori (8,9% delle imprese contro 7,1% per le aree non distrettuali) e ogni investitore ha una presenza più capillare». Insomma, qualunque sia la scelta degli italiani, un barlume di speranza rimane. 

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