Viva la FifaAlessio è meglio di Conte: lo dicono numeri e tattica

Alessio è meglio di Conte: lo dicono numeri e tattica

Che bella l’Inter di ieri sera. Di quella bellezza che rischia però di mascherare certi difettucci fisici. Partiamo dalle cose buone. Una su tutte: il ritorno di Andrea Stramaccioni al tridente. Lo stesso tecnico nerazzurro, nella conferenza stampa post-partita, si è reso contro che questa è l’unica via: «Lavorerò fino all’ultimo per giocare così. Per storia e per marchio, l’Inter non può prescindere da certi atteggiamenti e da certi giocatori». Ovvero Palacio, Milito e Cassano. Anche l’Inter, se vuole, può alzare la cresta. Con Palacio a lavorare per la squadra, Milito che si inserisce sfruttando gli spazi e un Cassano che sembra abbia la colla nei piedi, tutto è possibile. Soprattutto grazie a Fantantonio, che con il suo 7° gol in campionato e le sue 5 sponde contro il Chievo è apparso in giornata di grazia. Uno stato aiutato dal piano tattico. Stramaccioni torna alla difesa a 4 e mette 3 mastini a centrocampo. È il loro il compito più difficile, perché devono correre per coprire i 3 là davanti che non sempre tornano. Kuzmanovic è apparso in ripresa rispetto al disastro di Siena, Cambiasso e Gargano due giganti. Ha sorpreso soprattutto l’ex Napoli: 3 tiri, 7 recuperi, 42 passaggi azzeccati su 46, un tiro parato da Puggioni e uno che va sul palo su punizione. Insomma, l’impressione è che l’Inter messa così in campo sia più logica e coerente con il lavoro di Strama: 3 punte in avanti e dietro tutti a lavorare. Resta da capire se uno come Guarin (ieri squalificato) può stare in un centrocampo così. E, soprattutto, resta da capire perché la difesa ogni tanto si spegne, lasciando gli avversari liberi di colpire spesso di testa. E dire che Ranocchia è così alto.

Se l’Inter sembra una signorina capace di mascherare le imperfezioni fisiche, il Milan assomiglia di più a un uomo di mezza età che per compensare a certe mancanze si compra il Suv. Il centrocampo non ‘tira’? E vabbè, c’è il tridente fantasia in avanti. Peccato che senza i palloni da dietro, le punte rischiano di girare a vuoto. Al centro manca soprattutto Montolivo, che con i suoi 751 passaggi stagionali in attacco irrora il reparto avanzato. E così, il 4-3-3 iniziale di Allegri serve a poco, contro un Cagliari arricciato tutto indietro. I numeri dicono che il baricentro del Milan è tutto in avanti (57 metri), mentre quello sardo è molto basso (47 metri): una attacca con un gran possesso palla (62% totale) ma a vuoto, una difende con ordine e va pure in vantaggio, visto che la difesa si concede almeno un black-out a partita (stavolta l’autore è Zapata). Così il tecnico rossonero non può far altro che affidarsi al modulo a lui più congeniale quest’anno, il 4-2-3-1. Ma manca El Shaarawy: il faraone sta attraversando una normale fase di stanca, ma senza i suoi tagli il Milan difetta in dinamismo. Poi ci sono il rigore (giusto), l’8° su 8 di Balotelli, il gesto a zittire il pubblico e il derby fra due settimane. Al quale arriveranno due squadre che rischiano di essere speculari, tra 4-3-3 e buchi in difesa.

Il dubbio sempre più insistente è che Alessio stia facendo meglio di Conte. Cari juventini, fate un bel respiro per non arrabbiarvi – non abbiamo nulla contro il tecnico campione d’Italia in carica – e guardate un po’ di numeri del suo vice: 29 punti in 13 partite (considerando anche quelle di Champions) per la Juve con Alessio in panchina. Vale a dire 2,2 ogni 90 minuti, mentre Conte è fermo a 1,9. Ci sarebbe poi un altro aspetto da considerare, ovvero quello della duttilità tattica, unita alla mentalità. A Parma, per esempio, Conte non vinse la partita perché continuò a spingere e si beccò il pareggio quando poteva invece alzare la coperta: non sempre tirare i remi in barca è sinonimo di arretratezza tattica. Alessio è invece uno che di coprirsi non si vergogna. Sa quando è l’ora di alzare il pedale dall’acceleratore. Contro la Fiorentina, il 3-5-2 ormai classico dei bianconeri ha avuto vita quasi facile contro una Fiorentina speculare nel modulo e nelle intenzioni. E qui i numeri non c’entrano. Se li si guarda, molti pendono dalla parte dei viola, a cominciare da possesso palla e vantaggio territoriale (53 e 49%) fino alla percentuale di passaggi positivi (85%). Il problema è ormai noto: se vai allo Juventus Stadium e ti copri per ripartire, allora puoi farcela. Se ti esponi, le prendi. E la Juve in queste situazioni si esalta, con Pirlo a rifinire, Vidal che accompagna ogni azione d’attacco e Matri che si è sbloccato. Lo stesso Matri a 15 dalla fine lascia il posto a Pogba: un centrocampista che corre e che infoltisce il reparto, sul 2-0. Questo cambio Conte lo avrebbe fatto?

Nuova Roma, vecchia Roma. In Italia è facile sperare di aggrapparsi a un nuovo allenatore sperando che questo risolva i disastri di quello precedente. Così come è facile massacrarlo se non ce la fa. Diciamo che nelle intenzioni Andreazzoli non ha fatto male. Il primo diktat era: non prenderle. Così il nuovo tecnico ha fatto quello che Zeman avrebbe bollato come orrore calcistico: ha infoltito il centrocampo, mantenendo la difesa a 3 ma togliendo il tridente: 3-4-1-2. Stessa qualità di gioco, ma migliori ripartenze. E la Roma del primo tempo riparte più volte, contro una Samp arroccata nel 3-5-1-1 e persa nei continui fraseggi di Lamela, Pjanic e Totti. Ma come al solito, basta poco per mandare i giallorossi in crisi, togliere loro sicurezza. A Delio Rossi basta mettere il 4-4-2 e abbassare De Silvestri per contenere Lamela, mentre De Rossi perde una palla che innesca l’1-0 prima e si fa sfuggire Icardi poi. Se anche i senatori mostrano segni di cedimento, il gioco è fatto. Per gli avversari.
 

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