Emma Bonino: “Niente quote rosa, sì al merito”

Emma Bonino: “Niente quote rosa, sì al merito”

Vicepresidente del Senato e anima femminile dei Radicali italiani. Emma Bonino, 65 anni il prossimo 9 marzo, viene eletta per la prima volta alla Camera a soli 28 anni. Una vita di battaglie, la sua, soprattutto a favore dell’autonomia e dell’indipendenza delle donne. Dalla legalizzazione dell’aborto al divorzio, fino a quella sul “tesoretto” perduto destinato a favorire l’occupazione femminile. Ministro del governo Prodi, nel 2010 si candida alla presidenza della Regione Lazio, ma senza ottenere la vittoria. Alle donne italiane dice: «Se vogliono cambiare la loro situazione, nessuno glielo concederà gratis. Devono attivarsi. E io a parte alcune associazioni, non vedo grandi movimenti di piazza». 

Senatrice, partiamo dai soldi. Una delle sue battaglie è stata quella relativa al cosiddetto “tesoretto delle donne”, il risparmio derivato dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne che lavorano nel pubblico impiego. Il risparmio ottenuto doveva essere destinato allo sviluppo del lavoro femminile e a politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia. Che fine ha fatto quel gruzzolo?
Il tesoretto delle donne è letteralmente sparito. Nel senso che è stato sottratto al capitolo di spesa per “interventi dedicati a politiche sociali e familiari con particolare attenzione alla non autosufficienza e all’esigenza di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare delle lavoratrici” a cui era destinato. Quei soldi, nel bilancio dello Stato, sono finiti però a sanare il debito. È un’ingiustizia perché è stata violata una legge che predisponeva questo, la 122 del 2010 (che seguiva il decreto numero 78 del 2010, ndr). La destinazione dei soldi è stata cambiata solo nella legge finanziaria. Parliamo di quasi 4 miliardi entro il 2020. 

In un suo intervento in Senato contro il ritiro del provvedimento lei aveva parlato di uno «scippo legale e illegale». Cosa si poteva fare con questi soldi?
All’epoca avevamo fatto una serie di proposte. Un’ottima strada potrebbero essere i voucher, sul modello del welfare francese, per pagare baby sitter e asili nido. Il che richiederebbe un investimento iniziale non elevatissimo, innescando però processi virtuosi nella lotta contro evasione e lavoro nero. Per facilitare l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro servono servizi per le persone. Una spesa che col tempo si autofinanzierebbe, poiché potrebbe avere come conseguenza la nascita di imprese private legate ai servizi stessi. 

E oggi? Quali sono le urgenze per quella che tutti ormai chiamano l’“agenda delle donne”?
Non sono convintissiva della proposta della detassazione del lavoro femminile fatta da Giavazzi e Alesina. Quello che si può fare oggi è l’utilizzo dei fondi strutturali europei in maniera mirata. Sono fondi freschi, gli unici che vedo arrivare in questo momento di grandi scandali finanziari che per giunta drenano le risorse pubbliche.

Da dove cominciare?
Le materie su cui intervenire sono moltissime, bisogna tornare alla carica con il prossimo governo. Da dove si comincia non importa, purché si comincia. Bisogna mettersi in testa che servono i servizi e i servizi costano. Ma niente “quote rosa”. Bisogna favorire merito e trasparenza. Bisogna affrontare la questione femminile in termini di merito, non di quote. Servono procedure più trasparenti. Chissà perché quando si votano le varie cariche c’è sempre questa telepatia tra i votanti…

Eppure nella riforma del lavoro Fornero sin dalle prime righe è scritto nero su bianco di voler favorire l’occupazione femminile e incentivare misure di conciliazione lavoro-famiglia.
Certo, le intenzioni ci sono. Ma la strumentazione finanziaria mi sembra piuttosto inadeguata. I servizi costano, le procedure di conciliazione costano. 

Nei livelli di occupazione femminili in Europa siamo agli ultimi posti posti. Peggio di noi c’è solo Malta. Come si spiega questa arretratezza?
Tutto questo non accade per destino divino. Il problema è soprattutto culturale. La divisione del lavoro domestico in Italia è sbilanciata troppo sulle spalle della donna. Da noi la donna lavora nei ritagli di tempo. La flessibilità, come il lavoro part time, da noi non paga, genera una riduzione della carriera e penalizza le donne. Il lavoro da casa non è neanche considerato. Comincio a chiedermi se le italiane vogliano davvero scalfire questo mondo. Se le donne italiane vogliono cambiare la loro situazione, nessuno glielo concederà gratis. Devono attivarsi. E io – come è accaduto anche nel caso della sparizione del  “tesoretto delle donne” – a parte alcune associazioni, non vedo grandi movimenti di piazza. 

E in politica quali difficoltà si incontrano?
La difficoltà delle donne in politica ci sono come in tutti gli altri ambiti. Pensiamo alla questione ridicola della lista dei Radicali per il Lazio (la Corte d’Appello ha respinto la lista per la presenza di troppe donne, ndr). Ma anche nel giornalismo: ci sono tante brave giornaliste ma nessuna direttrice, a parte i settimanali. I rettori donna delle Università sono pochi. Le donne si candidano anche meno. In tutti i mestieri è così, perché non c’è una condivisione del carico di lavoro familiare. Perché è possibile in una serie di Paesi ma non da noi? Purtroppo è una questione atavica. 

La scorsa settimana la Corte dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per la carenza di tutele per i padri separati. Qual è invece la condizione delle madri separate italiane?
Bisogna uscire dalla categorizzazione. Bisognerebbe fare un’analisi più puntuale caso per caso. Per una famiglia monoreddito con due figli che si separa, il divorzio è una tragedia sia per i padri che per le madri. La questione dei padri separati indigenti costretti a dare comunque gli alimenti a mogli e figli è vera ed è un problema sociale. Ma l’autonomia della donna, oltre che la sua indipendenza, passano soprattutto dal lavoro.

E la legge sul cosiddetto “divorzio breve”? Che fine ha fatto?
Sta lì ferma in Parlamento. Lo spread italiano non è solo quello tra btp e bund tedeschi. Nel nostro Paese esiste uno spread democratico. Siamo ancora qui a discutere di unioni civili, di ricerca sulle cellule staminali. Per non parlare della situazione delle carceri. Siamo ancora molto lontani dal resto d’Europa. 

In questo spread rientra anche la questione delle madri detenute e dei bambini dietro le sbarre. 
L’ordinamento penitenziario italiano è stato modificato nel 2011 dalla legge 62, che estende fino a sei anni l’età dei piccoli incarcerati con le madri, a patto che stiano in istituti a custodia attenuata. Nei fatti, però, la legge non ha avuto alcun effetto. Gli ultimi numeri dicono che ci sono ancora 53 bambini dietro le sbarre. Sono numeri bassi, ma è una questione ugualmente importante. Sono bambini che scontano la pena insieme alle loro madri. Di istituti a custodia attenuata finora ne esiste solo uno, l’Icam di Milano. Dovevano nascere strutture simili ma è ancora tutto in alto mare. Noi avevamo proposto la possibilità di mandare le mamme nelle case famiglia protette, ma non è mai passata. 

Se potesse decidere lei autonomamente nella prossima legislatura, quali sarebbero i suoi primi provvedimenti sulla questione femminile?
Primo, tutte le nomine devono essere a procedura pubblica a tutti i livelli, con una selezione chiara e trasparente in base ai curriculum. Che vinca il migliore, e secondo me questo aprirebbe la strada a molte donne. Si aprirebbero spazi di merito. Le donne che vogliono potrebbero farsi avanti. E poi destinerei i fondi strutturali europei per i servizi alla persona che possono favorire l’occupazione. Ecco cosa farei.  

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