I crediti dubbi fanno “soffrire” i banchieri italiani

I crediti dubbi fanno “soffrire” i banchieri italiani

Facce stanche e mascelle serrate. C’era molta tensione tra i banchieri italiani riuniti stamani a Bergamo per il 19mo congresso dell’Assiom Forex, l’associazione degli operatori finanziari. Gli ultimi scampoli di campagna elettorale, la grana del Monte dei Paschi – alla quale il governatore della Banca d’Italia ha dedicato metà della sua relazione odierna – e soprattutto il Financial sector assessment program, la revisione del sistema finanziario italiano che sta conducendo da inizio gennaio il Fondo monetario internazionale, non fanno dormire sonni tranquilli al top management. Anche perché l’ultima volta che l’istituzione di Washington ha frugato nei conti degli istituti italiani è stato nel lontano 2006.

A preoccupare, anche se nessuno lo ammette, è il tasso di copertura dei crediti problematici, quelli che non sono momentaneamente recuperabili a causa di una difficoltà temporanea del debitore – gli incagli – e quelli che andranno perduti a causa dell’insolvenza del debitore, le sofferenze. Lo ha detto lo stesso governatore: «Nel terzo trimestre del 2012 il tasso di ingresso in sofferenza è stato pari al 2,2 per cento per il totale della clientela, al 3,3 per i finanziamenti alle imprese. In novembre la quota dei prestiti ad aziende in temporanea difficoltà (incagli e prestiti ristrutturati) ha registrato un nuovo incremento». 

Nel novero dei crediti dubbi via Nazionale include i crediti ristrutturati, a differenza di altri Paesi come la Spagna. Non a caso – come ha ricordato Visco, Palazzo Koch ha chiesto al Fmi di tenere conto che, per gli istituti italiani, la definizione di “crediti deteriorati” «include attività, come i crediti ristrutturati, che continuano a generare flussi di cassa». E dunque le statistiche internazionali «dalle quali risulterebbe che la consistenza dei prestiti deteriorati in rapporto alle attività complessive è per le banche italiane maggiore che per quelle degli altri principali paesi» sarebbe un effetto dei maggiori attivi che rientrano nei crediti dubbi. La battaglia contro il Fmi, su questo punto, è stato uno degli ultimi atti di Giuseppe Mussari da presidente dell’Abi.

Una disomogeneità di trattamento che, per quanto non sia ritenuta penalizzante – quantomeno “ufficialmente” – è sicuramente un tasto dolente per le banche italiane. «Non mi sento penalizzato, ma c’è un discorso generale di omogeneizzazione delle regole in Europa che è necessario affrontare, non solo sulle sofferenze ma anche sul calcolo dei risk weighted assets (gli attivi ponderati per il rischio, ndr). C’è un dibattito in corso a Basilea ma è ovvio che in un mercato unico le regole dovrebbero essere uguali per tutti», dice a Linkiesta Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit. Gli fa eco Victor Massiah, numero uno di Ubi Banca: «Non esiste una definizione standard dei crediti non performanti, le definizioni che diamo in Italia sono estremamente rigorose, come è stato ampiamente dimostrato dall’Abi. Non mi sento penalizzato né non penalizzato, noi facciamo il bilancio con correttezza, dopodichè sta ai mercati esprimere un giudizio. Nel nostro caso specifico, i rating esprimono un giudizio positivo sulla banca». 

Ci sono due modi per “neutralizzare” i crediti dubbi: svalutare la parte di credito considerata non recuperabile, oppure – in caso di concordato fallimentare del debitore – stralciarlo. Due strategie che modificano gli equilibri contabili e fiscali nei bilanci. Ad esempio, per quanto concerne le sofferenze, ad esempio, Intesa Sanpaolo ha il tasso di copertura più alto, oltre il 60%, mentre il Banco Popolare quello più basso, intorno al 36 per cento. Eppure, dicono dall’istituto veronese, il tasso di copertura sulle sofferenze in realtà è al 53,6%, ma non figura in bilancio perché agli effetti contabili si preferiscono quelli fiscali. 

Tutto dipende dalla strategia che si decide di adottare: meglio un tasso di copertura elevato o pagare meno tasse? Il fisco tratta in maniera diversa le perdite sui crediti rispetto alle svalutazioni. Se un debitore porta i libri in tribunale, la cessione di quel credito o il suo stralcio è immediatamente deducibile, ma nel bilancio non compare. Le svalutazioni sono anch’esse deducibili, ma con un limite: lo 0,30% dei crediti in bilancio, più le svalutazioni dell’esercizio corrente. La quota eccedente a quel limite si può dedurre, ma nell’arco di 18 anni, e nel frattempo viene calcolata nell’attivo della banca.

Traducendo: un creditore deve 100 euro alla banca, ma va in default. La banca aveva precedentemente accantonato 70 euro per coprire la perdita. Risultato? Quei 70 euro sono deducibili ai fini fiscali, ma i rimanenti 30 euro non saranno coperti da alcun accantonamento, e dunque abbasseranno il tasso di copertura. Banco popolare e Ubi Banca applicano questo sistema «penalizzante a livello contabile», mentre Unicredit e Intesa Sanpaolo preferiscono non far figurare gli stralci in bilancio. Per quanto riguarda gli incagli, invece, il tasso di copertura è intorno al 20% per tutti tranne che per Ubi (al 10% circa).

Qualunque trucco si applichi, però, il risultato non cambia: se il Fmi non ritenesse sufficiente il grado di copertura gli istituti potrebbero essere costretti a chiedere ai propri azionisti di mettere mano al portafoglio. Un’eventualità che nessuno vuole affrontare di nuovo.

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