Eni verso l’accordo con Pechino sul gas in Mozambico

La strategia del Cane a sei zampe

Chi spartisce gioisce, dice il proverbio. Soprattutto quando si tratta di un giacimento di gas naturale dal valore di 4 miliardi di euro. Devono averlo pensato anche dal quartier generale dell’Eni. Secondo l’agenzia Bloomberg, il Cane a sei zampe starebbe trattando con la China National Petroleum Corp. (Cnpc), la principale compagnia petrolifera cinese, l’ingresso con una quota del 20% nel Blocco Area 4, un’area di 13mila chilometri quadrati al largo delle coste del Mozambico. Il gruppo di San Donato è il principale azionista al 70% della joint venture – che comprende Galp Energia (10%), Kogas (10%) e Enh (10%, portata in fase esplorativa) – e dunque potrebbe diluirsi al 50% con l’arrivo di Cnpc. 

Contattata da Linkiesta, la società non ha commentato. Piuttosto complesso stimare il valore della partecipazione che Eni sarebbe pronta a cedere, che dipende da tre fattori: la quantità di gas presente nel giacimento, il tempo che intercorre dalle prime perforazioni esplorative all’effettiva vendita, e dal prezzo atteso del gas nei prossimi anni. Oltre, ovviamente, alle spese di mantenimento degli impianti, tutti offshore e quindi più costosi. Tuttavia, secondo alcune fonti attendibili, un possibile benchmark potrebbe essere il prezzo pari a 1,5 miliardi di dollari pagati dall’australiana Woodside Petroleum per il 30% della joint venture – capitanata dalla texana Noble Energy – per sviluppare il giacimento offshore Leviathan, al largo di Israele.

C’è un altro elemento non da poco che fa sorridere gli uomini di Scaroni: nel 2012 le riserve accertate di gas naturale del Mozambico si sono assestate – secondo i dati dell’agenzia governativa Usa sull’informazione energetica (Eia) – a 127 miliardi di miliardi di metri cubi, al sesto posto nel continente africano dopo Nigeria, Libia, Egitto, Angola e Camerun. L’Eni stima le riserve del Paese in 6,5 miliardi di barili di petrolio equivalente, mentre secondo l’Energy Outlook 2011 della Iea il Mozambico, assieme al Botswana, è il Paese a più alto tasso di crescita nel continente africano. Secondo le stime di Esperança Laurinda Nhiuane Bias, ministro delle Risorse minerarie del Paese, lo sviluppo dell’industria estrattiva richiederà 50 milioni di dollari di investimenti nei prossimi dieci anni.

I rumors giungono a una settimana esatta dalla presentazione del piano industriale al 2016, dove il consensus degli analisti sull’attività di esplorazione e produzione è su un rendimento del 3% l’anno nel prossimo triennio. Nel precedente piano industriale, gli investimenti per lo sviluppo dei giacimenti nel Paese sudafricano erano stimati a 3,1 miliardi di euro entro il 2015, con il 90% della produzione pronta per il mercato entro un orizzonte di otto anni. Attualmente i pozzi perforati sono otto, con una capacità complessiva di 2.115 miliardi di metri cubi di gas, pari al consumo italiano dei prossimi trent’anni. 

Produzione di gas naturale dell’Africa al 2035 (Fonte: Iea)

Quando si parla di società controllate dagli Stati, gli accordi non si chiudono soltanto sul piano commerciale. Per questo, a detta di alcuni osservatori, l’obiettivo dell’Eni potrebbe essere non solo ridurre la rischiosità dell’investimento in Mozambico, ma aumentare le quote di mercato del gruppo nell’area asiatica. Secondo un recente report dell’International energy agency (Iea), entro il 2015 l’Asia diventerà il secondo mercato mondiale per il gas naturale. Un mercato, dice l’Iea, dove «ancora i contratti a lungo termine ancorati al prezzo del petrolio sono predominanti. Negli anni recenti, ciò ha contribuito a mantenere i prezzi del gas asiatico molto più alti rispetto alle altre parti del mondo, ponendo serie questioni circa la sostenibilità del sistema e i suoi effetti sulla competitività asiatica». D’altronde, le due società energetiche sono già partner del colosso statale venezuelano Petroleos de Venezuela per l’esplorazione di due campi nello stato di Guarico e dell’Anzoatengui. Viceversa, la Cina in Mozambico espanderebbe ulteriormente la propria influenza nell’industria estrattiva africana. 

Per Eni è di centrale importanza la diversificazione del mix geografico dei Paesi in cui opera, soprattutto alla luce delle nuove tensioni in Libia che hanno costretto, venerdì scorso, alla sospensione precauzionale degli impianti di Melittah. Per gli analisti il Mozambico, con i suoi 75 tcf potenziali (2mila miliardi di metri cubi di gas), rimane ancora un’incognita. Più definito, invece, il contributo dei giacimenti di Russia/Yamal, del mare di Barents, del Kazakhstan, del Venezuela e della regione Sub-Sahariana, che con un prezzo del barile a quota 90 dollari per tutto l’anno dovrebbero garantire una crescita annua organica superiore al 3 per cento. 

Lo scorso 15 febbraio Eni ha presentato i risultati preliminari al 2012, che evidenziano utili in crescita a quota 7,13miliardi (+2,7%), un dividendo in leggero aumento a 1,08 euro (1,04 nel 2011) e un debito in discesa a 15,4 miliardi, grazie alla cessione del 30% di Snam alla Cassa depositi e prestiti per 3,52 miliardi di euro, in virtù della quale è stato deconoslidato il debito di 12,45 miliardi. A incidere sul quasi dimezzamento del debito, era a 28 miliardi nel 2011, anche la cessione della partecipazione nella portoghese Galp Energia per un miliardo di euro. L’incognita numero uno ora è il futuro di Saipem, travolta dalle indagini giudiziarie. Secondo gli analisti di una primaria banca italiana, la soluzione più probabile è una dismissione della compagnia. Staremo a vedere.
 

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