Bersani a Milano per Ambrosoli, a sorpresa c’è Prodi

Bersani a Milano per Ambrosoli, a sorpresa c’è Prodi

«Tenetevi pronti che appena finisce la campagna elettorale ci sarà una mega festa…». Lorenzo, di anni 63, viene da Briosco, in provincia di Monza e della Brianza, e porta con sé la bandiera del Pd: «Noi siamo venuti in venti, e voi?», domanda ad una “compagna” di partito che gli sta accanto, e con la quale ha una certa confidenza. Caterina lo guarda negli occhi e rilancia: «Guarda, che noi siamo in trenta, e veniamo da Brescia. E saremo anche qui il 25 sera…».

Milano, Piazza Duomo, ore 14:30 di una domenica pomeriggio che ha regalato ai milanesi una giornata meravigliosa. C’è il sole, il cielo è terso, e i democratici lombardi hanno risposto alla chiamata del Pd e del centrosinistra: vogliono vedere, ascoltare ed applaudire il leader, il “nostro Presidente del Consiglio «perché dal 25 febbraio sarà Bersani il nuovo premier», spiega a Linkiesta una signora con montgomery, occhiali da intellettuale, stivaletto allacciato, e il quotidiano La Repubblica sotto braccio.

Silvia Fossati, candidata al consiglio regionale con la Lista Civica “Ambrosoli Presidente”, gira tra la folla distribuendo fac-simili, cercando di convincere uomini e donne a votarla: «Non ho nessuna tessera: io sono manager di una società di microelettronica, la STMicroeletronics, una società che si pone il problema della competitività, una bella realtà industriale che assume giovani». È la prima volta che Fossati si schiera con una coalizione, e crede che il centrosinistra ce la possa fare e sopratutto che ce la possa fare il candidato alla presidenza della regione Lombardia, Umberto Ambrosoli: «Direi che si sta facendo conoscere anche fuori Milano. Nelle ultime settimane la sua campagna sta raggiungendo tutte le province».

Camminando fra le folla che attende l’arrivo dei big del centrosinistra, gli argomenti sono sempre gli stessi: «Bersani ce la farà sicuramente, per Ambrosoli è un po’ più difficile, ma dovrebbe farcela ugualmente». D’altronde, come racconta a Linkiesta uno studente milanese di architettura di 25 anni, «il problema di Ambrosoli è che non è conosciuto. La gente lo sta scoprendo in quest’ultima settimana. Ho dei colleghi universitari delle altre province che non sapevano chi fosse Ambrosoli. E soprattutto conoscono il programma di Maroni perché è chiaro…». Ecco, il dilemma: la candidatura di Umberto Ambrosoli è troppo milanocentrica? «Lo è stata, adesso non lo è più. E devo dire che il Pd gli sta dando una grossa mano…», sbotta un sostenitore del figlio dell’eroe borghese con spilla in bella mostra con su scritto “Ambrosoli presidente”. L’orologio continua a scorrere, e la piazza continua a riempirsi: «Guardi, secondo me, il momento clou sarà intorno alle 15:30. A quell’ora Piazza Duomo sarà strapiena».

Nel frattempo lo spettacolo è già iniziato perché oggi a Piazza Duomo c’è anche la musica. Per l’occasione ci sono Roy Paci, Paolo Jannacci, Ketty Passa, e la giornalista e conduttrice televisiva Paola Maugeri a presentare gli ospiti d’onore, e ad intrattenere le migliaia di persone che affollano la piazza.

Alle 15:15 è il turno del primo cittadino di Milano, Giuliano Pisapia. «Vai Giuliano!», urlano. «Lo vedi, siamo qui come quando sei stato eletto….». Pisapia prende il microfono, ed esalta la folla: «Ci siamo già visti. Vi dò una bella notizia: questo è lo stesso leggìo del 30 maggio del 2011. E io che sono uno scaramantico mi sono messo lo stesso calzino rosso di quella giornata….». Adesso, aggiunge Pisapia, dobbiamo dare «la spinta che ci porterà fino al Pirellone e a Palazzo Chigi». «Sì – si agita un signore in mezzo alla folla – , Giuliano, ce la dobbiamo fare». E poi, conclude il primo cittadino, «Pier Luigi Bersani sarà il nostro Presidente del Consiglio. Io ne sono convinto che con Ambrosoli non ci vergogneremo più di essere lombardi e con Bersani non ci vergogneremo più di essere italiani. Anzi ne saremo orgogliosi». Applausi.

Dopo Pisapia c’è spazio per una breve parentesi musicale, ma la folle è sempre lì incollata che chiacchiera sulle regionali e le politiche del prossimo weekend. «Ma Bersani a che ora sarà?», si domandano in tanti. «Sarà intorno alle 17», risponde un militante ben informato. I minuti scorrono, e la voglia di sentire il leader del centrosinistra cresce. Intanto sale sul palco l’ex assessore al Bilancio del comune di Milano, Bruno Tabacci, che con enfasi arringa la folla dicendo che «qui non c’è alcun dubbio su come vadano a finire le cose». «Bravo Bruno», «Tabacci bravo!». «L’alternativa a Formigoni, Berlusconi e Maroni siamo noi», conclude l’ex assessore di Milano.

Intorno alle 16 è il momento di Nichi Vendola, iper applaudito e iper cercato da tutti i sostenitori. Cala il silenzio, “Nichi” afferra il microfono e parte: «Noi dobbiamo abbattere la precarietà. La precarietà nel rapporto con il mercato del lavoro, la precarietà nella fatica del vivere, la precarietà per chi inciampa per rialzarsi. Questa è una società della precarietà, quella che ha costruita la destra». Vendola conosce quella piazza, sa cosa dire, e come dosare le parole, e la piazza è imbambolata che ascolta il ragionamento del governatore della Puglia. Poi Vendola evoca gli “Stati Uniti d’Europa” e ricorda ai cittadini che «nel governo di Pier Luigi Bersani non sarà l’elemento di disturbo ma sarò la forza della governabilità». E una signora in platea gli urla: «Non devi cambiare idea però…». Infine conclude con i “giovani”: «Io come tutti voi guardo ai più giovani, ai miei 5 nipoti. È l’Italia sarà un Paese più giusto quando il verbo viaggiare non sarà più sinonimo del verbo emigrare». Gli applausi si sprecano, Vendola saluta una piazza a lui cara, e si rifugia dietro le quinte.

C’è una pausa musicale, è il momento di Paolo Jannacci, ma nello spazio riservato alla stampa si diffonde una notizia che lascia tutti a bocca aperta, «una sorpresa». Pare che a «sorpresa» sia arrivato per un saluto Romano Prodi. Finisce la canzone di Jannacci, e il rumors che si era diffuso nello spazio riservato alla stampa diventa la realtà: «Ecco a voi Romano Prodi», annuncia Paola Maugeri.

La dietrologia si spreca. «Perché è venuto?», sussurra un giornalista. E una signora gli urla: «Ti vogliamo Presidente della Repubblica». L’ex Presidente del Consiglio ricorda a tutti perché è qui a Milano perché «Bersani sarà il prossimo Presidente del Consiglio», ma sopratutto «la prossima squadra al governo resterà unita perché ha imparato la lezione, a differenza del passato».

È questo che si vogliono sentire i milanesi e i lombardi che partecipano alla manifestazione. «Noi non rivogliamo vedere quello al quale abbiamo assistito nel 2006», sbotta un professore del Liceo Classico Giovanni Berchet in mezzo alla folla. «Devono essere compatti, e se non c’è la maggioranza al Senato devono provare a trovare un accordo per le riforme con Monti. Ha sentito oggi cosa ha detto Vendola?. Nichi è un leader responsabile, è governatore della Puglia…».

Si fanno le 17 di una splendida giornata milanese. Si fermano anche diversi curiosi a guardare la manifestazione del Pd. Prodi lascia il microfono ad Umberto Ambrosoli, il figlio dell’eroe borghese, che sta gareggiando contro l’armata forza-leghista guidata da Roberto Maroni. Ambrosoli non ha dubbi: «Il 25 aprile – ha detto l’avvocato, riferendosi alla festa di liberazione – questa volta arriverà a febbraio, arriverà la settimana prossima». La piazza si illumina e applaude calorosamente il giovane avvocato con camicia bianca, cardigan azzurro, e giacca blue.

Adesso la parola passerà al leader del centrosinistra Pier Luigi Bersani. Per mezz’ora filata Bersani arringa la folla. «Sembra in palla oggi», sussurra a Linkiesta una signora in primissima fila. «Si vede che è stato consigliato da Renzi, sembra più sciolto, più vicino a noi». Bersani non ci sta a chi ricorda l’esperienza di governo dell’Unione: «Dopo le elezioni la nostra coalizione sarà stabile e coesa. Chi si diverte a sfruculiare nella nostra coalizione si riposi. Noi il nostro patto l’abbiamo fatto con 3,2 milioni di notai. Ci siamo presentati con la nostra foto di gruppo. Lo facciano gli altri. Non ho visto una foto di Berlusconi, Maroni e Storace o Fini, Casini e Monti». Il cliché è sempre lo stesso: fa un appello al popolo delle primarie, attacca aspramente i forzaleghisti del «Cavaliere di Arcore», e ricorda «da qui partirà la svolta». E conclude alla sua maniera: «Ancora sette giorni e lo smacchiamo il giaguaro». Ma il giaguaro si chiama Silvio Berlusconi, o l’incubo Beppe Grillo che continua a crescere nei sondaggi?

@GiuseppeFalci
 

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