Lavoro intermittente: perché è ancora terra di abusi?

Lavoro & diritti

In coda, fuori dall’ufficio sindacale, due ragazzi dello Sri Lanka aspettano fiduciosi. «Io ho 28 anni e lui 30», raccontano. Lavorano con contratto a chiamata in un ristorante di Milano, ma non ne rivelano il nome. Lavorano tutti i giorni. Nessuna intermittenza. Il più giovane ha iniziato come lavapiatti. Dopo sei mesi è stato promosso a barman, ma la dicitura sul contratto è rimasta sempre la stessa, paga compresa. Non solo. Rajiva, il nome è di fantasia, ha lavorato tutti i giorni, più di 8 ore al giorno. Sulla busta paga che stringe tra le mani ne vede registrate solo 20, sparpagliate casualmente su più giorni della settimana.

Rajiva ha lavorato come un vero dipendente a tempo pieno, ma ha guadagnato meno, ha maturato meno contributi, e ha goduto di minori garanzie perché le ore registrate in busta paga sono troppo poche. E per lui, straniero, c’è ora il rischio di non vedersi rinnovare il permesso di soggiorno perché, carte alla mano, non può dimostrare di aver guadagnato a sufficienza. La risposta che il sindacalista sta per dargli non gli piacerà.

La sua situazione assomiglia a quella di molti altri lavoratori. I dati forniti dall’Osservatorio mercato del lavoro della Provincia di Milano segnano un aumento fortissimo dell’utilizzo di questo strumento nell’ultimo anno. Sebbene esso copra solo il 4,3% dei contratti avviati, in un anno si è passati dai 23.700 lavoratori intermittenti della provincia meneghina nel 2011, ai 30.400 nel 2012. Più 28 percento. Non solo. «Se il contratto a chiamata veniva utilizzato soprattutto nei settori della ristorazione, del commercio, e delle vendite al dettaglio», commentano fonti interne all’Osservatorio, «i dati mostrano come si sia ora allargato anche ad altri ambiti». Come le attività professionali e tecniche, e i servizi di informazione – spiccano le attività di pubbliche relazione e comunicazione, o le campagne marketing. Ma anche servizi di vigilanza o di investigazione privata.

Introdotto con la legge Biagi del 2003 e riproposto con qualche novità dalla riforma Fornero, il contratto a chiamata (o lavoro intermittente) è un rapporto di lavoro subordinato per prestazioni che abbiano due caratteristiche: discontinuità e intermittenza. Può essere stipulato a tempo determinato o indeterminato ed è lavoro dipendente a tutti gli effetti, ma le singole prestazioni devono essere intervallate da interruzioni. Permettere alle aziende di fruire di prestazioni occasionali da parte del lavoratore in occasione di picchi di lavoro o di attività impreviste e imprevedibili. Uno strumento di flessibilità, salvato proprio per questo dal governo Monti, che lo ha irrigidito per evitarne gli abusi. Ma gli strumenti di controllo introdotti sono troppo poco efficaci. Così il lavoro a intermittenza diventa la scialuppa di salvataggio di chi non può permettersi i costi troppo alti di un contratto a progetto – peraltro ristretto con la riforma ad attività diverse da quelle dei dipendenti del committente – o di lavoro part-time.

Le novità del Ministro Fornero limitano il contratto a chiamata a soggetti con più di 55 anni di età (erano 45 prima) o con meno di 25 anni. L’utilizzo di tale contratto per periodi di ferie e week-end, i cosiddetti periodi predeterminati, ammesso indiscriminatamente dalla legge Biagi, è demandato ora alla discrezionalità dei Contratti collettivi nazionali di lavoro. Come prima, il datore di lavoro deve avvisare il subordinato con almeno un giorno di anticipo, e per quest’ultimo non c’è sempre l’obbligo di risposta. Dipende se è vincolato o meno. Esistono, infatti, due tipologie di contratto di lavoro intermittente: quello con l’obbligo di disponibilità, scritto sul contratto, e quello senza. Solo nel primo caso il lavoratore si obbliga a restare a disposizione per prestazioni lavorative intermittenti, cioè quando il datore le richieda. In cambio del vincolo di disponibilità assunto egli riceve una indennità (non inferiore al 20% della retribuzione prevista dal ccnl applicato).

Casi come quelli di Rajiva e del suo amico, in cui il datore copre un lavoro a tempo pieno con contratti a intermittenza, non sono così insoliti tra giovani e pensionati. Specie nelle aziende con meno di 15 dipendenti, «quelle in cui – spiega Carlo Molinari responsabile Filcams della Cgil – il lavoratore non ha garanzie contro il licenziamento illegittimo e si guarda bene dal mettersi contro il suo datore». «Ciò che caratterizza e giustifica il contratto a chiamata è l’intermittenza delle prestazioni, ma nel commercio, soprattutto nella ristorazione – continua Molinari – nasconde spesso vero e proprio lavoro a tempo pieno». E finisce spesso che per nascondere l’utilizzo a tempo continuo del subordinato, o per pagare meno tasse, i datori non registrano in busta paga tutte le ore lavorate, con conseguenze in termini sia di evasione fiscale, che di minore garanzie per i lavoratori.

Questo rapporto di lavoro garantisce infatti gli stessi diritti ed obblighi di un qualsiasi lavoratore, compresi tutti gli oneri accessori quali tredicesima, quattordicesima, ferie, permessi e trattamento di fine rapporto. Che vengono però concessi in proporzione all’orario svolto. Se le ore dichiarate dal datore sono troppo poche, saltano maternità, ferie e permessi. O il rinnovo del permesso di soggiorno, come nel caso di Rajiva.

Simona Sala, 38 anni, negli ultimi due ha lavorato solo con contratti occasionali nei bar del Varesotto. «Ho bisogno di lavorare, e piuttosto che niente va bene anche così». Ha ricevuto una paga di 9 euro lordi all’ora, da cui togliere il 20% di contributi Inps. «Ho sempre lavorato otto, dodici, fino a sedici ore al giorno e i miei datori ne registravano al massimo tre a giornata» racconta. «Malattie e permessi di lavoro non erano mai retribuiti». E aggiunge: «Del resto anche il mio datore di lavoro non se la passa bene. Il punto è che non ci sono contratti a tempo determinato meno costosi, che vadano bene per noi dipendenti ma anche per i datori di lavoro».

I sindacati poco possono fare per aiutare i lavoratori. «Possiamo intervenire solo su denuncia del lavoratore», spiega Molinari. «Per aiutarlo dobbiamo riuscire a dimostrare che non ci sono le condizioni base perché si possa stipulare un contratto a chiamata: discontinuità e imprevedibilità», continua. «Ora, il datore può segnare sul registro solo parte delle ore fatte dal suo sottoposto, può non segnare affatto alcuni giorni di lavoro. Come facciamo noi del sindacato a dimostrare che in realtà il ragazzo ha lavorato con costanza, in modo del tutto prevedibile? L’unico modo è trovare un testimone. I clienti non possono esserlo, visto che cambiano tutte le sere. Possono testimoniare solo i colleghi. Ma secondo lei dei lavoratori nella stessa condizione di precarietà sono disposti a testimoniare contro il datore? È già molto se uno di loro trova il coraggio di venire qui da noi».

La legge Fornero affida i controlli alla Direzione territoriale del lavoro (Dtl). Prevede infatti che il datore non solo segni su un registro le ore esatte fatte dai dipendenti, ma che comunichi in anticipo alla Dtl della provincia di riferimento l’inizio della prestazione singola o di un ciclo di prestazioni non superiore ai trenta giorni con ciascun lavoratore di cui intendono avvalersi. La comunicazione può essere inviata per e-mail o per fax, deve arrivare prima dell’inizio della prestazione, e può essere annullata o modificata. E se non lo si fa si paga una sanzione che varia tra le 400 e le 2400 euro. Spetta poi alla Dtl verificare che a tali dichiarazioni corrispondano i fatti. Come? Andando sul posto senza preavvisi.

«Ma con il caos di questo momento le pare che possiamo stare dietro anche a queste piccolezze?», risponde con assoluta sincerità il dottor Pirrone, responsabile della Comunicazione della Dtl di via Mauro Macchi, a Milano. Informa che dallo scorso luglio, quando la riforma Fornero è entrata in vigore, hanno ricevuto una decina di calendari al giorno con cui i datori comunicavano le prestazioni pattuite con i sottoposti nel giro di un paio di mesi. «Ma noi – afferma – non abbiamo ancora fatto controlli. Ci stiamo concentrando sui contratti determinati e indeterminati. Lì c’è il vero lavoro nero», ribadisce. «Per le altre questioni ci muoviamo solo se il singolo lavoratore denuncia». È capitato? «No, nessuna denuncia».

Rajiva intanto aspetta fuori dall’ufficio di Molinari. Ci è arrivato accompagnato dall’amico collega. Può sperare di vedere segnate le ore effettivamente svolte solo se il compagno denuncerà la situazione. Così forse Rajiva otterrà il rinnovo del permesso di soggiorno, e l’amico, in questa Italia sfilacciata della crisi economica, perderà il lavoro.

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