La ragion di stato bancaria? L’ha inventata Trichet

La ragion di stato bancaria? L’ha inventata Trichet

C’era una volta una banca nata in provincia e poi diventata nazionale, anzi internazionale. Prestava quattrini a destra e soprattutto a manca, perché era sotto il controllo di un partito politico di sinistra e nei suoi forzieri custodiva i segreti del rapporto tra affari e governo. Questa armonia quasi perfetta s’interrompe quando il presidente fa il passo più lungo della gamba, lanciandosi in prestiti azzardati e in giochi finanziari fuori dai confini. Qualcuno spiffera tutto, arriva la magistratura, scoppia lo scandalo, cadono politici di primo piano, viene coinvolto il direttore generale del Tesoro, poi governatore della banca centrale e infine presidente della Bce. Il crac costa ai contribuenti una cifra spropositata, ben 23 miliardi di euro, record assoluto in Europa.

No, non preoccupatevi. Non stiamo raccontando la brutta favola del Monte dei Paschi di Siena (anche se il gioco degli specchi è davvero impressionante), ma la terribile realtà del Crédit Lyonnais. Il partito coinvolto è il socialista francese, il politico Pierre Bérégovoy ex primo ministro, amico di François Mitterrand: ormai esasperato, si suicida quando il Ps perde le elezioni nel 1993. Quanto agli strumenti finanziari ad alto rischio, non si tratta di derivati, ma di junk bonds. E il banchiere centrale si chiama Jean-Claude Trichet.

Facciamo un salto a metà degli anni ’90. Il presidente della Repubblica Jacques Chirac, dopo un biennio all’Eliseo, vuol disfarsi di un governatore della Banca di Francia che gli ha dato molti dispiaceri, ha sostenuto a tutti i costi una politica della moneta forte, ha negato una riduzione dei tassi che avrebbe dato fiato all’economia francese, ha rischiato di tagliar fuori l’Italia dall’euro, eventualità che Jacquot (così viene chiamato Chirac) temeva come la peste, perché quando la lira era stata svalutata, prima nel 1992 poi nel 1995, l’industria d’oltralpe (a cominciare da quella tessile) era andata in malora.

Liberarsi di Trichet, dunque, ma come? È un funzionario perfetto, un enarca inappuntabile, un tecnico sopraffino, un uomo colto e dall’aspetto soave. Bisogna promuoverlo per rimuoverlo, così Chirac lo candida alla Bce. Ha tutti i numeri per firmare i primi biglietti della nuova moneta europea, dando lustro all’orgoglio post-gollista; tutti tranne uno: il requisito di onorabilità. Sì, perché sul suo capo pende minacciosa come una tempesta bretone, l’inchiesta sul più colossale scandalo bancario della storia europea: il crac del Crédit Lyonnais. Chirac lo sa, ma fa finta di niente.

L’incriminazione arriva nel 2000. È una lunga catena di “non poteva non sapere”, perché Trichet, come direttore generale del Tesoro fin dal 1987, è stato l’azionista di controllo del Crédit Lyonnais negli anni in cui la banca guidata da Jean-Yves Haberer finanziava i socialisti e gli amici di Mitterrand o, in un sussulto di grandeur, sbarcava in America diventando il primo operatore in titoli spazzatura, abbondanti sul mercato per finanziare scalate e acquisizioni. Il vecchio istituto creditizio, fondato a Lione nel 1863, considerato uno dei tre pilastri del sistema (gli altri sono Bnp e Société Générale), sonnolento ma solido, ha cambiato pelle con Haberer, nominato da Bérégovoy. Il nuovo slogan recita “il potere di dire sì” e in effetti dice sì anche a Giancarlo Parretti e Florio Fiorini quando si mettono in mente di prendere al laccio nientemeno che il leone della Metro Goldwyn Mayer.

Dov’era Trichet? Non vedeva e fingeva di non vedere? Ma gli inquirenti hanno affilato anche un’altra scure che colpisce direttamente la responsabilità della Banca di Francia, di cui Trichet è diventato governatore, nel costosissimo salvataggio del Lyonnais. «Abbiamo fiducia nella magistratura»: come un sol uomo le autorità francesi ed europee ripetono il mantra, ma l’ombra pesa anche sulla moneta unica che, dopo un brillante debutto, stenta contro il dollaro e soprattutto non riesce a entrare come valuta di riserva nelle casse degli stati e delle grandi multinazionali.

Il destino vuole che Trichet sia nato proprio a Lione (quando la banca, durante l’occupazione nazista serviva il generale Pétain e la repubblica di Vichy) da una famiglia di professori di greco e latino. La passione per la letteratura e la poesia non lo ha mai abbandonato anche se ha preferito il cursus honorum dell’élite transalpina: ingegnere minerario a Nancy, passa un paio d’anni di apprendistato nei pozzi e milita nel Psu, il Partito socialista unificato di Michel Rocard, che predica l’autogestione delle fabbriche e delle università.

Il ’68 non passa indenne nemmeno per lui, ma se ne libera presto entrando all’Ena, la scuola superiore di amministrazione e poi al ministero delle Finanze come ispettore aggiunto. Salirà tutti i gradini fino alla direzione generale del Tesoro. Apprezzato da vari presidenti, a cominciare da Valéry Giscard d’Estaing e poi da Mitterrand, è l’archetipo del funzionario intelligente e leale. Proprio quello che piace poco al passionale Chirac il quale, tuttavia, non può fare a meno di confermarlo, pro tempore, alla banca centrale, anche se non cessa di polemizzare con lui.

Il Lyonnais è stato a lungo una banca politica attraverso la quale passavano affari di stato. Nel momento in cui cerca di uscire dal perimetro tradizionale, durante le follie finanziarie degli anni ’80, stressa a tal punto i conti che è costretta a coprirsi alimentando la bolla immobiliare (e proprio le case sono il sottostante reale che ha a lungo garantito la solidità della banca). Ma il rapporto incestuoso con la politica traspare dalle piccole cose più che dai grandi affari: come i prestiti facili alla famiglia Bérégovoy e soprattutto alla figlia Lisa o i regali alla moglie Gilberte, o gli aiuti finanziari nelle campagne elettorali del 1986 e del 1988.

Un disastroso incendio il 5 maggio 1996 distrugge l’ultimo piano del quartier generale parigino e manda in fumo quasi tutto l’archivio dell’istituto, cancellando tracce preziose. È proprio il momento in cui il nuovo ministro delle Finanze, il centrista Jean Arthuis denuncia il top manager della banca e Trichet. Quando si dice la mano del destino. Le indagini proseguono comunque, ma molti indizi non trovano più la prova cartacea.

Alla fine, arriva il salvataggio con un veicolo pubblico, il Consorzio di realizzazione. L’Unione europea impone delle restrizioni, ma a pagare è Marianna. Nel 1999 la banca viene privatizzata. Prima interviene Bnp poi il Crédit Agricole che nel 2003 scorpora l’attività di banca d’affari e la fonde nel Crédit Agricole Indosuez (il gruppo si chiama Calyon) mentre la rete al dettaglio viene chiamata due anni dopo Lcl (Le Crédit Lyonnais) per evitare continue ricadute sull’immagine e la reputazione.

Resta in stand-by, Trichet, convinto delle proprie ragioni e del fatto la magistratura farà del suo meglio, nell’interesse della giustizia, ma anche della nazione. E i giudici si comportano come si deve. Il grand commis viene scagionato e il primo novembre 2003 prende il testimone dalle mani di Wim Duisenberg, l’economista olandese costretto ad accettare una nomina dimezzata. Una staffetta non si era mai vista e alla neonata Bce sembrava un vero obbrobrio. Ma tutti avevano piegato il capo alla tracotanza di Chirac, a cominciare dai tedeschi i quali, arrivati nell’euro in affanno, allora evitavano di mettere i bastoni tra le ruote.

Trichet ha agito sempre nell’interesse della République, perché nel caveau della banca non erano custodite solo le follie americane di Haberer o le rodomontate del duo Parretti-Fiorini. Ormai, il fuoco purificatore ha steso la cenere dell’oblio. Resta il macigno dei crediti facili; però, come diceva Enrico Cuccia, fallire per un banchiere è un peccato veniale, il vero peccato mortale è parlare. E il crac del Lyonnais si consuma nel silenzio della classe politica e a spese del contribuente. A conferma della credenza popolare che italiani e francesi sono consanguinei: forse non stessa faccia, ma certamente stessa razza in politica come negli affari.  

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