Altro che festival dell’unità, è il Sanremo del perbenismo

Altro che festival dell’unità, è il Sanremo del perbenismo

SANREMO – Non è il Festival dell’unità. No. Gli autori di Sanremo 2013 ne sono sicuri, lo ripetono, lo dicono fino allo sfinimento. E per fortuna, l’edizione di quest’anno non è stata all’insegna della campagna elettorale. O almeno, per la prima ora. Poi è arrivato Maurizio Crozza. Alcuni fischi dalla platea, opera dei soliti noti, e tanta convenzionalità. Altro che la contemporaneità gridata a gran voce da Fabio Fazio per tutta la settimana precedente al festival. Al punto che il partito dei “Morandi Boys”, guidato da Radio Bocconi, ha sempre più seguaci.

Il proverbiale terrorismo psicologico della Rai ha funzionato. Tutti si immaginavano una kermesse più vicino al concerto del Primo maggio piuttosto che al jazz contest di Montreux. E così non è stato. Ma il tam tam è stato così forte che Luciana Littizzetto è apparsa più spuntata che mai. Colpa forse delle penali che la Rai le ha fatto sottoscrivere prima di farle mettere i piedi sul palco dell’Ariston. Ma il merito maggiore è quello della direzione artistica, che ha saputo mixare sonorità innovative e più convenzionali, cambiando anche la formula del festival: due canzoni per artista invece che una sola. Un esperimento che, in tempo di crisi delle case discografiche, potrebbe essere un successo. Merito anche di Spotify, il servizio di musica in streaming appena lanciato in Italia e con in esclusiva i brani del festival ancora prima che questi fossero suonati. Servirà per risollevare le vendite dei dischi?

La Littizzetto arriva in carrozza, incurante dei poveri cavalli bianchi che per tutto il giorno hanno atteso fuori dall’Ariston l’inizio del festival. In tanti speravano che tornasse in hotel scattata la mezzanotte, ma questo non è successo. In una cittadina in cui la crisi si sente sempre di più ogni volta che gli anni passano, l’unica novità è data da Crozza. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, tutti si chiedono cosa dirà. Uno degli autori ha timore che possa fare l’imitazione di Papa Benedetto XVI. Invece no. Basta poco per scatenare la platea dell’Ariston. E quando Crozza entra sul palco, i fischi si sentono più degli applausi. Fra un insulto e un altro, Crozza non riesce nemmeno a finire il suo sketch iniziale, in cui imita Silvio Berlusconi (con una somiglianza impressionante, fra l’altro). Cercherà di riprendersi con l’imitazione di Pier Luigi Bersani, cavalcando uno dei suoi tormentoni, ma alla fine il risultato è di difficile interpretazione. «Ha buttato un’occasione unica», si dice in sala stampa. Il riferimento è chiaro. Nonostante il silenzio elettorale dei sondaggi, Crozza ha dato sfogo alle cartucce che aveva. Niente di più, niente di meno. Si risolleverà con la scenetta su Antonio Ingroia. Il problema è che l’innovazione è sconosciuta per il nostro comico. Ripropone il suo classico repertorio, senza sfondare. Un’occasione sprecata.

Per fortuna poi si torna in fretta a parlare di canzoni. E chissenefrega se la scelta delle doppie canzoni è stata criticata da parte della stampa. E per fortuna che, dopo giorni di discussioni politiche, si è finalmente parlato di musica. Peccato che la prima serata sia mancata di mordente. Se non fosse stato per il sempiterno Peppe Vessicchio, la cui presenza (fisica e psicologica) è garanzia di sicurezza, ci si dovrebbe chiedere che fine ha fatto il festival musicale più famoso d’Italia.

Tutto fila liscio, nonostante i timori della Rai. Il monologo di Crozza avrà anche fatto alzare gli ascolti, ma ha annoiato tanti. Se sia arriva perfino a rimpiangere Adriano Celentano, un motivo ci sarà. Le provocazioni sono state assenti e solo le urla di pochi dalla platea hanno reso frizzante una serata che altrimenti sarebbe stata fin troppo convenzionale. Tutto previsto? Quasi sicuramente sì.

Nel frattempo, l’edizione numero 63 del festival della canzone italiana ha visto la presenza di cantanti interessanti e controcorrente come i Marta Sui Tubi, fra i più citati sui social network e autori di singolari siparietti per le vie di Sanremo. Immortale la loro performance in Piazza Bresca, il cuore della movida sanremese. Apprezzati anche Simona Molinari e Peter Cincotti, jazzista statunitense che ancora si sta chiedendo cosa fa all’Ariston.

Il vincitore morale della prima serata? Raphael Gualazzi. Le sue due canzoni, soprattutto Sai (Ci basta un sogno), sono apparse le due più di classe, con sonorità catchy, ma comunque raffinate. Arriverà fino in fondo? Pare proprio di no: colpa di etichetta. Ma alla fine poco importa. In tempo di crisi, bastano le emozioni. Per tutto il resto, c’è Toto Cutugno. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria