Il tornioElezioni 2013: la grande assente è la politica estera

Elezioni 2013: la grande assente è la politica estera

Concluso con un compromesso al ribasso il braccio di ferro a Bruxelles sul bilancio comunitario per il 2014-2020, il nostro dibattito pre-elettorale entra nel rush finale. Con un grande assente: la politica estera. Ancora nel pieno di una crisi economica globale, con la Cina e le altre economie emergenti sempre più attive in aree per noi di interesse strategico come il Nord Africa, è davvero un lusso che possiamo permetterci?

Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, ministro degli Affari esteri

Tutto fa pensare che, dopo l’intervento francese in Mali, l’Europa, priva di un comune governo politico, non avrà più neanche un indirizzo comune in politica estera. Come già avvenuto per la Libia, Parigi agisce ancora una volta in solitario, cercando ex post il consenso degli alleati europei. Londra l’ha sempre fatto. Berlino sembra tentata di imboccare la stessa strada. Quale sarà la posizione dell’Italia nella nuova gerarchia europea e internazionale? In questa campagna elettorale, la politica estera è il grande assente, nonostante il tentativo – spesso velleitario – di alcuni leader di riportarla al centro dell’interesse nazionale. Fra le nebbie di proclami dai toni roventi e dalla scarsa fattibilità concreta, nulla si intravede che assomigli anche solo lontanamente a una visione ampia e di lungo respiro di quelli che dovrebbero essere gli obiettivi in politica estera del futuro esecutivo che uscirà dalle elezioni del 24 e 25 febbraio.

Tradizionalmente l’Italia ha sempre trovato nel multilateralismo una delle ragioni fondamentali della sua azione in politica estera. Ma nel corso della legislatura appena conclusa i quattro pilastri del multilateralismo cui l’Italia ha legato i propri interessi, cioè Unione europea, Nazioni unite, G8 e Nato, hanno vacillato vistosamente verso il declino e una crescente irrilevanza. Sull’Unione europea, architrave dell’opzione multilaterale dell’Italia, grava ormai in modo pressoché irrimediabile una profonda crisi di coesione, resa ancor più evidente dal recente interventismo francese. Segna il passo anche la discussione sulla riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, con un ruolo dell’Italia sempre più marginale, nonostante l’attivismo di queste ultime ore del ministro Giulio Terzi di Sant’Agata. Oltre alle resistenze di Francia e Gran Bretagna ad abbandonare i privilegi connessi alla loro posizione di membri permanenti, pesa il divario tra le posizioni di Germania e Italia. La questione più controversa rimane quindi quella della futura composizione del Consiglio di sicurezza, delle attribuzioni dei nuovi membri e dell’esercizio del diritto di veto, con Germania e Giappone che scalpitano alle porte e l’Italia costretta all’angolo.

Quasi paradossale poi la funzione del nostro Paese nella storia recente del forum dei governi delle principali potenze più industrializzate del mondo. Per uno strano gioco del destino, l’anno di presidenza italiana del G8 è coinciso con la fine di questa istituzione e con il varo di una nuova fase del direttorio dell’economia mondiale. L’Italia, che nel vertice dell’Aquila nel luglio del 2009 si era sforzata di salvaguardare il ruolo del G8, si è dovuta poi piegare all’inevitabile trasformazione dell’architettura multilaterale delle relazioni politiche ed economiche internazionali e alla conseguente istituzione del G20, che oltre ad apportare una ridotta coesione e operatività di scelte segna per l’Italia un’inevitabile perdita di peso relativo, con lo spostamento del baricentro dell’economia internazionale verso le potenze emergenti su scala globale o regionale, come Brasile, Russia, India, Cina. 

Un discorso a parte riguarda poi la presenza dell’Italia nella Nato, organizzazione che mostra la corda dopo anni di dura lotta per sopravvivere al nuovo contesto internazionale, dopo la caduta del Muro e quella delle Torri. Il maggior ostacolo a una ridefinizione del ruolo dell’Alleanza Atlantica, da Enduring Freedom in poi, sono i fallimenti in Afghanistan, ma anche le iniziative unilaterali delle guerre in Libia e in Mali. Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Francia, tradizionalmente dotati di una forte competitività nell’economia mondiale plasmata su modelli di sviluppo weapon based, non hanno mai smesso di pensare gli equilibri geopolitici del pianeta in funzione dei propri interessi strategici nazionali. Con la crisi economica avviata verso scenari imprevedibili, anche le potenze emergenti di Russia, Cina, India, Giappone accantonano in modo più o meno plateale la loro innocenza e vedono crescere la propria presenza in aree a forte richiamo energetico e di materie prime, in Africa e in Asia.

Tali forme di presenza, naturalmente, non sono a costo zero. Secondo gli ultimi dati pubblicati nel Sipri Yearbook 2012, il 75% della spesa mondiale per armamenti, per un totale di circa 1.735 miliardi di dollari, riguarda appena dieci Paesi: gli Stati Uniti rimangono in testa alla classifica (711 miliardi di dollari, pari al 41% del totale mondiale), seguiti da Cina (143 miliardi), Russia (71,9 miliardi), Regno Unito (62,7 miliardi), Francia (62,5 miliardi), Giappone (59,3 miliardi), India (48,9 miliardi), Arabia Saudita (48,5 miliardi), Germania (46,7 miliardi) e Brasile (35,4 miliardi). L’Italia è all’undicesimo posto, con 34,5 miliardi di dollari pari al 2% del totale mondiale.

Ma al di là di ogni considerazione sull’incremento delle spese militari, quello che manca al nostro Paese, e lo si vede chiaramente dall’assenza di ogni piano organico in politica estera durante il dibattito elettorale, è quel “strategic thinking” che caratterizza invece altre potenze industrializzate, dentro e fuori della Nato. La sindrome della marginalizzazione e il complesso da “media potenza” non ha consentito nemmeno nel corso di questa campagna elettorale di disegnare scenari che contemplino il tradizionale interesse dell’Italia verso i Balcani, la politica mediterranea e in particolare quella verso il Maghreb, l’impegno verso il Medio Oriente, la necessità di aprire nuovi canali di comunicazione con l’Iran. 

Per la sua posizione geopolitica protesa verso il mondo arabo, l’Italia potrebbe svolgere meglio di chiunque altro un ruolo fondamentale per decifrare le crisi in atto in queste regioni del pianeta, inducendo altre potenze a considerare l’intero Medio Oriente, dall’Egitto all’Afghanistan, come una macro-regione i cui destini sono interconnessi e interdipendenti. Con il voto del 29 novembre scorso, con cui la Palestina è diventata Stato «osservatore» dell’Onu, l’Italia ha tentato di coniugare il sostegno a Israele con la promozione di una politica di sviluppo dei territori palestinesi occupati. Ma questo è solo un aspetto della ben più complessa questione mediorientale.

L’area che va dal Mediterraneo all’Iran è di fondamentale importanza per l’Italia per ragioni di stabilità e sicurezza, per la dipendenza dalle fonti energetiche, oltre che per le opportunità offerte dall’interscambio commerciale con zone che presentano forti complementarietà. La stabilizzazione dell’intera regione, come dimostra la crisi siriana, dipende dal combinato disposto di forza militare (propriamente applicata) utilizzata insieme a efficaci strumenti di governance e a misure di ricostruzione e di sviluppo. In sostanza, non potrà esserci alcun progresso nel processo di pace fra israeliani e palestinesi fin quando Israele si sente minacciato dall’Iran di Ahmadinejad ed è preoccupato dagli sviluppi interni in Egitto e in Siria.

La difficile partita nei confronti di Teheran si gioca naturalmente su più piani e con molteplici attori. Gli Stati Uniti, pur restando la prima potenza globale, incontrano tuttavia crescenti difficoltà a imporre l’ordine e garantire la sicurezza in quest’area strategica, mentre la natura essenzialmente pacifica della costruzione europea accresce le difficoltà dell’Unione a gestire crisi complesse, con forti risvolti di sicurezza che richiedono impegni anche militari. Eppure, nell’era della lotta globale al terrorismo, anche l’Italia è chiamata a confrontarsi, sia sul piano operativo che su quello della riflessione strategica, con le priorità dettate in questo campo dall’amministrazione Obama e dall’Unione europea. 

In un simile scenario, l’Italia politica non fa altro che barcamenarsi, vivendo alla giornata e affidandosi a proclami elettorali più o meno roboanti. Ma se la nostra classe dirigente, che si candida a governare il Paese per i prossimi cinque anni, non riuscirà a dare un preciso orientamento strategico alla sua politica estera, sia per l’oggettiva difficoltà di decifrare i trend emergenti, sia per la sua scarsa capacità di orientare il dibattito politico su temi di chiara rilevanza nazionale, l’Italia potrebbe, più o meno consapevolmente, rassegnarsi ancora una volta a un pragmatismo di basso profilo. Così facendo cercherebbe di difendere in modo occasionale questo o quel suo interesse particolare nelle varie sedi istituzionali, continuerebbe a contribuire – con notevole aggravio per le casse dello Stato – alle varie missioni e iniziative internazionali, ma nella sostanza resterebbe ancora ai margini dei processi decisionali e del confronto sulle strategie per riformare strumenti e istituzioni della governance globale.

Potrà forse essere un approccio che mette al riparo dal rischio dell’isolamento, ma non da quello della marginalizzazione, che potrebbe anzi accelerare. In altre parole, se non avvierà una seria riflessione sulle forme e sugli strumenti della proiezione internazionale dell’Italia, il prossimo governo italiano non avrà molte opzioni di politica estera e sarà costretto, suo malgrado, ad accettare passivamente una progressiva perdita di status a livello internazionale. Nel pieno di una crisi economica globale, al netto di mirabolanti promesse elettorali e di reazioni preoccupate dei mercati per l’instabilità politica della Penisola, nessun paese può permettersi il lusso di non avere le idee chiare sul proprio ruolo nel consesso internazionale, men che meno l’Italia.