Cipro limita l’uso dei capitali e l’Ue va in difficoltà

La crisi dell'eurozona

L’eurozona non è più la stessa dopo il salvataggio di Cipro. A preoccupare non è tanto l’importo complessivo del bailout, 10 miliardi di euro a carico di Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. A intimorire investitori e cittadini sono gli effetti collaterali del programma di sostegno a Cipro. Con la limitazione alla libera circolazione dei capitali si è provocata una frattura, forse insanabile, nel rapporto fra Ue e altri Stati. L’emergenza non lasciava alternative, ma il prezzo che pagherà l’eurozona sarà altissimo.

Limitazione all’uso dei contanti e degli assegni. Impossibilità di trasferire denaro all’estero. Nuovo tetto massimo ai prelievi dai bancomat. Conversione dei conti correnti in conti di deposito a termine. Rinnovo obbligatorio di tutti i libretti di risparmio alla scadenza. Impossibilità di chiusura dei conti correnti. Sono queste alcune delle azioni messe in pratica dalle autorità di Cipro per evitare il collasso bancario del Paese. In altre parole, controllo dei capitali. Lo spauracchio del controllo statale sui conti correnti e sui depositi è ora la norma a Cipro.

Le misure di controllo dei capitali sono necessarie. In primis per evitare una fuga di capitali, ma anche per garantire un’adeguata riserva di liquidità alle banche dell’isola. Inoltre, sono previste dai trattati europei. Nello specifico, dall’articolo 65 del trattato sul funzionamento dell’Ue. Nel caso di Cipro, si possono infatti applicare limitazioni alla libera circolazione dei capitali per preservare l’ordine pubblico. Una corsa agli sportelli, come quelle che si sono viste nei giorni scorsi alle filiali di Laiki a Nicosia, può essere evitata. Anzi, come ha spiegato il presidente cipriota Nicos Anastasiades, in alcune fattispecie si deve adottare qualunque misura possibile. Parole riprese anche dal numero uno della Banca centrale di Cipro, Panicos Demetriades.

L’obiettivo del governo cipriota è limitare i danni. Allo stesso tempo, evitare che le banche rimangano chiuse per altri giorni. È già dal 15 marzo che le banche sono chiuse. E lo saranno probabilmente fino a venerdì. L’attuazione dell’accordo per la ristrutturazione di Bank of Cyprus e Laiki, i primi due istituti di credito del Paese, probabilmente vedrà la fine nel weekend. Quindi, fino a che non sarà terminato il bail-in dei due istituti, non ci sarà una riapertura delle banche. E forse non ci sarà la fine delle restrizioni ai movimenti di capitale. «L’emergenza è tale che si deve vivere giorno per giorno, dobbiamo ricostruire tutto», dice a Linkiesta una fonte diplomatica cipriota.

La reazione di Bruxelles è stata univoca. Quasi tutti i policymaker hanno spiegato che, per quanto pesanti, le misure introdotte da Cipro sono da considerare come utili alla stabilità finanziaria del Paese. In altre parole, inevitabili. E tutto è nella mani di Nicosia. Il commissario Ue al Mercato interno, Michel Barnier, lo ha detto senza giri di parole: «È Cipro che deve decidere quanto e come limitare la circolazione dei capitali. Solo loro hanno il polso della situazione». Da Bruxelles sono tranquilli. Nessuno si attende che le misure introdotte a Cipro siano replicabili in altri Stati dell’eurozona. «È da escludere questa idea, perché Cipro è un caso isolato, unico», ha detto oggi Chantal Hughes, portavoce della Commissione europea. E lo conferma a Linkiesta un altro funzionario Ue: «Quello che sta succedendo a Cipro resta a Cipro, non c’è alcun precedente, ma questo non significa che questo bailout debba essere il paradigma per quelli futuri».

La reazione degli investitori è stata invece differente. La rottura del rapporto di fiducia fra depositanti e istituzioni è ormai rotto. Come ha spiegato oggi Morgan Stanley, questo genere di misure può avere un effetto potenzialmente devastante per il futuro dell’area euro. «Cipro non è più effettivamente un membro a pieno titolo dell’eurozona», scrive Morgan Stanley. Come detto già dal think-tank Bruegel, e ripetuto dalla banca statunitense, un euro depositato nelle banche cipriote non è come l’euro presente in qualsiasi altro istituto dell’eurozona. Quando saranno cancellate le restrizioni, e solo in quel caso, Cipro tornerà a far parte della zona euro, spiega Morgan Stanley. Eppure, i rischi di un’uscita di Nicosia dalla moneta unica esistono. Per Morgan Stanley c’è il 30% di possibilità che Cipro sia il primo Paese dell’eurozona a lasciare l’unione monetaria. Per HSBC la quota è minore, 25%, ma ci sono più rischi per la stabilità dell’euro. «La crisi cipriota ha dimostrato che non esistono soluzioni facili, e condivise, per risolvere i problemi della zona euro», ha scritto la banca anglo-asiatica.

Ancora più dura è la banca giapponese Nomura. Secondo lo strategist Jens Nordvig, i politici europei e ciprioti avrebbero dovuto ripassare la storia. Le misure di controllo dei capitali a Cipro hanno infatti dei precedenti tanto illustri quanto disastrosi. L’Austria nel 1931, gli Stati Uniti nel 1933, l’Argentina nel 2001 e l’Uruguay nel 2002 hanno introdotto misure analoghe. Il risultato è stato peggiore delle aspettative dei singoli governi. Il ricordo di quello più recente, il corralito argentino, è ancora vivido.

fabrizio.goria@linkiesta.it

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