Sorpresa:i nostri salari son cresciuti più dei tedeschi

Sorpresa:i nostri salari son cresciuti più dei tedeschi

Stipendi al minimo da 30 anni” titolava Repubblica.it qualche giorno fa, subito ripresa da altri siti e blog. L’articolo riportava i dati sulle retribuzioni contrattuali appena pubblicati dall’Istat e lanciava un grido d’allarme sulla dinamica delle retribuzioni dei lavoratori italiani.

A parte la scelta infelice del titolista (poi corretta in corsa nella versione lasciata in archivio), che induceva a confondere la dinamica dei salari con il loro livello, c’è comunque da registrare una certa confusione sull’interpretazione dell’indicatore, che pare oscillare fra una analisi puramente reddituale (il reddito percepito dai lavoratori) e una legata al “prezzo del fattore lavoro”. In entrambi casi l’indicatore non sembra proprio il più appropriato.

Come Istat si premura di dire nella nota metodologica allegata al comunicato stampa, l’indicatore si riferisce alle condizioni contrattuali tabellari ed è scollegato dalle retribuzioni di fatto che dipendono dal numero di ore effettivamente lavorate e da eventuali bonus individuali. Insomma: se si vuole analizzare la dinamica del reddito effettivamente percepito dai lavoratori non è questo il numero corretto.

Se invece ci si volesse concentrare sul prezzo del fattore lavoro è necessario quantomeno aggiungere alle componenti sopra citate i contributi sociali, che sono di fatto parte della retribuzione. Sembra un principio sacrosanto, visto che in assenza di sistemi pensionistici pubblici o in sistemi misti, la remunerazione che è normalmente versata allo Stato sarebbe contrattualmente percepita dal lavoratore. E visto che il contributo alla produzione risiede in un’unità di misura del tempo prestato al lavoro, pare logico riferirsi alle retribuzioni orarie medie, depurate per di più dagli effetti dell’inflazione.

Concentradosi quindi su questa definizione: quale è stato l’andamento recente delle retribuzioni in Italia rispetto, per esempio, alla Germania? Riportiamo qui la retribuzione lorda in termini reali (depurata quindi dagli effetti dell’inflazione) nei due paesi in quattro disaggregazioni: il settore privato nel suo complesso, con i suoi due sotto-settori dell’industria (costruzioni escluse) e dei servizi, e il settore pubblico (pubblica amministrazione escluse scuola e università). La fonte è il database Eurostat.
 

Figura 1 – Salari orari lordi reali medi, Settore Privato

Fonte:Eurostat

Fino al 2008, la dinamica salariale nel settore privato non appare in media di per sé molto pronunciata, né in Italia né Germania, cosa arcinota ed essenzialmente legata a una produttività piuttosto stagnante (anche in Germania almeno fino al 2007). È importante sottolineare che nonostante la produttività italiana sia in pratica ferma dai primi anni 2000, i salari reali sono comunque aumentati seppur di meno dell’1% in media annua. Ma il salario non è mai stata (e mai sarà) una variabile indipendente: se non cresce la produttività, difficile sostenere la crescita delle remunerazioni nel lungo periodo.

Ciò che colpisce è l’impennata delle retribuzioni italiane all’inizio della recessione, fenomeno visibile nei primi tre grafici, ma in particolare assolutamente incontrollata nella manifattura (9 per cento in 2 anni!). Confrontato con l’indice tedesco, quello italiano è di fatto “impazzito”, salvo poi declinare in seguito ma solo parzialmente e soprattutto grazie al contributo dei servizi. Difficile capire cosa spieghi la dinamica. Potrebbe essere un semplice effetto di selezione, per cui i lavoratori espulsi dal processo produttivo durante la crisi (principalmente con contratti a termine) potrebbero essere quelli meno produttivi e con crescita salariale mediamente più bassa. E la diversa dinamica tra industria e servizi potrebbe nascondere la minore sindacalizzazione del secondo settore.

Figura 2 – Salari orari lordi reali medi, Industria

Fonte:Eurostat

Figura 3 – Salari orari lordi reali medi, servizi di mercato

Fonte:Eurostat

La vera schizofrenia risiede però nel settore pubblico. Le retribuzioni orarie nell’ultimo decennio (si noti il picco nel 2002 legato al famoso premio elargito dal governo Berlusconi) mostrano una dinamica del tutto sganciata dal settore privato (e da quanto avveniva nella pubblica amministrazione tedesca). Anche questo è un costo per le imprese e i lavoratori italiani. E la pressione fiscale ne è l’infelice prezzo da pagare.

Figura 4 – Salari orari lordi reali medi, Settore pubblico

Fonte:Eurostat

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