Mi consentoPovera figlia di Ichino, costretta a giustificarsi per il suo lavoro

Povera figlia di Ichino, costretta a giustificarsi per il suo lavoro

Succede – almeno così si evince leggendo i giornali – che a un’assemblea del Pd, a Roma, prenda la parola Chiara Di Domenico, 37 anni. La militante, per denunciare il nepotismo che sta incancrenendo l’Italia e per riportare l’attenzione su un ascensore sociale che non funziona più, in un discorso ad effetto in cui cita anche Peppino Impastato, fa un nome e un cognome: “Ecco, ad esempio, Giulia Ichino, assunta a 23 anni alla Mondadori. Com’è possibile? Sono stanca di vedere assuniti i figli di…”. Le cronache narrano persino di un Pier Luigi Bersani che sarebbe andato ad abbracciarla. Non abbiamo testimonianza dell’accaduto e qui ve lo riportiamo. 

Era già successo, in verità. Era successo con la figlia della ministra Elsa Fornero. E si è ripetuto. Si badi bene, non è che Chiara Di Domenico si è presentata all’assemblea del Pd con un lungo e articolato elaborato in cui ha snocciolato tutti i casi di parentele (o singolari omonimie) che invadono le ormai innumerevoli università italiane. No, lei ha fatto un solo esempio. Per usare una spiacevole metafora, ha sparato nel mucchio. Ce ne sarebbe un’altra, ancora più spiacevole, sui cento da educare, che però probabilmente sarebbe un filo eccessiva.

Il filo conduttore, però, è quello: l’intimidazione. Col risultato che la persona chiamata in causa si senta in obbligo di difendersi, di giustificarsi. Come se fosse una colpa l’essere entrata in Mondadori a 23 anni. E così Giulia Ichino si sente in dovere di offrire spiegazioni. E lo fa sia rispondendo alle inevitabili telefonate dei giornalisti (troverete le sue risposte, ad esempio, su Repubblica e Corriere della Sera) sia sulla propria Facebook dove racconta la propria carriera, iniziata in Mondadori nel 2001. È costretta a riferire delle sue amicizie all’università, del primo co.co.co che ha firmato grazie alla gravidanza di una dipendente, della sua attitudine a scovare refusi mentre correggeva bozze (“sono una pignola, una pilicusa”). È costretta a subire la domanda di un giornalista di Repubblica che le chiede: “È un percorso raro il suo, non crede?”. Mah. 

Giulia Ichino risponde alle domande e alla fine rivela anche di aver sempre votato Pd («adesso però non so cosa farò»). Perché, in questa triste e meschina vicenda, c’è ovviamente anche un altro aspetto da non sottovalutare. Il papà di Giulia, dopo le primarie, ha lasciato il Pd per aderire al progetti Lista civica di Mario Monti proprio perché in contrasto con la visione del mondo del lavoro di Bersani e dei suoi. E quindi, per dirla alla britannica, l’intervento della Di Domenico è stato quantomeno inopportuno. Per non parlare dell’abbraccio finale del segretario. Un gesto poco nobile. E ci fermiamo qui. 

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