Austerity, nei piani europei si apre una breccia

Dopo il vertice europeo

BRUXELLES – Fare presto, rispondere all’urgenza dei cittadini di far ripartire la crescita e l’occupazione anziché continuare a concentrarsi sull’austerity. Il messaggio che l’Europa, con l’occhio rivolto al caos post-elettorale italiano, cercherà di dare al vertice Ue di giovedì e venerdì è questo.

Il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy lavora in questo senso, cercando un chiaro spiraglio sul fronte, finalmente, degli investimenti pubblici «produttivi» per rilanciare la crescita. Anche se, tanto per cambiare, a quanto si apprende, la Germania ha già manifestato chiare perplessità su alcuni punti. Certo è che l’ultima bozza di conclusioni del summit, datata 8 marzo, parla un linguaggio insolitamente chiaro, e che il governo uscente di Mario Monti vede anche come un suo successo.

Palazzo Chigi e i diplomatici italiani a Bruxelles hanno insistito per un chiaro riferimento alla possibilità di aumentare i margini di manovra per consentire agli stati “virtuosi” di allentare la morsa del rigore e stimolare la crescita. Per dirla con il ministro agli Affari europei Enzo Moavero Milanesi, margini destinati «a quegli stati che hanno un deficit tra il pareggio (strutturale, ndr) e il 3% del pil». Dunque, proprio come l’Italia, che per il 2013, secondo la Commissione Europea, avrà un deficit nominale del 2,1% del pil e strutturale (al netto di fattori ciclici e una tantum) dello 0,1%.

«La stagnazione dell’attività economica prevista per il 2013 – si legge nel preambolo della bozza di conclusioni – e i livelli inaccettabilmente elevati di disoccupazione evidenzia quanto sia cruciale accelerare gli sforzi per sostenere la crescita come questione prioritaria». Parole che riecheggiano quelle delle lettera inviata ai leader dal presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso: «Abbiamo visto un miglioramento delle condizioni dei mercati finanziari – scrive – nella seconda metà del 2012, ma questo non ha ancora fatto scattare una ripresa nell’economia reale, e la disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti in molti stati membri.

Gli aggiustamenti di bilancio per ridurre il debito privato e pubblico continuano a pesare massicciamente in termini di crescita a breve termine. Le conseguenze sociali della crisi sono una particolare causa di preoccupazione per la Commissione».

Tra gli strumenti, c’è quello su cui tanto ha insistito Monti: «Vi deve essere – si legge al paragrafo 4 della bozza (novità rispetto alla bozza precedente datata 4 marzo) – un misto di spese e misure di gettito adeguato, incluso misure mirate per rilanciare crescita e occupazione, in particolare per i giovani, e per rendere prioritari gli investimenti favorevoli alla crescita. In questo senso, il Consiglio Europeo ricorda che, pur rispettando pienamente il Patto di Stabilità e crescita, è possibile utilizzare le possibilità offerte dall’esistente quadro di bilancio per bilanciare esigenze di investimenti pubblici produttivi con le esigenze di obiettivi di disciplina di bilancio».

Traduciamo: i governi “virtuosi” potranno negoziare con Bruxelles una deviazione dall’obiettivo di deficit previsto – purché al di sotto della soglia del 3% – se questa deviazione è dovuta a una spesa maggiore per misure ad esempio a sostegno dell’occupazione giovanile, o il miglioramento di settori chiave come l’energia, il digitale, le telecomunicazioni.

Un negoziato, comunque, precisa il ministro, «molto difficile». Anche perché si tratterà di convincere non solo la Commissione, ma anche i partner europei nel quadro dell’Eurogruppo, che si tratta davvero di investimenti «produttivi». E i soliti noti, a cominciare dalla Germania, dall’Austria e dalla Finlandia (le cui economie stanno già ripartendo alla grande a differenza del Sud Europa), stanno già avanzando forti perplessità. «Non bisogna dare il segnale che si ammorbidisce il Patto di stabilità» dice un diplomatico tedesco. Soprattutto, a Berlino e ai suoi alleati non piace affatto che si parli di «misure a breve termine per rilanciare la crescita».

Per il resto, c’è poco di nuovo: nella bozza si ricorda l’aumento di capitale della Banca europea per gli investimenti che le consentirà di incrementare di 60 miliardi di euro il finanziamento di progetti per crescita e occupazione. E si ricorda – giustamente – che in sostanza il famoso Patto per la crescita e lo sviluppo del giugno 2012 è rimasto lettera morta. E dire che comunque lì, a parte la ricapitalizzazione della Bei, non c’erano soldi «freschi» ma solo 150 miliardi (ora si parla di 180) di fondi Ue già stanziati da riorientare.

Del resto, è chiaro che Monti al vertice si troverà a fronteggiare una crescente preoccupazione dei partner europei proprio su disciplina di bilancio e riforme strutturali. Continueranno? Particolarmente scottante è la questione delle scadenze nel quadro del Semestre europeo, entro fine aprile tutti gli stati membri dell’Eurozona devono presentare alla Commissione i rispettivi Piani nazionali di riforme (Pnr).

La Commissione, dopo averli esaminati, intorno a giugno emette delle raccomandazione le quali, una volta approvate dall’eurogruppo entro inizio luglio, diventano vincolanti. Per rispettare le scadenze, spiega Moavero, «il Parlamento dovrebbe poter cominciare a esaminare il Pnr a inizio aprile». Ma come farà se non ci sarà un governo a presentarle? Il ministro assicura che «il governo (Monti, ndr) ci sta lavorando da tempo» e che il piano «è quasi pronto».

Già, ma potrà un esecutivo dimissionario presentare al Parlamento un piano che è anche un programma di governo?