“Donne e ricerca: una carriera di porte in faccia”

LE DONNE

«L’impalcatura del tetto di cristallo esiste, lo sappiamo e lo vediamo ogni giorno. Ma il vetro antisfondamento ce lo mettiamo noi». Ilaria Capua, la ricercatrice italiana dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie candidata con Mario Monti in Veneto, è arrabbiata. E anche molto. Perché i “boccioli di rosa” appassiscono invece di fiorire e perché non ci sono più donne di scienza affermate in Italia. Almeno quanto lo sono gli uomini. «Avete presente quei boccioli di rosa che si comprano dai fiorai, turgidi e vellutati, che non aspettano altro che aprirsi in un fiore carnoso e profumato? Spesso succede che rimangono così, chiusi, immobili e poi chinano la testa e si piegano verso il basso. Diventano tristi perché non sono riusciti a schiudersi, a esplodere nella loro bellezza femminile e sensuale e appassiscono. La carriera di molte donne, soprattutto ricercatrici, assomiglia a questi boccioli, è piena di amarezza e frustrazione, invece che di gioia e di gloria», si legge nel suo libro I Virus non aspettano.

In Europa nel 2009 la percentuale di donne iscritte all’università era del 55% contro il 45% dei maschi. Ma la netta prevalenza femminile dura solo fino alla laurea per poi scendere e divergere sempre di più da quella maschile man mano che si va avanti con la carriera. È il famoso grafico a forbice che dimostra come le donne studiano di più, si laureano in percentuale maggiore degli uomini ma poi solo poche arrivano ai vertici. Al contrario degli uomini. È il soffitto di cristallo che non riescono a sfondare, per colpa della società ma anche un po’ loro. «Le laureate italiane sono più preparate, studiano di più, si laureano prima e meglio dei loro colleghi maschi», racconta Ilaria Capua, «ma poi, emerge solo una piccola parte, nel mondo della ricerca come del lavoro in generale». 

Fonte: Donne e Scienza 2010. L’Italia e il contesto internazionale, elaborazione Observa su dati della Commissione Europea, She Figures 2009. Statistics and Indicators on Gender Equality in Science, Luxembourg, Pubblications Office of the European Union, 2009.

«Certo si sa, il nostro Paese non brilla per il supporto fornito alle giovani famiglie, è la colpa è in parte del sistema, ma anche un po’ delle donne che spesso non si guardano dentro per capire cosa vogliono. Mi fa rabbia vedere così tante laureate mollare per il peso dei retaggi culturali e delle aspettative dei genitori, oltre che per la propria pigrizia e paura di osare. Dobbiamo tirare fuori la grinta, le unghie, i denti, la forza e la capacità organizzativa che solo le donne hanno e osare».

Una ricercatrice per essere promossa deve essere 2,6 volte più brava del corrispettivo collega maschio con la conseguenza che con il passare del tempo si crea un netto divario fra i due generi. Secondo uno studio intitolato proprio Why so Few? (Perché così poche?) dell’American Association of University Women, una donna deve pubblicare almeno tre articoli in più su riviste a elevato impact factor, o 20 su riviste minori, per essere considerata produttiva come un maschio. Studio che dimostra anche come il “gender gap” sia frutto solo di bias culturali e non abbia niente a che vedere con la biologia.

Eppure «la diversità tra uomo e donna è importante», come spiega Ilaria Capua, «perché le donne vedono determinate cose e gli uomini altre (e questo si percepisce anche dentro casa) e quattro occhi di genere opposto hanno uno spirito più critico. La ricerca si nutre di diversità di genere, formazione e cultura. Ma è una limitazione dire che i nostri problemi sono legati solo al fatto che ci siano poche donne che comandano. Questa è soltanto una manifestazione di quanta poca diversità ci sia nei nostri centri di ricerca, ma se avessimo più donne nella stanza dei bottoni le cose non migliorerebbero di colpo, non basta. Ci vogliono anche ricercatori stranieri. E sì, prenderebbero il posto agli italiani, ma è anche vero che solo in questo modo si cresce. Il nostro gruppo di lavoro in dieci anni è passato da sette a settanta persone con questa filosofia. Le cose non vanno viste guardandosi l’ombelico perché altrimenti non si cresce».

La Commissione europea dal canto suo sta cercando di risolvere il problema delle “carriere rosa” con campagne che sostengano la presenza delle donne nelle organizzazioni scientifiche. L’ultima Science is a girl thing finanziata dalla Direzione generale per la ricerca e l’innovazione della Commissione europea per portare le giovani studentesse europee dentro i laboratori di ricerca, non perfettamente riuscita però. Il video promozionale con ricercatrici in tacco a spillo, rossetto e abiti da sera è stato, infatti, rimosso dopo neanche 24 ore per le critiche ricevute: «Giusta la motivazione ma sbagliato il modo». Da qualche anno poi,la  Commissione europea sta cercando di introdurre un cambiamento radicale nel sistema, a partire dalla struttura delle organizzazioni scientifiche stesse, dedicando la linea Donne e Scienza del settimo programma quadro al cambiamento organizzativo.

«Mi è stato chiesto più volte se mi sono sentita discriminata come donna», racconta la Capua, «in realtà lo sono stata come persona meritevole non come donna. Ho visto anche tanti ricercatori bravi, di sesso maschile, discriminati. Il problema è che in Italia non esiste un sistema che premi e valorizzi il merito e questo riguarda sia i maschi che le femmine. Anche per questo sono arrabbiata. Il talento scientifico italiano non riesce a manifestarsi, a emergere. In parte è colpa del sistema ma i ricercatori non sono esenti da colpe. C’è bisogno di un cambio di mentalità anche da parte loro perché il lavoro del ricercatore è dinamico, bisogna spostarsi, andare a imparare, frequentare la comunità scientifica internazionale. Non basta restare nell’Università dietro casa e questo per noi è un problema. In Italia si cerca di fare il dottorato nell’Università più vicino a dove ti sei laureato e alla tua famiglia, ma se non vai subito all’estero quando vai? Fare il ricercatore non è per tutti, non basta essere intelligenti. Ci vogliono una serie di caratteristiche, ci vuole determinazione. Devi trovare le fondamenta in una passione che a volte ti porta anche lontano da casa».

«Il nuovo governo dovrebbe mettere il rilancio della ricerca italiana, non dico come primo punto dell’agenda di governo», conclude la Capua, «perché abbiamo molti problemi da risolvere prima, ma assolutamente tra i punti prioritari da affrontare. L’Italia non deve inventare niente, basta che copi quello che succede negli altri Paesi. In Inghilterra, Francia e Germania la ricerca, anche pubblica, ha bandi competitivi sottoposti a peer review e l’Italia in questo senso, ha bisogno di una lezione di efficacia ed efficienza. Per esempio potrebbe applicare i criteri condivisi a livello internazionale, fortificare l’eccellenza, deburocratizzare i meccanismi di gestione dei progetti di ricerca, e responsabilizzare il capo progetto». 

«Per esempio nel nostro Paese per un progetto europeo gestito da un ente pubblico il personale viene reclutato attraverso un bando pubblico, e il candidato è scelto in base ai criteri stabiliti dallo Stato. Un esempio la conoscenza dell’inglese, non essenziale secondo questi criteri. Negli altri paesi invece il capo progetto crea un avviso sul web e sceglie il ricercatore in base a curriculum e colloquio, assumendosi lui la responsabilità della scelta. Perché ha tutto l’interesse che il progetto sia un successo. La tragedia del mondo di ricerca italiano è la burocrazia, che frena anche i gruppi più competitivi. Io per esempio ho avuto grandissimi problemi a prendere stranieri (che sono fondamentali per avere un buon gruppo) perché il loro titolo di studio non è riconosciuto. Ho una ragazza canadese che lavora con me, biologa laureata in Canada con un master, e non c’è stato verso di prenderla perché il titolo di studio non è equipollente. Se non avessimo le mani legate e potessimo applicare i criteri usati nel resto del mondo, da tutti i gruppi di ricerca, di certo si potrebbe aprire una spirale positiva per la ricerca italiana, creando impiego per i nostri ragazzi».

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