Il Sanremo perbenista viene salvato da Elio e Le Storie Tese

Il Sanremo perbenista viene salvato da Elio e Le Storie Tese

SANREMO – Serata numero due del Festival della canzone italiana in versione Fabio Fazio e Luciana Littizzetto: un successo che arriva solo sul finale. Se ci fosse stato di fronte allo schermo Mario Draghi, numero uno della Bce, probabilmente avrebbe mandato una lettera anche alla direzione artistica di Sanremo. O forse avrebbe dovuto attivare per la prima volta lo scudo anti-spread. Colpa dello scarso mordente della formula, che taglia le gambe ai cantanti, e ricalca il programma settimanale dei due conduttori, cioè Che tempo che fa. Per fortuna, poi arrivano gli Elio e Le Storie Tese.

Nonostante i tentativi di contemporaneità, Sanremo è sempre lo stesso. In più, con le elezioni alle porte, è quasi più interessante il chiacchiericcio politico pre-festival che la kermesse in sé. Eppure, il responso dell’audience ha premiato la ditta Fazio-Littizzetto. Sempre vicino ai loro standard di Che tempo che fa, i due hanno cercato di sopravvivere sul palco. Obiettivo riuscito, per ora, a metà. Nel senso che se non ci fossero stati i social network, da Twitter a Facebook, il divertimento sarebbe stato dimezzato. Per la cronaca, l’evento più atteso della giornata non sono state tanto le canzoni del Festival, ma il dj-set di Eva Henger in una nota discoteca di San Remo, giusto finita la serata all’Ariston.

I Modà, sempre più osannati dalle ragazzine di Sanremo (comprese quelle presente a Portosole, due di numero), hanno sempre lo stesso repertorio. Forse per questo riusciranno ad avere un buon successo commerciale anche quest’anno. Di contro, sempre più convincente Simone Cristicchi. Merito (anche) dei capelli. Per fortuna ha vinto il secondo brano, La prima volta (che sono morto), quello più swing, più onirico, più nelle corde della voce di Cristicchi. Peccato che fosse assai uguale a Le cose in comune di Daniele Silvestri. Peccato che, anche in questo caso, la politica sia entrata prepotentemente nella scaletta del Festival. Nessuna critica dalla platea, però.

La grande favorita Malika Ayane non si smentisce. Grande voce, stile controcorrente e tatuaggio sulla schiena da urlo, Malika ha dimostrato che ci sono ancora giovani che sanno cantare e sanno stare sul palco. Circola voce che vincerà lei. È probabile. Tutto il resto, o almeno quello visto finora, è noia. Anzi, in molti casi perfino i Consigli europei, gli interminabili summit “fatti per salvare l’eurozona”, hanno un appeal maggiore della versione edulcorata e ripulita di Che tempo che fa.

In ogni caso, il grande assente è la musica, la stessa che dovrebbe essere il punto principale del festival. Lontano dalle polemiche politiche di Maurizio Crozza, peraltro montate ad arte, c’era una flebile speranza che si potesse tornare a parlare delle canzoni. Speranza vana. Non a caso, il gelo è subentrato al momento del duetto fra Luciana Littizzetto e la Carlà transnazionale. La voglia di smettere di pagare il canone è stata tanta, i fiori si sono appassiti e l’applauso della platea è sembrato più di convenienza che altro. Il Sanremo politicamente scorretto targato Che tempo che fa appare più spuntato che mai. Ma poco importa, si dirà. Invece no, perché le canzoni hanno poco spazio, nonostante la nuova formula con la doppia interpretazione. Addirittura incomprensibile la scelta della direzione artistica di far svolgere la gara dei giovani dalle 23:46 in poi. Molte delle esibizioni sono state ben più interessanti di quelle dei big e, considerato che i giovani si giocano la carriera, non ha senso mortificarli a notte fonda. 

E poi, ma solo alle 23, arrivano le due interpretazioni che ti risollevano la serata. Inizia Asaf Avidan, artista israeliano che con la sua One day ha raggiunto un successo planetario. Se fosse per la platea (e per la sala stampa), lo farebbero cantare per tutta la sera, per tutta la settimana se possibile. Invece Fazio gli chiede solo di rifare il ritornello. Peccato. Ma poi ecco Elio e le storie tese, che non calcavano il palco dell’Ariston da ben 17 anni. È finito il tempo della Terra dei cachi, ma la classe non è acqua. La loro Canzone mononota ha conquistato tutti: sala stampa, pubblico, sanremesi. Non c’era così tanto divertimento nell’ascoltare una canzone del Festival da dieci anni. Sia per Avidan sia per gli Eelst, vale lo stesso discorso: anche per quest’anno il canone è stato ripagato. Sarà anche un discorso banale e semplicistico, ma è la verità. 

Il vincitore morale della serata? Bar Refaeli. Anche lei, proprio come Peter Cincotti, si sta ancora chiedendo come mai è finita sul palco del Festival. In tanti si stanno ancora domandando se era reale oppure un sogno. Purtroppo è valida la prima. Se fosse stato un sogno, ci saremmo svegliati. Invece, Sanremo continua.  

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