Il Papa lascia, ma a scomparire è la campagna elettorale

Il Papa lascia, ma a scomparire è la campagna elettorale

Lo scontro tra Silvio Berlusconi e Mario Monti scompare improvvisamente dalla scena. Nel giro di un paio d’ore le nuove accuse di Pier Luigi Bersani all’ex premier non sono più d’attualità. La decisione  di Benedetto XVI dal Pontificato monopolizza, giustamente, la giornata. Il termine esatto è “notiziabilità”. Il Papa annuncia di voler lasciare il Vaticano e sui giornali, in televisione, alle radio non si parla d’altro. A farne le spese è una campagna elettorale che da qualche giorno aveva definitivamente abbandonato la politica. Una competizione surreale lanciata verso la data del voto tra una rissa e un insulto. Una promessa onirica dopo l’altra. Si può vederla anche così: le vicende pontificie ristabiliscono l’ordine naturale delle cose. La realtà prende il posto della fantasia. A una campagna elettorale ormai avviata su un binario quasi paradossale – gli italiani costretti ad assistere a una gara tra chi vuole abbassare di più le tasse – viene restituito il giusto peso.

Quale? Per farsi un’idea basta visitare i principali quotidiani online. La politica perde improvvisamente il ruolo di protagonista. Scompare sotto quintali di articoli sull’incredibile svolta di Benedetto XVI. I primi ad essere sorpresi sono proprio i principali leader. Alcuni riescono a commentare a caldo. Spesso utilizzando una precotta frase di circostanza. «Sono molto scosso da questa notizia inattesa» svela Mario Monti. «È una notizia di portata storica» commenta Pier Luigi Bersani. Se Pier Ferdinando Casini è «sconvolto da questa notizia. Un gesto rivoluzionario che non ha precedenti», Angelino Alfano ne approfitta per «riconoscere la grandezza di un pontificato e di un papa che ha saputo vedere al cuore della crisi del nostro tempo».

Ma c’è anche chi la notizia neanche la commenta. Impegnato in campagna elettorale non si è neppure accorto dal passaggio epocale appena vissuto. Altro che Sanremo. I leader politici avevano paura di perdere un po’ di visibilità nelle ultime due settimane che mancano al voto. Rischiano di perdere molto di più. Per carità, resiste qualche inguaribile Palazzo-centrico che già legge le dimissioni del Papa in chiave elettorale. La realtà è che da oggi, almeno per un po’, la corsa al voto dovrà fare posto a qualcosa di molto più importante. Anzi, di reale. 

Resta il poco rammarico per tutto quello che ci perderemo. Una breve carrellata di battute, promesse, insulti proposti fino a poche ore fa dai nostri leader. Erano commenti destinati alle prime pagine dei giornali di domani. Sono già destinati all’oblio. Si va dalla necessità individuata da Monti «di abbassare le tasse», all’affondo di Bersani su Berlusconi: uno che «parla alle donne come se fossero bambole gonfiabili». Qualche paginata l’avrebbe sicuramente conquistata lo scontro sul Festival di Sanremo. E poi il Cavaliere. Mentre il mondo si interrogava sul destino della Chiesa, l’ex premier se la prendeva con lo spred («Si alza? Non ce ne può importare di meno») e aggirava furbescamente il divieto di pubblicare sondaggi («Sono in corsia di sorpasso. Bersani è dietro, sulla corsia di emergenza»). Stasera la prima, amara, conferma. Cambia improvvisamente il palinsesto di Porta a Porta: al posto del consueto salotto politico andrà in onda uno speciale sul Papa. Chissà se i mancati ospiti avranno capito il perché. 

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