“Io, sequestrato in Siria”. Parla il giornalista Témoris Grecko

“Io, sequestrato in Siria”. Parla il giornalista Témoris Grecko

Tornare sarebbe troppo rischioso. I suoi sequestratori lo hanno spogliato degli occhiali da vista e delle scarpe, gesti che lui interpreta come un ammonimento ad andarsene dal Paese, dimenticare ciò che ha visto e non esercitare il suo lavoro. Témoris Grecko racconta l’esperienza al telefono da Barcellona. La sua storia ha un finale felice, ma per molti altri non si può dire lo stesso.

I dati fanno rabbrividire. Sette giornalisti sono morti in Siria solo nel mese di Gennaio. In totale 77 hanno perso la vita in 22 mesi di conflitto. Al meno quattro sono attualmente nelle mani di sequestratori sconosciuti. Il freelance americano James Foley è scomparso il giorno del Ringraziamento e da allora non si sa niente di lui. «Degli altri le famiglie hanno chiesto il blackout informativo», spiega Grecko. È una strategia che secondo alcuni facilita i contatti con i rapitori. Ma le notizie non sono buone, «la mancanza di ogni tipo di rivendicazione, sia politica che di un riscatto, è di per sé una pessima notizia».

Grecko è un reporter freelance veterano. Negli ultimi anni ha coperto la Primavera araba armato di un solo zaino con sei camicie pulite. Non era la prima volta che viaggiava in Siria. Era stato nel Paese prima dell’inizio della guerra civile. Il primo tentativo di entrarvi per seguire la rivoluzione risale al novembre del 2011: prova a superare la frontiera con un collega americano ma entrambi vengono rifiutati. «All’inizio di gennaio è stato più facile, perché i ribelli dell’Esercito della Siria libera ora controllano la frontiera. Obbligano i giornalisti a pagare una tassa, ma questo è tutto», spiega. Per la preparazione del viaggio si è documentato attraverso i forum per giornalisti. Su internet molti cittadini siriani offrono appoggio ai reporter, «non sono veri giornalisti, a volte si tratta di medici o ingegneri, che agiscono spinti dalla volontà di dare a conoscere al mondo quello che sta accadendo nel loro Paese». Uno di loro si offre di andarlo a prendere alla frontiera e lo scorso 13 gennaio Grecko arriva ad Aleppo.

Quello che si trova davanti al suo arrivo è una situazione di logoramento. «La gente è ormai abituata alla guerra. La città è divisa in due. Le persone devono passare quotidianamente da una parte all’altra, e questo le espone a rischi enormi. Si sospetta che ci sia stato un massacro di civili nella parte di città controllata dal regime di Bashar al-Assad e che i loro corpi vengano buttati poco alla volta in un torrente che scorre in direzione della zona controllata dai ribelli. Rispediscono i corpi indietro con un atteggiamento macabro e perverso. Tutto questo, così come gli spari e i bombardamenti è entrato da tempo a far parte della quotidianità di anziani e bambini».

La notte prima del sequestro vengono registrati duri scontri nella zona della collina di Ezaa, punto strategico ora sotto il controllo dei ribelli dell’Esercito Siria libera. All’indomani, Grecko insieme ad altri due colleghi, un ungherese e uno spagnolo, decide di andare a vedere la situazione. Partono in un furgone, accompagnati da un interprete e una guardia armata. «Eravamo già stati tante volte, conoscevamo il comandante dell’Esercito della Siria libera e vari militanti impegnati nella zona. Per tutte queste ragioni, pur trattandosi di un fronte, lo consideravamo relativamente sicuro».

Arrivati a un angolo dove di solito i ribelli organizzano le guardie su un divano collocato all’aria aperta, si rendono conto che c’è qualcosa di anomalo. Non ci sono le guardie e nemmeno il comandante. Accostano e spengono la macchina. Non c’è neppure il tempo di capire cosa succede, che vengono circondati da un gruppo di uomini incappucciati e armati di AK-47. Lo spagnolo e l’interprete vengono picchiati in volto, poi vengono tutti bendati e obbligati a salire in macchina. «Non siamo andati lontano. Il tragitto è durato cinque o dieci minuti. Non si stavano nascondendo: la musica della radio era alta e suonavano il clacson per fare spostare la gente che intralciava il loro percorso. Sicuramente ci siamo mossi su strade piuttosto trafficate», ricorda Grecko.

Vengono portati nello scantinato di un edificio. Dal tipo di intonaco sulle pareti, ricostruiranno poi, si tratta probabilmente di una scuola. La paura cresce ma alcuni indizi suggeriscono che la situazione non è delle peggiori. «Avevamo il terrore che fossero legati ad al-Qaeda, o che potessero essere gruppi del regime di Assad o ancora criminali che si approfittano della situazione per rapire occidentali e chiedere un ingente riscatto», dice. Vari dettagli però sembrano suggerire che si tratta di un gruppo vicino all’Esercito della Siria libera.

Vengono serviti tanto il pranzo come la cena, il che induce Grecko a pensare che si tratti di un luogo organizzato per alloggiare prigionieri. Il fatto di non essere interrogati e di non poter sapere nelle mani di chi si trovano getta l’intero gruppo nello sconforto. Ricordando ora gli eventi, ammette che i momenti di paura sono stati due: il sequestro stesso e il momento appena prima della liberazione.

«Ci hanno svegliato e portato in strada. Siamo saliti a bordo di un furgone. Due di loro mantenevano i fucili puntati alla nostra testa. Ci hanno poi fatto scendere, non prima di averci obbligato a toglierci le scarpe. Eravamo in un luogo totalmente buio, e in quel momento ho pensato che stessero preparando un’esecuzione. Ma semplicemente se ne sono andati». Bussano alla porta di una casa vicina e raccontato la loro storia, vengono condotti a una delle caserme principali dell’Esercito della Siria libera. Fino all’ultimo istante temono di essere caduti dalla padella alla brace ma sul luogo incontrano altri due giornalisti e vari attivisti che si stavano dando da fare per trovarli.

Sulle ragioni del sequestro restano solo speculazioni: che si sia trattato di un semplice furto, che si si trattato di un segnale per tutti i giornalisti, che sia stato banalmente un errore nel tentativo di sequestrare qualcun altro, forse delle spie.

L’impressione del conflitto che si porta a casa è quella di una stagnazione enorme. «Ci sono divisioni tra i ribelli molto forti, probabilmente condurranno presto a scontri armati interni», spiega. Il suo stesso sequestro, effettuato probabilmente da un gruppo fuori controllo ma riconducibile a Sl sembra esserne una prova. «Le divisioni giocano a favore di Assad. Nonostante il regime sia pesantemente debilitato, non mi sembra che stia per cadere. Questo Governo potrebbe durare ancora a lungo». 

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