De Benedetti, Caltagirone e B., tre tenori in rosso

Un 2012 difficile per le loro holding

Silvio Berlusconi, Carlo De Benedetti, Francesco Gaetano Caltagirone. Mattone, finanza, politica: i tre tenori di Piazza Affari erano loro. Oggi sono in bolletta. Editoria, energia e soprattutto banche, perché con una poltrona nel consiglio di amministazione il rubinetto del credito rimane aperto a oltranza. Eppure nemmeno questo basta per macinare utili nella recessione. Mediaset il prossimo 26 marzo con ogni probabilità presenterà il primo bilancio in perdita della sua storia, dopo il rosso di 45,6 milioni allo scorso 30 settembre. Fortunatamente, nonostante il -63,5% sul 2011, Mondadori è in utile per 16,4 milioni. Le holding Cir e Cofide, riunite sotto l’ombrello della Carlo De Benedetti & C Sapa – ceduta ieri ai figli – hanno archiviato il 2012 con 33,1 e 57,6 milioni di perdite. Più difficile risalire alla FCG Spa, che riunisce attraverso una ragnatela articolata con quattro quotate: Vianini Industria, Vianini Lavori, Caltagirone Editore e Cementir. Se nel 2012 per la casa editrice del Messaggero, del Mattino di Napoli e del Gazzettino il buco è peggiorato a quota 60,9 milioni, Vianini Lavori al 30 settembre iscriveva a bilancio un un risultato positivo per 4 milioni (-65% sul 2011) ma una gestione finanziaria negativa per 4,2 milioni. Cementir e Vianini Industria, hanno chiuso invece in positivo, rispettivamente per 16,5 milioni (2012) e 570mila euro.

Non è certo una novità, ma val sempre la pena ripercorrere il filotto di poltrone che lega Berlusconi al suocero di Pierferdinando Casini: Mediolanum, controllata da Fininvest, è azionista di minoranza di Mediobanca, di cui Unicredit – Caltagirone è azionista di minoranza all’1% – è il principale azionista. Mediobanca a sua volta è al 13,5% di Generali, di cui Caltagirone è socio con poco più del 2 per cento. Nel consiglio d’amministrazione di Piazzetta Cuccia siede Pier Silvio Berlusconi, in quello di Piazza Cordusio Alessandro Caltagirone, mentre il papà Francesco Gaetano è vicepresidente del Leone di Trieste, verso la riconferma. Lo stesso Caltagirone nel gennaio 2012 si è dimesso da vicepresidente del Monte dei Paschi, istituto che per primo finanziò la costruzione di Milano 2 e 3 negli anni ’70, da parte dell’immobiliarista Silvio Berlusconi. Non solo: nell’inchiesta della procura di Firenze sul fallimento del Credito Fiorentino sono emersi legami tra gli uomini del coordinatore Pdl Verdini e rappresentanti del consiglio d’amministrazione della banca senese. 

A cavallo del duemila Berlusconi e il costruttore amico di Andreotti sono soci, assieme ai Benetton (e a Bnl e Italgas), di Blu, compagnia telefonica presieduta dall’ex boiardo di Stato Giancarlo Elia Valori, nata pare su suggerimento nientemeno che di Francesco Cossiga. La società – grandi ambizioni sull’onda del successo di Tim, Omnitel e Infostrada, venduta qualche anno prima proprio da De Benedetti alla tedesca Mannesmann – non riuscì ad accaparrarsi le licenze Umts messe a gara proprio in quegli anni dal governo italiano, e fallì poco dopo. 

Passa qualche anno e i due si ritrovano nuovamente fianco a fianco in una scorribanda che ha marchiato a fuoco la storia recente del capitalismo italiano: la mancata scalata di Unipol a Bnl. Vicenda per la quale Caltagirone è stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi, motivo dietro alle sue dimissioni dai vertici di Rocca Salimbeni, dalla quale poi è uscito anche come azionista di peso. Il 7 marzo scorso, come editore de Il Giornale, Berlusconi è stato condannato a un anno di reclusione per la pubblicazione dell’intercettazione, allora coperta da segreto istruttorio, della celeberrima frase «abbiamo una banca», pronunciata da Piero Fassino nel corso di una telefonata con Giovanni Consorte.

«L’ingresso di Berlusconi in M&C? Possibile». Si esprimeva così Carlo De Benedetti nel giugno 2006 a proposito delle voci di un interesse del Cavaliere in Management & Capitali, società di private equity dell’arcirivale. Spiegò allora il diretto interessato: «Berlusconi aveva manifestato interesse ad entrare nella nostra società, ma per ragioni di opportunità politica visto che era presidente del Consiglio abbiamo preferito non concretizzare l’operazione». L’accordo, che fece sognare molti giornalisti e commentatori, non andò mai in porto. E forse fu un bene. Dopo una multa da 3,5 milioni per insider trading su una ex società del gruppo, in un’intervista a La Stampa De Benedetti ha affermato a proposito dell’ex premier: «Non lo vorrei più». L’imprenditore autocertificatosi tessera numero uno del Pd che ha ottenuto 560 milioni di euro di risarcimento dopo la sentenza di condanna depositata dai giudici d’appello del Tribunale di Milano il 12 luglio 2011 – sanzione allora pari al 20% del valore patrimoniale dell’intero gruppo Fininvest – ha invece vinto alla grande la guerra di Segrate.

Quella dell’energia contro Caltagirone ha invece i contorni più incerti. Lasciando stare le scaramucce a mezzo stampa, i conti parlano chiaro: nel 2012 i conti di Sorgenia, controllata da Cir, hanno mostrato una perdita netta di 198 milioni dopo svalutazioni per 134,3 milioni e 1,9 miliardi di debiti. Acea, ex municipalizzata controllata da Roma Capitale di cui Caltagirone è il secondo azionista al 16,3%, al 30 giugno 2012 evidenzia un utile pari a 38 milioni di euro, ma debiti per 2,5 miliardi. Il trait d’union tra i due imprenditori è Gaz de France, all’11,5% di Acea e allo stesso tempo azionista al 50% di Tirreno Power, la società di produzione elettrica ex Enel di cui Sorgenia detiene poco meno del 20 per cento, in rosso di 5 milioni di euro nel primo semestre dell’anno scorso. Manco a farlo apposta, le banche più esposte sono Unicredit e Mps.