Baustelle: “Il futuro dei giovani è fantasmatico. Come il nostro album”

Baustelle: “Il futuro dei giovani è fantasmatico. Come il nostro album”

Originari di Montepulciano, in provincia di Siena, i Baustelle sono da tempo una delle nostre realtà musicali più interessanti. Nel corso dell’ultimo decennio si sono affermati presso il grande pubblico con un linguaggio colto e popolare, ricco di citazioni ma immediatamente riconoscibile. Fantasma, il loro sesto album (leggi la nostra recensione) la cui copertina cita esplicitamente l’immaginario horror dei Dario Argento e dei Lucio Fulci, è stato registrato nella Fortezza Medicea della cittadina toscana, facendo ricorso a una orchestra sinfonica, la polacca Film Harmony Orchestra di Breslavia. Si tratta di un disco ambizioso, che affronta temi importanti come il rapporto tra un futuro difficile da mettere a fuoco e un passato ingombrante, e che parla di fantasmi, dell’estinzione della razza umana e della morte. Argomenti non esattamente da top ten, che verranno portati nei teatri italiani, orchestra di 48 elementi inclusa, a partire dal 18 febbraio. Francesco Bianconi, cantante e principale autore del gruppo – a completare il trio ci sono Rachele Bastreghi e Claudio Brasini – ci ha raccontato la genesi del progetto.

Il tema chiave del vostro nuovo album è il passare del tempo. Il fantasma evocato dal titolo incarna questa idea, ne è testimone ma in qualche modo rappresenta anche una entità intrappolata sulla soglia che separa due mondi. Come mai vi siete affidati a questo simbolo di transizione?
Volevamo realizzare un disco a tema e abbiamo deciso che l’argomento sarebbe stato il tempo. Scrivendo le canzoni è venuto fuori questo titolo, Fantasma. Nella tradizione gotica il fantasma appartiene al passato ma allo stesso tempo continua a esistere nel presente, fa collidere due dimensioni temporali. Si trattava di una figura particolarmente significativa per il tempo e il luogo in cui viviamo, soprattutto in riferimento al concetto di futuro. Quello che vediamo in questa parte di mondo, in questo preciso momento, è un futuro un po’ fantasmatico, dai contorni poco chiari, e questo fenomeno si ripresenta ogni volta che le società entrano in crisi e le economie vanno a rotoli. Il futuro che un ventenne di oggi vede di fronte a sé è dunque molto più fantasmatico di quello che potevano vedere i miei genitori nei primi anni Sessanta. Siamo in una fase per molti versi transitoria, i segnali di una crisi che investe l’attuale modello liberista, non solo in ambito economico, sono da tempo evidenti. Il vero problema è che non abbiamo ancora elaborato dei modelli alternativi e quindi ci troviamo schiacciati tra la dolorosa fine di un mondo e l’attesa di un mondo alternativo che forse è in arrivo.

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Musicalmente questo disco è molto diverso dai precedenti. Le canzoni sono state scritte per voce e pianoforte e poi arricchite da complessi arrangiamenti orchestrali. Ci sono degli intermezzi strumentali e questa scelta stilistica è importante quanto canzoni e parole.
Mi piacciono gli artisti che fanno le cose con una certa libertà, rischiando e mettendosi in gioco. Comporre per pianoforte e voce presupponeva fin dall’inizio la presenza di una orchestra sinfonica. La forma è diventata in un certo senso la sostanza, proprio perché l’orchestra ha un suono molto sfaccettato, con moltissimi timbri e colori strumentali.

Siete stati spesso accostati al recupero di certe sonorità italiane degli anni Sessanta e Settanta, dal pop di Studio Uno alle colonne sonore di Morricone. Questa volta i riferimenti, anche grazie al contributo di Enrico Gabrielli in fase di arrangiamento, sono particolarmente ampi. Si parte dal De André di “Tutti morimmo a stento” e si arriva alla musica classica contemporanea, passando per le colonne sonore di un certo cinema horror e la psichedelia.
C’è un grosso lavoro di fusione di stili. Con Enrico ci siamo divertiti ad assecondare le nostre comuni passioni musicali, sia nell’ambito della musica leggera che in quello classico e della musica da film. Gli arrangiamenti, questa l’indicazione che gli ho dato, dovevano essere espressionistici. Non mi interessava avere un accompagnamento minimalista o dei semplici tappeti di archi, preferivo un approccio alla Stravinskij che non alla Michael Nyman. La psichedelia, in questo senso, è una variante del concetto di espressionismo.

“Finale” parla del compositore francese Olivier Messiaen e del suo “Quatuor pour la fin des temps”, composto ed eseguito per la prima volta dall’autore durante la prigionia in un campo di concentramento nazista. I riferimenti all’avanguardia musicale novecentesca, già presenti nelle partiture del disco, lì vengono trasportati su un piano più umano, letterario, quasi romantico…
Abbiamo inventato poco in quel caso, la storia di Messiaen che in campo di concentramento esegue questa sua opera atonale di fronte a prigionieri e ufficiali nazisti è già di per sé una fusione di romanticismo e avanguardia novecentesca, rappresenta un incontro di differenti universi. Io ho aggiunto un particolare che non so se sia vero, ho immaginato che mentre stava per eseguire la partitura pensasse alla moglie a Parigi, e neanche so se fosse sposato. È una storia romantica, è vero, proprio per questo nell’arrangiamento abbiamo citato Ravel, il rappresentante di un Novecento passionale e romantico, non legato alle avanguardie, tanto che la struttura è quella di un bolero. Ma abbiamo inserito anche degli elementi dissonanti, in un paio di punti si cita proprio l’opera di Messiaen.

Questo elemento narrativo, il mettersi nei panni di un personaggio per interpretarne il punto di vista, vi appartiene fin dagli esordi, ed è presente anche in “Contà l’inverni”, scritta utilizzando il dialetto romanesco. Si può fare letteratura attraverso le canzoni?
Si può fare della narrativa attraverso la musica, e le canzoni sono la forma più adatta a questo scopo. Devono raccontare storie che in qualche modo emozionino, senza necessariamente coincidere con il punto di vista dell’autore. La tradizione folk romana è ricca di murder ballads, di storie di violenza, e il romanesco è una lingua che racconta molto bene, con passione, questi episodi di cronaca nera, ecco perché l’abbiamo scelta. Ho potuto mettermi nei panni di uno che è in carcere ossessionato dal fantasma della donna che ha sgozzato, la cosa più lontana da me che io possa immaginare. Le canzoni sono un mezzo fantastico proprio perché ti permettono di fare questo genere di esperimenti letterari.

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