Mi consentoMonti vive su un altro pianeta. Vada a vedere Lincoln, gli servirà

Monti vive su un altro pianeta. Vada a vedere Lincoln, gli servirà

Stiamo alla “stampa e regime”, per dirla alla Massimo Bordin. Atteniamoci al mainstream e parliamo di Monti e del cagnolino che gli ha messo in grembo ieri sera Daria Bignardi. Trozzy, mi pare che si chiami così. Su Twitter ancora resiste l’hasthtag a lui dedicato. C’è chi, con scarso senso della realtà, si domanda se la foto col mini cane in braccio possa essere l’immagine della campagna elettorale.

E allora stiamo all’ospitata alle Invasioni barbariche. E diciamolo: è stata un performance semplicemente imbarazzante. Un distinto signore anziano messo in mezzo dalla presentatrice che lo ha amabilmente preso per i fondelli sul suo essere fuori dalla realtà. A un certo punto persino al Professore è sorto un dubbio: ma non è che mi sta prendendo in giro? No, per carità.

Una performance imbarazzante perché Monti, oltre a non aver voluto rispondere sulle unioni civili e ad aver fatto comprendere che su questo tema il suo europeismo, per definizione inappuntabile, stavolta è annacquato per ragioni di alleanza, di fatto è parso un marziano. Non conosce Twitter, e va bene, non c’è nulla di male. Non ha mai sentito parlare, non diciamo letto, ma mai sentito parlare delle Cinquanta sfumature, libro che da mesi si trova ovunque e che è stato ormai declinato in ogni colore possibile. Non intende parlare di calcio. Non conosce nulla del festival di Sanremo.

Negli Stati Uniti d’America una simile performance avrebbe comportato il ritiro della candidatura. Noi che nella nostra Italia abbiamo scoperto solo recentemente, e ora lo sbandieriamo un po’ ovunque, il fact-checking, dovremmo saperlo. Condoleezza Rice una volta indovinò persino il risultato finale del Super Bowl. Nessuno della Casa Bianca si sarebbe mai sognato di snobbare quelli che sono considerati gli appuntamenti che scandiscono la vita del Paese. In Italia è diverso. Non è detto che un uomo dell’età di Monti debba saper usare Twitter, per carità, ma balbettare in modo così evidente in tv sulla “vita normale” offre quanto meno l’immagine di un uomo sideralmente distante dalla maggioranza dei cittadini che intende governare. E questo in America sarebbe letale.

Vien da chiedersi come viva le giornate il professor Monti. Avrebbe dovuto farlo emergere ieri sera. Avrebbe dovuto parlare delle sue letture, dei suoi nipotini. La sua battuta più azzeccata in campagna elettorale resta quella sul nipotino che a scuola era soprannominato spread. Non a caso, il guru della comunicazione David Axelrod glielo ha detto in tutte le salse che deve sciogliersi, che deve mostrare di più la signora, che deve far emergere il lato umano, persino che deve farsi fotografare vicino ai bisognosi, ai malati, per provare a sbiadire l’immagine di un uomo che frequenta solo banchieri e benestanti.

Il punto è che un atteggiamento che per gli altri sarebbe normale, in lui risulta goffo, imbarazzato. Come se non fosse a suo agio in una vita ordinaria. La cifra del professore emerge in maniera insopprimibile.

Ora, è bene ripeterlo, qui si fa una disamina della comunicazione del Professore. Quel che pensavamo del suo Governo lo abbiamo scritto più volte. Qui, qui, e ancora qui ha scritto Tondelli un editoriale che avevamo a lungo discusso. E ieri ci è tornato su, per l’ennesima volta, Marco Alfieri. Ma in campagna elettorale non c’è da convincere noi, bensì il corpo elettorale. E solo in Italia un politico può approcciare la sfida elettorale con l’atteggiamento di chi afferma: “se non mi votate, peggio per voi”. Ve lo immaginate Obama dire così?

Oppure, e il professor Monti non potrà che esserci grato per quest’accostamento, Abramo Lincoln? Ecco, proprio in questi giorni è in Italia il film di Steven Spielberg sul presidente degli Stati Uniti d’America. Non è certo tra i cinque migliori lavori di Spielberg, ma è pur sempre un suo film. E vale la pena vederlo. Ebbene, Abramo Lincoln – non proprio il ragionier Rossi – pur di vincere la sua battaglia sul tredicesimo emendamento, ricorre ovviamente a ogni stratagemma. E non si limita alla corruzione dei democratici meno intransigenti sul razzismo, ma scende in campo in prima persona. Va a parlare con loro. Di notte, di giorno. Così come conversa con i soldati che sono al fronte. Perché – questo è il messaggio del film – la politica è merda e sangue. È passione, follia, coraggio, determinazione. Lincoln non avrebbe mai assestato il primo, tremendo, colpo al razzismo in America se fosse rimasto nel suo studiolo e avesse atteso il corso degli eventi. E non sarebbe mai passato alla storia. “La gente lo ama – dice la moglie in una delle scene più significative rivolgendosi ad altri politici – voi non sarete mai popolari come lui”.

Si sporcò le mani, Lincoln. Proprio quel che manca al nostro professore. Cui affettuosamente rivolgiamo l’invito di andare al cinema una di queste sere. Magari con la signora Elsa. Così alla prossima intervista potrà citare qualche film più recente di Vacanze romane e Tempi moderni.

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