Io, cattolico, mi inchino davanti a un Papa che si immola per la Chiesa

Io, cattolico, mi inchino davanti a un Papa che si immola per la Chiesa

«…per governare la barca di SanPietro e annunciare il Vangelo , è necessario anche il vigore sia del corpo , sia dell’animo, vigore che è …» 

Parole, che per esser intese ed apprezzate, si deve conoscere la Chiesa, i grandi temi e i problemi che la tormentano e sono la sfida terrena che un Papa ha. Anche un Papa ha un “(holy) business plan”, anche un Papa si dà una (santa) strategia per raggiungere gli obiettivi del Suo Pontificato, anche un Papa decide con quale struttura organizzativa e con quale governance vuole attuare detta strategia per raggiungere gli obiettivi previsti.

Ma l’ambiente strategico in cui la Chiesa opera non è fatto solo da attori facilmente individuabili nei loro fini e nei loro mezzi. C’è sempre un attore a noi “invisibile e confuso” nella storia della Chiesa, nella storia della cristianità, nella storia della creazione. È un “attore” che invece i Santi Pontefici conoscono, sfidano, combattono. Questo attore nasce con il non serviam, è l’angelo ribelle e prevaricatore che sfida da allora la Chiesa, cerca di confonderla e corromperla. Così riesce a volte a confondere gli obiettivi a modificare lo scenario in cui le strategie si attuano, a non far funzionare la organizzazione. E chi soffre di tutto ciò è sempre e soprattutto il Papa, e naturalmente chi offre a lui altre sofferenze.

Perciò per capire le parole sopra riportate si deve conoscere anche il ruolo del Santo Padre e la persona di Benedetto XVI, Joseph Ratzinger e come ha deciso di interpretare questo ruolo. Benedetto XVI è anzitutto un santo sulla terra, nel senso che la sua lotta per la santità sua personale e del mondo di cui è responsabile, è unica e superiore. È un santo intelligentissimo, colto, sapiente. È un filosofo, teologo, economista, sociologo. Del mondo ha capito tutto, degli uomini ha capito tutto, ti guarda negli occhi e vede l’anima, gli intenti, le aspirazioni, le debolezze.

Di questo mondo globalizzato soprattutto – la cui genesi e le prospettive ha illustrato in Caritas in Veritate, ha capito tutto – e ha capito che la Chiesa deve riprendere un ruolo chiave per santificare questo benedetto mondo globale, santificando tutti gli uomini. Nell’introduzione a Caritas in Veritate ha ben spiegato qual è il problema culturale che più lo preoccupa: il nichilismo. E ha spiegato che cosa questo comporta e come cambiare. Ma ha spiegato che non sono gli strumenti a dover esser cambiati, bensì l’uomo, per cambiare il mondo. E santamente ha pensato di cambiare persino il Papa, s stesso. Con un atto di umiltà inimmaginabile.

E facendo ciò, questo atto di umiltà assoluto, ha fatto anche di più. Ha deciso il Suo sacrificio per far cambiare la Chiesa. Per rinnovare la struttura di governo della Chiesa ha anzitutto cambiato se stesso, ha sacrificato se stesso. Immolandosi, ad imitazione di Cristo. Non si venga a ricordare Celestino V per favore. Benedetto XVI passerà alla storia per esser stato un grande Papa fino all’ultimo, arrivando ad immolarsi per il bene della Chiesa.

Non firmerò questo pezzo. Non perché non voglia esserne responsabile, ma perché vorrei offrire al Santo Padre un tributo silenzioso ed anonimo.  

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