Portineria MilanoBossi attacca Maroni, ma è un generale senza esercito

Il Senatùr dà del «culo largo» a Bobo che infuriato risponde: «Adesso basta»

«Culo largo»! Umberto Bossi, ex leader della Lega Nord, presenta il suo regalo di compleanno per Roberto Maroni (sono 58 ndr) appena arrivato a Montecitorio, apostrofandolo proprio in questo modo: «Culo largo per stare su più poltrone». In realtà il Senatùr, più che mai isolato, senza fedelissimi intorno non più parlamentari, non sembra lucido quando i giornalisti gli pongono un paio di domande sulla situazione politica. Se sul fronte appoggio esterno a un governo del Partito Democratico – ipotesi che continua a circolare alla Camera e al Senato – Bossi cambia parere in meno di un’ora (prima no, poi sì, ndr), è sull’attacco a Maroni che lo statista di Gemonio pare avere le idee chiare. «Maroni da mesi mi dice ‘mi dimetto’» tuona Bossi «poi però all’ultimo momento si è accorto di avere il culo molto più largo per poter stare su molte poltrone».

La polemica è di vecchia data. Ma i toni questa volta sono più alti. Bossi l’aveva posta prima del federale della scorsa settimana, quando proprio Maroni diede le dimissioni poi respinte dal consiglio. Anche per questo motivo Bossi aggiunge: «la Lega è in subbuglio, perchè è sempre stata abituata ad avere un segretario che mantiene la parola». Bobo, dopo aver letto le agenzie, regala su Facebook e Twitter la risposta al padre nobile. Ribadisce di aver presentato le sue dimissioni e che sono state respinte. Quindi risponde per le rime: «Adesso basta». Del resto, confidano i maroniani di ferro, «Bobo di fare il segretario federale non ha più voglia. È rimasto per sedare le battaglie interne soprattutto in Veneto e ora si vede attaccare così da Bossi, per di più nel giorno del compleanno….»

In via Bellerio si mormora che Maroni sia furioso. E che quell’ «adesso basta» sia l’ultima parola finale su una polemica che in Lega vogliono spegnere sul nascere. Anche perché, dicono  «Berlusconi ha un ottimo feeling con Maroni e questo forse a Bossi non va giù». Lo stesso Matteo Salvini, segretario nazionale lombardo, sminuisce i toni. «Con il massimo rispetto per tutti, questo è il momento giusto per parlare poco e lavorare tanto. La Lega non ha bisogno di polemiche (ci pensano già altri), ma di portare a casa risultati concreti. E con i militanti che abbiamo ce la faremo». Il punto però sembra essere un altro. Bossi non è più quello dell’anno scorso. I leghisti lo sanno. Il Senatùr non ha più le truppe né le milizie per potersi prendere la Lega Nord. E a Montecitorio e palazzo Madama sono tutti maroniani di ferro. 

Ma la situazione appare quasi paradossale. Perché nelle ore in cui ci si richiama alla costola della sinistra del ’95 di d’alemiana memoria, per la possibilità della Lega di votare il governo Bersani, Bossi torna di nuovo ad attaccare dopo vent’anni Maroni. È l’ennesima riedizione di uno scontro decennale tra Bobo e Umberto, tra il figlio e il padre per dirla alla Guido Passalacqua, tra i più grandi giornalisti che hanno seguito il Carroccio. Lo scontro sembrava essersi sopito dopo il congresso di Assago del 2012, ma ogni volta mostra dei sussulti. E c’è chi dice che Bossi soffra nella sua posizione defilata. 

Del resto, proprio in questi giorni il Senatùr avrebbe esternato con i suoi tutto il suo malessere per la sua solitudine alla Camera. Forse c’è pure la nostalgia per i tempi ormai andati. Al momento l’unico fedelissimo è Giancarlo Giorgetti, capogruppo leghista a Montecitorio, con cui però ha già avuto da discutere nei mesi scorsi, durante lo scontro tra barbari sognanti e cerchio magico. A Roma non c’è più Rosi Mauro né Paola Goisis, la nemica di Flavio Tosi. Non c’è Marco Reguzzoni, che ancora adesso frequenta la «cucina» di Gemonio dove insieme con Manuela Marrone si affrontano le polemiche politiche esterne e interne al movimento. Pure Giulio Tremonti, che Bossi ha candidato alla presidenza della Repubblica (sic!) sta a palazzo Madama.

Insomma, il Capo, come lo chiamano ancora adesso, non «conta più come una volta» suggerisce un leghista di prima fascia. Pure il simbolo della Lega Lombardia, che a volte Giuseppe Leoni – pure lui rimasto a Varese – sbandiera con Bossi per riprendersi il movimento, secondo il nuovo statuto è in mano ai «barbari sognanti». E poi manca pure Marco «sottiletta» Desiderati, di Lesmo, bossiano di ferro, fino all’ultimo, che cerca di far sentire la sua voce in consiglio federale. 

Il prossimo appuntamento è Pontida il 7 aprile. Bossi è ancora convintoche sul pratone il popolo sarà tutto per lui e lo acclamerà come prossimo segretario della Lega Nord. Al solo pensiero, la scorsa settimana, in Bellerio, c’erano leghisti che si sganasciavano dalle risate. Ma gli ultimi attacchi sul «culo largo» restano comunque un problema per Maroni. Il popolo di Pontida due anni fa lo incoronò nuovo leader con uno striscione.Tra tre settimane lo acclamerà per il nuovo incarico di presidente di regione Lombardia, ma di attacchi al vecchio leader, padre nobile, quel popolo che vota ancora il movimento, non ne vuole sentire. Perché Umberto Bossi resta pur sempre Umberto Bossi.   

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