Cipro in subbuglio, ultimatum Bce per il salvataggio

L’eurozona in crisi

È braccio di ferro fra la Banca centrale europea e Cipro dopo l’accordo sul programma di salvataggio approvato dall’Eurogruppo. La Bce vuole che il governo guidato dal presidente Nicos Anastasiades approvi al più presto il memorandum d’intesa del bailout, ma le divisioni politiche sono elevate e la rabbia sociale aumenta. Nel frattempo, la banca centrale di Cipro, su domanda della Bce, ha confermato il congelamento dell’operatività dai conti correnti, fino a mercoledì. Oltre a lunedì, fra l’altro, gli istituti di credito saranno chiusi anche martedì.

«Questa è una rapina: perché non è successo a tutti gli altri, ma solo a noi? Se questa è l’Europa, io non mi sento più europea». Le parole sono quelle di Marilena Evangelou, caporedattrice di Politis, uno dei principali quotidiani ciprioti. Marilena spiega a Linkiesta che «nessun cipriota si sarebbe aspettato che il governo prendesse questa decisione, né prima né dopo». Il riferimento è al bailout da 10 miliardi di euro che l’Eurogruppo ha approvato fra venerdì e sabato e che prevede un prelievo forzoso una tantum dai conti correnti delle banche cipriote. Per la precisione, il 6,75% per i depositi sotto i 100.000 euro, 9,9% per tutti gli altri. E ci sarà un bail-in, quindi chi prima aveva obbligazioni (solo junior, non senior) avrà azioni. 

Secondo la Bce non erano possibili altre alternative a questa. Come spiega a Linkiesta un funzionario sotto anonimato, la strada di una Financial transaction tax (Ftt), ovvero una tassa sulle transazioni finanziarie, non era praticabile. «I soldi nelle casse di Cipro non sono troppo pochi e bisognava intervenire subito, anche se con diversi sacrifici», dice il funzionario. Troppo sarebbe stato il buco nelle finanze cipriote, ma anche nelle banche del Paese, usate come strumento di riciclaggio di denaro sporco da diversi sistemi economici, come quello russo. Non è un caso che il presidente Anastasiades ha chiesto che il pagamento del bailout per il prossimo 25 giugno. O questo piano di salvataggio o la bancarotta. Questo è stato l’ultimatum del presidente.

La palla è in mano alle parti politiche. Il governo guidato da Anastasiades ha messo il Paese di fronte alla realtà: senza un accordo sul bailout (e quindi senza prelievo forzoso), il rischio è che il sistema bancario collassi. Il partito comunista AKEL ha rifiutato di firmare questo accordo e vuole la rinegoziazione del memorandum con la troika. Analoga la visione dei socialdemocratici dell’EDEK, che non solo vogliono una rinegoziazione, ma spingono per un ritorno veloce alle valute nazionali. Data la precaria situazione politica, il presidente cipriota ha spiegato ai funzionari della Bce di non poter far votare le misure contenute nel memorandum nella giornata di oggi. La votazione infatti è prevista per lunedì alle 16 ora locale, sempre che non si ripetano gli stessi disordini sociali che ha riportato Politis oggi.

Come spiegano a Linkiesta fonti delle Bce, il numero uno della banca centrale di Cipro, Panicos Demetriades, ha fino all’ultimo rifiutato di congelare i conti correnti. Una volta vista la situazione finanziaria dello Stato, tuttavia, avrebbe optato per appoggiare questa decisione, tanto improvvisa quanto sofferta. «Cipro aveva paura della risposta sociale, specie unita al bank holiday, che avrebbe potuto gridare al complotto, ma non c’erano alternative», spiegano dalla Bce. Di qui la scelta di bloccare l’operatività fino a martedì, giorno della riapertura degli istituti di credito.

Intanto, crescono le preoccupazioni per i risvolti diplomatici della decisione dell’Eurogruppo. Il Regno Unito ha spiegato che tutti i soldati di stanza a Cipro verrano ripagati delle perdite sui conti correnti. Non è chiaro quale invece sia il destino per tutti gli altri cittadini britannici, dato che il Foreign office non ha fornito spiegazioni in merito. Allo stesso modo, la Russia ha espresso «viva preoccupazione» per l’evolversi della situazione a Cipro. Del resto, è storico il legame fra la mafia russa e l’isola del Mediterraneo. C’è però da dire che i depositi russi sono meno di quelli immaginati. Su circa 68 miliardi di euro depositati nelle banche cipriote (comprese le sussidiarie estere con base a Cipro), i fondi provenienti da Paesi non europei sono 19 miliardi, come spiega la Bce. Ergo, i soldi russi sono meno di 19 miliardi di euro e non, come erroneamente riportato da molti quotidiani, oltre la metà dei depositi negli istituti ciprioti.

Il timore principale, ovvero quello di un bank-run, si è rivelato reale. Le code agli sportelli sono state lunghe, ma la Banca nazionale di Cipro, su richiesta della Bce, ha congelato i conti correnti dei depositanti, ciprioti ed esteri, degli istituti di credito dell’isola. Secondo Barclays non ci sono problemi di contagio all’interno dell’area euro. «La decisione su Cipro, per quanto pesante, sarà limitata a Cipro: non vediamo problemi per Italia, Spagna, Portogallo o Irlanda», spiegano gli analisti della banca britannica. Di contro, Morgan Stanley ha paura che il bailout di Cipro funga da precedente imbarazzante per l’eurozona, capace di legittimare di fatto una pratica così estrema come il congelamento dei conti correnti. «Potenzialmente questa decisione può avere conseguenze sistemiche», spiega Morgan Stanley. Ed è, almeno sulla carta, vero. Limitando la libera circolazione dei capitali, protetta dagli articoli 56 e 60 del Trattato che istituisce la Comunità europea, si va contro uno dei capisaldi dell’integrazione comunitaria e si rischia di rompere il vincolo di fiducia fra cittadino e istituzione. Della stessa idea è anche Goldman Sachs, che aveva già messo in guardia l’eurozona su un possibile bank-run in Cipro. Per una volta, le banche d’investimento hanno visto giusto.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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