Viva la FifaNapoli e Inter consegnano lo scudetto alla Juve

I bianconeri posso permettersi di stancarsi in Champions, visti i ritmi delle inseguitrici

Se Silvio Berlusconi intendeva controllare più da vicino l’operato di Roberto Donadoni, venerdì sera avrà di sicuro ricevuto risposte positive. Da tempo si vocifera di un possibile approdo dell’ex ct della Nazionale – e soprattutto ex ala del grande Milan – sulla panchina rossonera. E proprio contro il Milan, il tecnico del Parma ha dimostrato di saper gestire tatticamente una partita sulla carta difficile come quella di San Siro. Contro il Milan del tridente, Donadoni ha riposto con un modulo speculare, il 4-3-3, con l’intento di bloccare l’attacco a tre creste e costringere le due mezzali Nocerino e Muntari ad accorciare di continuo, lasciando a bocca asciutta il reparto offensivo già orfano dei tagli e delle accelerazioni di El Shaarawy. Allo stesso tempo, Valdes aveva licenza di fare gioco. Il centrale crociato, soprattutto nella prima parte di gara, ha fatto un partitone. I suoi numeri parlano chiaro: 78 palloni toccati, 39 passaggi azzeccati su 43, 8 palloni recuperati e 6 lanci effettuati. Allegri però non vuole essere da meno e dopo mezzora in cui il Parma fa meglio decide di mettere Boateng trequartista per bloccare Valdes. Certo i gol del Milan non sono frutto di questo cambio tattico, ma in quella posizione il ‘Boa’ in un’ora di gioca tocca comunque 54 palloni, contribuendo all’86% di passaggi positivi di marca Milan. Il Parma ha perso la partita perché l’autogol di Paletta gli ha tagliato le gambe. Nella ripresa gli ospiti entrano in campo più timidi e il Milan, con Montolivo più libero (106 palloni toccati), può ovviare al primo tempo bloccato. Balotelli fa il resto. Alla vigilia del derby, il Milan è al 7° risultato utile consecutivo.

Se Fiorentina-Inter fosse un film, visto dalla parte dei nerazzurri sarebbe il ‘Titanic’. A 7 giorni dal derby, la prestazione della squadra di Stramaccioni è stata a dir poco sconcertante. Basta osservare il primo gol, incassato dopo 10 minuti. Pasqual scatta sula sinistra dalla sua area ed arriva totalmente indisturbato in quella avversaria, mentre Ljaic e Jovetic si sovrappongono al centro: basta questo a spezzare la difesa dell’Inter, con Ranocchia che perde di vista Ljiac mandando fuori tempo Juan Jesus: la frittata è servita. Aggiungiamoci poi il terzo gol, con Aquilani che addirittura sforna un assist di tacco in area. L’Inter non c’è, non esiste sul piano psicologico e atletico, la squadra è allo sbando sul piano tattico. Il 31% di possesso palla e 1 solo tto in porta sono un’altra fotografia del match. Tutto facile per i viola, che con il 3-5-2 tutto tecnica, palleggio e corsa fanno quello che vogliono: oltre il 60% di possesso palla, 11 tiri, 650 passaggi di cui il 92% azzeccati.

La Juve nel frattempo è rimasta a Glasgow. I bianconeri, bellissimi e spietati contro il Celtic, hanno come si suol dire pagato dazio contro la Roma. Due i problemi mostrati sabato sera all’Olimpico: la stanchezza, ma anche la cronica mancanza di cinismo sottoporta. La Juve non poteva credere di aver risolto la questione con il ritorno al gol di Matri, perché per un attaccante si sa che le reti vanno e vengono. E non ci si può nemmeno affidare, sul lato della costanza, a uno come Vucinic. Se il montenegrino non ha mai segnato per 3 partite di seguito, un motivo ci sarà. Come ci sarà un motivo se Francesco Totti è arrivato a 224 reti in serie A, una in meno di Nordhal. Il capitano giallorosso è un esempio, altro che Lamela, lezioso come non mai. Totti imposta, corre, picchia se ce n’è bisogno e fa un gol d’autore, perché per battere Buffon alla soglia dei 40 anni (10° in carriera) sei un maestro di calcio e basta.

Eppure la Roma inizialmente non ha convinto. Non tanto per una questione di modulo (3-4-2-1), quanto di uomini: Lamela non corre, Osvaldo ha voglia di fare dopo il rigoraccio di Genova ma ha troppa foga, Torosidis fa venir voglia di chiedersi perché lui gioca in serie A e molti di noi no. La Juve è quella che ti aspetti, ma solo all’inizio: tanta grinta, Pirlo ispirato e Pogba a mettere la cerniera. Il centrocampo giallorosso accorcia sul numero 21, unica fonte di gioco. Ma i bianconeri si stancano presto Asamoah ha ancora testa, polmoni e gambe in Africa e anche Vidal non è il ritratto della freschezza, mentre in attacco Matri si smazza ma a vuoto e Vucinic a fine gara deve aver pagato il biglietto, perché la partita non la gioca ma la guarda. La Juve cala e la Roma avanza alla distanza, colpendo col capitano. I gialorossi però sono quelli ancora in parte formato-Zeman: giocano un tempo solo. Alcuni numeri danno comunque ragione ai bianconeri (56% possesso palla, 60% vantaggio territoriale, 84% passaggi positivi), ma nei tiri (11 a 5) e nei contrasti vinti (75%) ha ragione la Roma: è in queste due cifre che i giallorossi hanno vinto la gara.

Con la sconfitta della Juve, il Napoli ne avrà approfittato. E invece. Non era allora questione di Viktoria Plzen. Il fatto è che gli azzurri, quando è il momento di fare il salto in avanti, ne fanno uno indietro. Emblematica l’immagine di Mazzarri che rivolto alla panchina si porta le dita alla testa: è quella che non gira. Come non gira tutto il Napoli, se Cavani non la butta dentro. Non solo. La Samp imbriglia bene gli avversari, che faticano a costruire gioco soprattutto nel primo tempo, con Armero e Mesto bloccati sulle fasce: motivo per cui Mazzarri nella ripresa cambia tutto, con 4 dietro e altri 4 davanti. Ma più che una partita, diventa la classica furia agonistica che non porta a nulla, se non allo 0-0: a nulla servono il 66% di possesso palla e il 70% di vantaggio territoriale.
 

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