Opportune et importuneMa anche per Ratzinger la Chiesa non è spiritualistica

Ma anche per Ratzinger la Chiesa non è spiritualistica

La rinuncia al ministero petrino di Ratzinger – il “Papa spirituale” paragonato (impropriamente) a quel Celestino V che scappò dai faccendieri di una curia troppo terrena – rappresenta, e in parte lo è, il culmine della tempesta perfetta in cui da anni naviga la barca di Pietro tra scandali, incidenti e polemiche. Incapace, per le forti resistenze incontrate, di riformare la curia romana e depurarla dagli intrighi occulti di potere, il Papa – così si è detto – ha preferito fare un passo indietro e rimettere tutto nelle mani del suo successore. Può darsi.

Per reagire allo scandalo, alla corruzione dei Sacri Palazzi, l’unica soluzione dunque è un repulisti generale, una purificazione radicale ed epocale della Chiesa cattolica, magari un nuovo Concilio che sia «nuovo inizio e rottura», un cristianesimo spirituale fatto solo di Vangelo senza più gerarchie, né precetti, né dogmi, né potere. Una tentazione antica, certo, che da anni affascina molti movimenti cattolici e affiora puntualmente nei momenti di crisi come questo. Ma è davvero praticabile per la Chiesa? No, è stata la risposta di Benedetto XVI nell’udienza generale del 10 marzo 2010, in un’audace lezione di teologia della storia. Forse ora, alla luce di quel che sta accadendo, è utile rileggerla.

Al centro della riflessione c’è la figura di san Bonaventura da Bagnoregio, dottore della Chiesa, uno dei primi successori di san Francesco alla guida dell’ordine da lui fondato e al quale il giovane teologo bavarese dedicò nel 1959 la sua tesi per ottenere la libera docenza in teologia. Nel guidare il movimento francescano, Bonaventura dovette fare i conti con la corrente interna dei Francescani spirituali, ispirati dall’abate cistercense Gioacchino da Fiore morto nel 1202.

«Questo gruppo», spiegava il Papa, «affermava che la Chiesa aveva ormai esaurito il proprio ruolo storico, e al suo posto subentrava una comunità carismatica di uomini liberi guidati interiormente dallo Spirito, cioè i Francescani spirituali e che con san Francesco era stata inaugurata una fase totalmente nuova della storia, sarebbe apparso il Vangelo eterno, del quale parla l’Apocalisse, che sostituiva il Nuovo Testamento». Una sorta di età spirituale.

Ma davvero la Chiesa può fare a meno totalmente di gerarchie e strutture direttive? Se la cattiva gestione del potere produce carrierismo, veleni e scandali come quello di Vatileaks non sarebbe davvero il caso di pensare a una rivoluzione radicale? La risposta, negativa, di Ratzinger è stata chiara: «Da ministro generale dell’ordine dei Francescani, san Bonaventura aveva visto subito che con la concezione spiritualistica, ispirata da Gioacchino da Fiore, l’ordine non era governabile, ma andava logicamente verso l’anarchia».

Dallo spiritualismo all’anarchia, insomma, il passo è breve. Era così ai tempi di Bonaventura, spiegava Ratzinger, è così anche oggi. Per essere governata la Chiesa ha bisogno di gerarchie e comandi ma a questo deve essere dato un fondamento teologico. Altrimenti tutto si trasforma in una lotta di potere distruttiva e fine a se stessa. 

L’altra idea degli spiritualisti francescani, che ricorre anche oggi, è che la Chiesa a causa di questa crisi drammatica sia al tramonto se non addirittura alla fine. Anche su questo Papa Benedetto è stato chiaro: «Mentre si ripete questa idea del declino», spiegava, «c’è anche l’altra idea, questo “utopismo spiritualistico”, che si ripete. Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra Chiesa, che la Chiesa preconciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra, totalmente “altra”. Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, papa Paolo VI e papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di grazia».

Illustrando l’opera di San Bonaventura, in sostanza, Benedetto XVI spiegò come intendeva lui governare la Chiesa: «Vediamo così che per san Bonaventura governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera. Il suo contatto intimo con Cristo ha accompagnato sempre il suo lavoro di ministro generale e perciò ha composto una serie di scritti teologico-mistici, che esprimono l’animo del suo governo e manifestano l’intenzione di guidare interiormente l’ordine, di governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo».

Esattamente come San Bonaventura gli scritti teologici, l’approfondimento della figura di Gesù, le omelie, l’attenzione alla liturgia, il «pensiero illuminato dalla preghiera» non sono – come crede il mondo – orpelli formali. È su questo fondamento, ha detto Papa Benedetto, che si basa la pur necessaria struttura gerarchia della Chiesa e tutti i suoi atti di governo. È qui che si attinge la forza per guarire il peccato di tanto suoi figli e rispondere agli attacchi che arrivano dall’esterno. Parole profetiche, se rilette alla luce di ciò che sta accadendo oggi. Il successore chiamato a raccoglierne l’eredità non potrà non tenerne conto.
 

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