Mi consentoVent’anni dopo, Berlusconi è uguale a se stesso. Come l’Italia

Vent’anni dopo, Berlusconi è uguale a se stesso. Come l’Italia

Ci risiamo. Nulla è cambiato. Si è ripreso la scena attingendo al suo repertorio classico (“Se andrò al governo non solo vi toglierò l’Imu sulla prima casa ma vi rimborserò entro un mese, anche in contanti, l’Imu pagata nel 2012. E i soldi li ricavo dalla tassazione delle attività finanziarie”), e i suoi detrattori reagiscono confermando ancora una volta la grandiosità del lavoro scientifico di Pavlov, diversificando, come al solito, l’espressione della stizza: c’è chi sceglie l’indignazione e chi invece opta per la derisione nei confronti di quest’uomo anziano che prova, ancora una volta, a imbonire gli italiani.

Nulla è cambiato, dunque. E siamo qui tristemente a sottolinearlo. Potremmo proseguire all’infinito, scrivere un instant-book sull’argomento, anche un’enciclopedia volendo. Basta guardarsi un po’ intorno. Massimo Giannini su Repubblica.it ha azionato il pilota automatico; su Twitter troverete quasi tutta l’intellighenzia intenta a sghignazzare su quest’ennesima uscita da avanspettacolo, così come sugli altri social network. E le tv non parlano d’altro.

Effettivamente, d’istinto sembra lunare pensare che possa esserci ancora qualche italiano disposto a credere alle sue promesse. Vent’anni dopo il milione di posti di lavoro, il nuovo miracolo italiano, il Cavaliere è ancora lì, intento a ripetere lo stesso schema. Come se nulla fosse accaduto. Come se non avesse governato tre volte, per un totale di dieci anni. Ma questi schemi con lui non valgono. È giustissimo l’articolo pubblicato da la voce.info e qui ripreso sull’Imu, è sacrosanto spiegare che Berlusconi sullo spread ha detto il falso. Ma è tanto doveroso, quanto inutile. Il fact-checking con lui non funziona. Gli rimbalza, direbbero a Roma.

Perché sono altre le corde che Berlusconi tocca. Mente, sapendo di mentire. E, probabilmente, persino la platea ne è consapevole. Ma ne è irretita, non riesce a farne a meno. Ne è irresistibilmente attratta. È una sorta di sindrome di Stoccolma. Che colpisce i suoi elettori così come i suoi contestatori. È questo il segreto di Berlusconi. È al centro della scena. Ripete fino allo sfinimento gli stessi concetti. E alla fine cedi.

In settimana la cronaca ha registrato un passaggio su cui i cultori delle campagne elettorali non si sono soffermati abbastanza. Mario Monti, l’uomo chiamato a salvare l’Italia dal governo Berlusconi, il candidato che da settimane sottolinea la sua distanza dal Cavaliere e dichiara che mai e poi mai potrebbe allearsi con chi ha portato il Paese sull’orlo del baratro. Mario Monti, dicevamo, in settimana non ha trovato di meglio che pescare dal repertorio berlusconiano il luogo comune più scontato, quello sui comunisti. Proprio lui, che sta conducendo una campagna di chiara, inequivocabile, impronta anti-berlusconiana, ha utilizzato le remote origini comuniste per attaccare il Pd. Roba che ormai nemmeno il Papa farebbe più.

Una legittimazione in piena regola. La dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, che il berlusconismo, la propaganda berlusconiana, riescono a insinuarsi ovunque, non conoscono ostacoli. La domanda che dovremmo porci è: se ci casca Mario Monti, perché non potrebbero gli italiani? E, ancora: com’è possibile che dopo vent’anni quest’uomo sia ancora sulla breccia? Com’è possibile che, alla sua sesta campagna elettorale, si stia rivelando ancora una volta il protagonista e rischi, da solo, di toccare il venti per cento?

Non lo sappiamo. Questa è la desolante conclusione. Perché la tenacia e la costanza berlusconiana fanno il paio con l’incapacità della classe giornalistica di comprendere e descrivere il nostro Paese. In vent’anni non siamo riusciti a capire che cosa ci fosse all’origine di questo fenomeno. Certo, le soluzioni proposte sono state tante: ha le televisioni, gli italiani sono fondamentalmente disonesti, e via discorrendo. Tesi efficaci per un buon titolo, per esser apprezzati alle cene che contano. Ma del tutto inadatte a descrivere una parabola politica che affonda le proprie radici in un qualcosa che ci sfugge. O che non vogliamo vedere. 

Vent’anni dopo, Eugenio Scalfari ci propina lo stesso editoriale domenicale in cui, con disarmante candore, si chiede come sia possibile che qualcuno possa lontanamente immaginare di non votare Pd. Vent’anni dopo, la sinistra è ancora lì, attorcigliata sui suoi complessi (in primis il denaro), e incapace persino di scegliere un leader giovane e innovativo. Vent’anni dopo, coloro i quali erano con Berlusconi dalla prima ora, Casini e Fini, si nascondono dietro un alleato di gran lunga più presentabile. Vent’anni dopo (omicidio Marta Russo), c’è un altro attentato, quello a Musy, che squaderna il marcio dell’università italiana nell’indifferenza generale. Vent’anni dopo, i sassi dal cavalcavia hanno fatto spazio alle giovani bestie di Manfredonia che uccidono per noia.

Vent’anni dopo, Berlusconi ci ripropone la stessa televendita. Ma siamo così sicuri che noi nel frattempo siamo cambiati? 

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