
Non bastava il rischio ingovernabilità. Adesso l’ultima, sfortunata, tornata elettorale consegna al Paese un altro dramma. Il ribaltamento dei ruoli. Silvio Berlusconi, additato dagli avversari come il peggior populista in circolazione, lancia il suo appello per la responsabilità nazionale. Pier Luigi Bersani invece prende il posto del Cavaliere. Da molti additato come l’unico leader con la testa sulle spalle, ora il segretario Pd si fa tentare dal salto nel buio con Beppe Grillo.
Gli schemi si invertono. Gli italiani restano senza bussola. Il Cavaliere delle mille promesse elettorali è diventato il portavoce della serietà. Le mirabolanti proposte pre-voto sono finite in un cassetto. La cancellazione dell’Imu non è più d’attualità. Così come la restituzione dell’ultima imposta sulla casa e i presunti quattro milioni di nuovi posti di lavoro. Silvio Berlusconi adesso pensa alla governabilità del Paese.
In un videomessaggio destinato ai suoi elettori, il Cavaliere chiede a tutti i partiti di aprire una riflessione. Tornare al voto in tempi brevi sarebbe un rischio per il Paese. L’indicazione che Berlusconi lancia – chissà se caldeggiata anche dal Colle – è quella di un governissimo. Un esecutivo d’emergenza che tenga conto di tutte le principali forze presenti nel nuovo Parlamento.
È chiaro che Berlusconi ha un interesse personale. Per lui è essenziale conservare una posizione di forza nell’esecutivo che dovrà gestire alcune riforme chiave. Ma il passaggio dalle euroscettiche bizze anti-Merkel all’appello al centrosinistra – «Nessuna forza responsabile può ignorare il valore della governabilità» – stupisce non poco. Anche perché gli interlocutori del Cavaliere sono gli stessi pericolosi comunisti di cui si lamentava poche settimane fa.
A sinistra un’altra inversione. Ugualmente improvvisa, ma in direzione opposta. Pier Luigi Bersani scopre il fascino discreto del populismo. In campagna elettorale il segretario democrat aveva assicurato di voler evitare qualsiasi promessa irrealizzabile. La stessa serietà che nel novembre 2011 lo aveva convinto a sostenere il governo Monti: «Non vogliamo vincere sulle macerie dell’Italia». Oggi è costretto a proporre un’alleanza a Beppe Grillo. Quello del reddito minimo di cittadinanza, per intenderci. Un progetto meritorio bocciato dallo stesso Bersani («Grillo dica dove trova le coperture»).
Poche settimane fa il candidato premier del centrosinistra attaccava il Movimento Cinque Stelle per la presunta vicinanza con «i fascisti di CasaPound». Ora Bersani scopre che il miglior alleato di Grillo è proprio lui. La deriva qualunquista che porta sempre a destra (altra definizione bersaniana)? Acqua passata. Adesso il segretario è pronto a guidare il Paese a fianco del blogger genovese.