“Cari liberisti, anche lo Stato deve fare la sua parte”

“Cari liberisti, anche lo Stato deve fare la sua parte”

L’articolo dei professor Giavazzi e Alesina sul Corriera della Sera del 3 febbraio mette in luce alcune battaglie che occorre combattere se si vuole restituire al Paese un futuro di crescita. Vi si toccano i temi dello spreco nel sostegno alle energie rinnovabili, di una “politica industriale” più in sintonia con le sfide dei nostri tempi, e di assetti di finanza d’impresa meno banco centrici. Su molti di questi temi il ministero dello Sviluppo economico è intervenuto concretamente nel corso dell’ultimo anno e crediamo possa essere utile fornire qualche elemento a una discussione che intendiamo costruttiva.

Veniamo al primo tema. I professori rilevano un dato di fatto ormai noto a molti. Dietro alla nobile bandiera ambientalista dello stimolo alle energie rinnovabili si é nascosta una politica di incentivazione completamente fuori misura, che distribuisce circa 10 miliardi di euro l’anno, con impegni fino a 20 anni. L’Italia é diventata il bengodi delle rinnovabili. Il cumulato degli impegni assunti raggiunge la cifra monstre di 170 miliardi. Non si tratta di soldi pubblici, bensì di risorse prelevate direttamente in bolletta, dalle tasche di tutti gli italiani. Su questo sconcio il mito statalista c’entra poco. Si tratta piuttosto della “scorciatoia” che la peggio politica si è inventata: comprare il consenso distribuendo denaro.

Porre rimedio a questo “scandalo al sole” ha rappresentato una vera e propria battaglia di civiltà che al Ministero dello Sviluppo economico abbiamo combattuto contro lobby e resistenze agguerrite e ramificate ovunque. Siamo riusciti a ridurre il costo inerziale di questa dissennata politica di incentivazione di 3 miliardi all’anno per i prossimi 20 anni, pur mantenendo, anzi superando, gli obiettivi europei di riduzione della dipendenza dalle energie non rinnovabili. Ci è spiaciuto non veder riconosciuto nell’articolo questo risultato.

Il secondo tema proposto è quello di evitare le “scorciatoie” di una politica industriale di stampo dirigista. Non è più immaginabile che sia lo Stato a decidere su quali settori e imprese il Paese debba puntare per irrobustire il suo sistema produttivo. Compito dello Stato è creare le condizioni affinché la competitività delle imprese possa esprimersi secondo modalità diversamente articolate nei vari settori. 

Compito dello Stato è ad esempio garantire costi dell’energia competitivi. Creare un fisco non nemico dell’impresa e del lavoro. Consentire accesso al credito a prezzi di mercato. Compito dello Stato è ridurre il peso della burocrazia e creare un ambiente regolatorio più favorevole al business, con meno norme, con norme più semplici e meglio applicabili. Far funzionare la giustizia, dare qualità al sistema di istruzione e formazione. Rafforzare le proprie istituzioni – non moltiplicare i livelli istituzionali – stabilendo con chiarezza chi è responsabile di che cosa in merito alla concessione di un’autorizzazione, all’esercizio di una competenza e all’esecuzione di un controllo. Tutto il contrario del confuso sovrapporsi di responsabilità e competenze che ci siamo inventati con il nostro federalismo maccheronico.

Far sì che lo Stato eserciti questi compiti significa, a nostro avviso, fare politica industriale. Significa dare allo Stato e alle sue istituzioni il ruolo centrale che devono avere nelle politiche di rilancio della competitività, della crescita, dell’occupazione senza scomodare alcun mito neostatalista. Non esistono singoli interventi miracolosi, occorre invece una straordinaria perseveranza e determinazione nel fare le centinaia di cose utili a rendere il nostro Paese un luogo in cui sia più facile fare impresa, creare lavoro e cogliere opportunità. Giusto il richiamo all’anacronsimo del vecchio interventismo statale. Ma attenzione a illudersi che lo Stato non abbia nulla da dare allo sviluppo competitivo del nostro Paese.

Con le norme costruite, ad esempio per le start up, abbiamo cercato di applicare questo modo moderno di intendere la politica industriale a un segmento di imprese ancora contenuto nei numeri, ma particolarmente importante per capacità di fare innovazione, di trasformare nuove idee in impresa e di creare lavoro. Abbiamo ridotto i costi di costituzione e avvio di queste imprese, reso più flessibili le regole sul lavoro, costruito un fisco più favorevole a chi vi lavora e vi investe. Abbiamo rivisto in profondità anche le norme che disciplinano le crisi aziendali e il fallimento. Oggi le crisi possono emergere prima ed essere gestite in modo più ordinato e trasparente, trovando soluzioni meno dissipative del valore d’azienda. Per le start up il fallimento non è più un’onta; quelle logiche di “distruzione creativa” evocate dagli autori possono innescarsi con maggiore probabilità.

Aver utilizzato la Cassa depositi e prestiti per accelerare la liberalizzazione del mercato del gas separando in modo netto la produzione (in capo ad Eni) dalla distribuzione (in capo a Snam), o per costituire – attraverso la alienazione di Simest e Sace – una export-bank italiana con modelli proprietari del tutto simili a quelli dei principali Paesi europei, non è certo un ritorno al capitalismo di stato, come paventato da Giavazzi e Alesina. Ma un modo più intelligente e pro mercato di valorizzare asset di proprietà dello Stato e reti di infrastrutturazione strategica del Paese.

Ultimo punto riguarda la finanza d’impresa. L’impennata degli spread, l’incremento delle sofferenze e le difficoltà di raccolta delle banche hanno determinato un significativo razionamento del credito bancario. Era urgente aprire a una finanza d’impresa meno banco centrica. Così si è intervenuti per facilitare l’emissione di obbligazioni societarie eliminando una anacronistica segmentazione fra pochi “grandi emittenti” quotati e il resto delle imprese non quotate. Sono stati rimossi gli ostacoli che impedivano infatti alle imprese non quotate di emettere obbligazioni e altri titoli di debito, e oggi anche queste imprese possono accedere direttamente al mercato dei capitali, attivando una canale di intermediazione diretto e alternativo a quello bancario.

Un’ultima considerazione. Quest’anno di governo ci ha convinti che occorre uscire dalle logiche un po’ parrocchiali del dibattito sulle politiche economiche che spesso si riduce ad una sterile e sfibrante contesa fra chi vuole più Stato e chi ne vuole di meno. C’è invece un gran bisogno di restituire autorità e autorevolezza al nostro Stato e forza alle sue istituzioni, per vincere le tante resistenze che lo vogliono debole bloccandone la capacità di contribuire alla crescita del nostro Paese. 

*Capo della Segreteria tecnica del ministro
Ministero dello Sviluppo economico

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