Portineria MilanoDi Stefano, più diavolo che avvocato

Senza laurea. Dal Campobasso a Osama Bin Laden, storia di un millantatore famoso nel mondo

«In una società democratica dobbiamo accettare il verdetto». Giovanni Di Stefano, alias l’avvocato del diavolo, personaggio dalle mille sfaccettature, originario di Campobasso ma residente a Dundee in Inghilterra, è stato di nuovo condannato a 14 anni di prigione da un tribunale londinese per una serie di frodi a danno di «vittime disperate e vulnerabili».

Aveva «millantato» di avere i titoli per esercitare la professione forense. Sul suo giornale online (http://www.onlinepublishingcompany.info) – dove parla di sé in prima persona e dove pubblica retroscena sul Vaticano e su altri mille misteri d’Italia o del mondo- ha affidato la replica a un comunicato dove ammette di accettare la sentenza.

Ma Di Stefano in questi anni è stato molto di più che un semplice millantatore. Artista di sé stesso, erede dell’Italia di Alberto Sordi, dai mille camuffamenti, dal passato imperscrutabile, raccontato ogni volta dalle angolature più disparate, l’avvocato del diavolo si scelse questo soprannome per essersi offerto di difendere i dittatori più terribili dell’umanità. Tra questi, Saddam Hussein e Slobodan Milosevic. Non solo. Di Stefano era riuscito pure a concedere un’intervista a Rai1 dove raccontava di aver conosciuto persino Osama Bin Laden. Forse era vero, forse no.

 https://www.youtube.com/embed/6vLgwllaZRg/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Conosciuto in mezza europa e persino negli Stati Uniti per affari poco chiari e inchieste per truffa, i giornali di mezzo pianeta lo hanno raccontato nei modi più disparati. Produttore musicale, sempre pronto a comprare squadre di tutti i tipi. Su wikipedia c’è una lista luneghissima di processi e coinvolgimenti giudiziari di ogni tipo. Di certo, ha avuto più successo all’estero che in Italia. Forse proprio per questa sua capacità di raccontarsi e di millantare conoscenze altolocate di ogni tipo. Alessandro Proto, altro millantatore italiano da poco in carcere per truffa, nelle ultime mail farlocche ai giornalisti aveva raccontato di conoscerlo. E quando si domandava a Di Stefano se conoscesse Proto, “Devil’s Advokat” rispondeva che dietro l’arresto di Proto c’era «il sistema» che aveva bloccato l’assalto al Corriere della Sera (sic!).

Sostenitore del complotto e del mistero, ne ha fatta tanta di strada Di Stefano, che sul suo profilo twitter si mostra mentre beve caffè e cappuccini o mentre racconta dei successi del suo Dundee, squadra di calcio scozzese. Del resto, aveva iniziato come presidente del Campobasso. Nei gloriosi anni ’90, si mostrava nelle televisioni locali, urlava e prometteva di salire in serie A in pochi anni. Lasciò la squadra con un buco milionario, lasciando i tifosi con l’amaro in bocca. La Gialappa’s Band dei tempi d’oro lo proponeva spesso a Mai dire Gol.

Celebre una sua intervista a Vice, dove raccontò così la sua infanzia: «A nove anni passai l’esame delle elementari, ma me lo fecero ripetere perché pensarono “Quale italiano potrebbe mai passare quest’esame?” Chiaramente, lo passai di nuovo. Mr Corby, il preside all’epoca, scrisse nella mia pagella “Questo ragazzo non farà mai qualcosa nella vita” al che, per mostrarla ai miei genitori, cancellai una parola dalla frase e la resi: “Questo ragazzo farà qualcosa nella vita”. Vada a fanculo, ci odiava. I giapponesi lo avevano preso come prigioniero durante la guerra, ma cosa cazzo c’entrassero gli italiani con tutto questo non lo so. Lo avevano appeso per i pollici, e quindi lui si ritrovava con questi pollici rovesciati, ma non so che colpa potesse avere un ragazzino di otto anni. Non ero ancora nato, cazzo».

E poi rispetto alle sue cause legali raccontava: « L’ultimo di cui mi sono occupato è stato Kenny Starr, il famoso contabile delle celebrità. Era una specie di piccolo Madoff, ma ho raggiunto un accordo con l’accusa, a New York, per fargli avere tra i sei e gli otto anni di prigione anziché 442. C’è una ragione per questo, ed è perché in aula ho detto che se fossimo giunti al processo, avrei portato tutti i clienti grossi come Uma Thurman, Wesley Snipes e Sly Stallone, che avevano affidato a quest’uomo i loro soldi, e avrei chiesto loro: “Avete un certificato di insanità mentale, siete mai stati certificati pazzi? Se non lo siete stati, siete in buona salute mentale. Potete permettervi la perdita che è stata subita?». Ora il tribunale lo ha condannato, ma Di Stefano promette di far ancora parlare di sé. Per molto a lungo. 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter