Open data, è Google maps il modello per le visure camerali

Open data, è Google maps il modello per le visure camerali

Con il termine open data si fa riferimento ad un movimento culturale che chiede il rilascio delle informazioni prodotte e gestite dalla pubbliche amministrazioni in maniera aperta, ovvero in modo da consentire a chiunque di utilizzare, ri-utilizzare e ridistribuire i dati. Si tratta di una evoluzione tecnologica importante rispettto al tema della trasparenza della pubblica amministrazione che oltre a migliorare il livello di conoscenza del pubblico sull’operato delle Pa può anche essere occasione di crescita economica visto che sono già molti i casi di utilizzi commerciali di open data. Fra gli esempi di uso originale degli open data si può menzionare l’applicazione Trulia, che consente di incrociare i dati dei crimini commessi nelle città americane con le offerte immobiliari ove i dati dei crimini sono acquisiti dagli open data rilasciati dalla autorità cittadine stesse.

Uno dei cardini del movimento open data è che i dati devono essere rilasciati dalle pubbliche amministrazioni a titolo completamente gratuito poichè, secondo uno dei pionieri del movimento Aaron Swartz, tragicamente scomparso qualche mese fa, i dati sono già stati pagati dalla fiscalità generale e dunque non ha senso che un cittadino paghi due volte. Se è vero che con le tasse si finanziano le Pa anche per l’acquisizione e gestione dei dati attualmente esistenti, non è vero che con le stesse tasse si possa ripagare anche la loro pubblicazione che prevede la bonifica dei dati, per non rilasicare informazioni sensibili (si pensi ai dati sanitari), il controllo qualità dei dati stessi e il loro aggiornamento. Gli attuali sistemi informativi delle pubbliche amministrazioni infatti non sono stati pensati per pubblicare i dati, ma solo di acquisirli e manipolarli per gli usi interni. È auspicabile in futuro che i nuovi sistemi di gestione dei dati prevedano la possibilità di pubblicare i dati in formato aperto. Tuttavia la modifica o introduzione di nuovi sistemi informativi richiedono investimenti che oggi molte pubbliche amministrazioni non possono permettersi.

Un esempio concreto delle diffcoltà di coinciliare i principi del movimento open e i costi per la produzione e pubblicazione dei dati è il caso delle informazioni cartografiche, che rappresentano uno degli asset pubblici più consistenti in termine di valore potenziale. Il processo di creazione di una mappa è molto lungo e complesso e parte rilievi aereofotogrammetrici seguita da una validazione da parte di un team di esperti per continuare con la fase di analisi delle fotografie e restituzione in formato digitale usando gli opportuni simbolismi della carta. Risulta evidente che tale processo sia estremamente lungo, complesso e costoso. È importante sottolineare che la cartografia così ottenuta è molto più ricca di quella offerta da applicazioni come Google Maps perché contiene altri tematismi utili per i cittadini e i professionisti. Diverse regioni hanno scelto politiche diverse per il rilascio di tali dati. La Regione Sardegna prevede un costo di 52 euro per ogni sezione della sua cartografia, mentre la regione Lombardia consente il download gratuito di tutta la sua cartografia.

Un situazione completamente opposta a quanto visto con la cartografia pubblica è rappresentata dai dati che descrivono le imprese in Italia. Per legge, ogni azienda è obbligata a comunicare alle camere di commercio (che sono enti pubblici) le informazioni legali, economiche e amministrative. Il costo di produzione di questi dati per le camere di commercio è relativamente basso in quanto i dati sono forniti dalle stesse aziende pena il non rispetto della legge. Il costo è dunque rappresentato dalla piattaforma che consente alle aziende di aggiornare i propri dati. A fronte di un costo di produzione relativamente basso, le camere di commercio vendono tali informazioni sul sito registroimprese.it a prezzi molto onerosi (rispetto al costo di produzione). Per esempio se si vuole acquistare un’auto e verificare l’affidabilità del concessionario scelto tramile la visione dei bilanci passati (come peraltro suggerisce proprio il sito registroimprese) si devono spendere 11 euro.

Le contraddizioni che emergono dagli esempi appena descritti fanno capire come si debba ancora definire per le pubbliche amministrazioni che vogliono seriamente utilizare lo strumento open data, al di da della moda e degli slogan del momento, un approccio economico, tecnologico e organizzativo sostenibile nel medio periodo. Esistono già delle soluzioni disponibili che possono allo stesso tempo preservare la liberta di accesso alle informazioni con la sostenibilità economica. Per esempio nel caso delle visure camerali si può immaginare un modello simile a quello previsto da servizi come Google maps, che prevede un accesso gratuito da parte di singole richieste di informazioni, mentre per per grandi quantità di richieste è necessario pagare.

Va evidenziato però che le tariffe, e le modalità per un accesso massivo ai dati devono essere rese pubbliche e devono essere uguali per tutti e non come ora riservate a particolari operatori commerciali (i rivenditori di dati nel caso delle camere di commercio). Nel caso delle cartografie si potrebbe differenziare l’offerta dei dati pubblici in base alla qualità e aggiornamento dei dati stessi sempre adottando modelli di business che prevedano la remunerazione del mero costo di riproduzione, come già previsto dall’articolo 7 della legge 36 del 2006 sul riuso dei dati pubblici e dall’art 68 comma 3 del codice per l’amministrazione digitale, che ad oggi non è ancora stato pagato dalla fiscalità generale. 

Le recenti novità previste nell’articolo 52 del Codice dell’amministrazione digitale impongono a tutte le Pa di offire i propri dati in formato open. Iniziativa senz’altro notevole ma riorganizzare la struttura informatica per produrre dati da esporre in formato open con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica è una sfida quasi impossibile che rischia di vanificare tutti gli sforzi del legislatore.

*Ricercatore presso il Dipartimento di informatica sistemistica e comunicazione dell’Università di Milano Bicocca

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