Export, la Germania preferisce la Cina all’Italia

L'austerity imposta al Club Med europeo e il minor peso del mercato comunitario

La locomotiva d’Europa non traina più le esportazioni italiane. Prodotti alimentari e abbigliamento in cambio di automobili: il classico interscambio tra i rispettivi “made in” non basta più. La caduta dell’export segue quella – inevitabile in un Paese in recessione – delle importazioni dalla Germania. Se prima l’andamento dei due indicatori era fortunatamente opposto, ora i due si muovono invece all’unisono. Un campanello d’allarme che non va sottovalutato per un semplice motivo: secondo i calcoli dell’Istat, nel 2011 l’export italiano in direzione Berlino ha toccato 49,3 miliardi di euro, poco meno del doppio rispetto all’insieme dei Paesi emergenti (24,8 miliardi). Non solo: la Germania è il primo Paese da cui importiamo beni per 62,4 miliardi di euro. E non è un caso: il peso dell’export sul Pil tedesco è passato, dal 2000 al 2011, dal 33,4 al 50,1% del Pil.

Un dato che fa capire il senso del dibattito europeo sulla reazione troppo lenta della Germania a trazione Merkel nell’allentare le politiche di austerity imposte al Club Med europeo. Il paradosso tedesco, almeno per quanto concerne l’Italia è infatti questo: il Paese è sia concorrente che cliente. L’Outlook 2012-2013 pubblicato lo scorso giugno dalla Bundesbank, l’istituto centrale tedesco: «Sebbene le quote dei Paesi dell’area euro nell’export tedesco siano in calo negli ultimi anni, le loro economie rimangono importanti per la Germania. La necessità di aggiustamento nei Paesi più colpiti dalla crisi del debito sovrano si è dimostrata maggiore di quanto inizialmente previsto ed è aggravata dalle difficili condizioni dei sistemi bancari di quei Paesi». Oggi le posizioni sembrano più flessibili, nonostante il falco Jens Weidmann, governatore della Buba, abbia ribadito qualche giorno fa: «Posporre il consolidamento dei conti pubblici significa rimandare i problemi al futuro». 

Fonte: Intesa Sanpaolo

Intanto, il rallentamento della Cina d’Europa – Pil in crescita soltanto dello 0,7% rispetto al 3% del 2011 – è costato all’Italia mezzo miliardo di euro nel 2012. Una nota stonata dopo un anno, il 2011, che ha segnato un ritorno ai livelli pre-crisi, a quota 50 miliardi e a +11,7% sul 2010, equivalente a un peso della Germania pari al 13% dell’export totale. Una partner commerciale, quello tedesco, vitale soprattutto per le Regioni del Nord: il Paese assorbe il 13,1% dell’export veneto, il 23,6% dell’export del Piemonte, e il 14% di quello lombardo. Le società specializzate del manifatturiero lombardo – l’esempio è Brembo – che hanno la forza contrattuale per sedersi al tavolo con marchi come Volkswagen, Audi e Bmw hanno un peso predominante nell’export verso la Germania: nei primi nove mesi del 2012 si è assestato a quota 10,9 miliardi di euro – su un complesso di attività per 11,48 miliardi – rispetto agli 11,2 miliardi di fine settembre 2011 (-3%). 

Lato compratore, la bilancia commerciale teutonica pende sempre più verso la Cina. Se è vero che nel 2012 il 70% dell’import proviene dall’Europa, mentre l’Asia è al secondo posto con il 18%, è altrettanto vero che il Celeste impero nell’arco di un decennio ha superato l’Italia, passando dal 2 all’8% dell’import mentre lo Stivale è sceso da quota 6,5 al 5% della torta complessiva, causa doppia recessione. Nello stesso lasso di tempo la crescita dell’export tedesco verso Pechino è stata portentosa: dall’1 a oltre il 6% tra 2000 e 2011, mentre l’Italia è scesa dall’8 a meno del 6 per cento. Anche a fronte del rallentamento del Pil, dunque, l’avanzo della bilancia commerciale tedesca per il 2012 ha toccato la cifra record di 210 miliardi di dollari. Un surplus che, in teoria, dovrebbe far dormire sonni tranquilli ad Angela Merkel in vista dell’appuntamento elettorale di settembre. 

L’Italia non solo non tiene il passo in termini di volumi, ma soprattutto nel mercato di fascia alta, naturale sbocco del made in Italy. Gli analisti del Servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, in una nota del 6 marzo scorso, delineano il quadro con chiarezza: «L’arretramento italiano ha riguardato soprattutto le produzioni del made in Italy legate al sistema casa (elettrodomestici, prodotti e materiali da costruzione, mobili) e al sistema moda. L’Italia è riuscita a tenere nella filiera metalmeccanica (metallurgia, prodotti in metallo, meccanica, componenti dell’automotive) e a guadagnare quote di mercato negli intermedi chimici e nell’elettrotecnica. In questi settori l’industria italiana, nonostante la forte concorrenza cinese, è riuscita a inserirsi nelle filiere produttive tedesche grazie anche a notevoli progressi sul fronte qualitativo e ai legami societari tra le imprese dei due paesi».

Le imprese italiane partecipate da gruppi tedeschi sono infatti 1.319, impiegano 124.500 addetti e fatturano 73,2 miliardi di euro, «pari al 4,7% del Pil italiano e al 15% del fatturato complessivamente realizzato all’interno delle imprese italiane partecipate da stranieri». recita ancora il report di Intesa. Tra queste l’alimentare – con Barilla e Ferrero – conta da solo il 15% del totale. Gli analisti della banca calcolano in 51,1 miliardi di euro il fatturato generato dalle 1.762 imprese tedesche partecipate da gruppi italiani, che impiegano 97mila lavoratori. 

«La predominanza della Germania dipende anche da questioni geografiche. I tondini prodotti nel distretto bresciano sono difficilmente trasportabili in Usa con costi competitivi», spiega Marco Mutinelli, ordinario di Gestione aziendale all’Università di Brescia ed esperto di internazionalizzazione delle imprese. «Teniamo presente che essere fornitori dell’industria tedesca non è male, anzi: si tratta di clienti esigenti che vogliono la qualità e sono disposti a pagarla adeguatamente, riuscire a mantenere le quote di mercato in Germania significa, per le imprese italiane, essere competitive anche sui mercati mondiali», aggiunge Mutinelli, che nota: «Ormai quello tedesco è un mercato domestico: la sfida è convincere le imprese a crescere dimensionalmente e non continuare a vicacchiare, perché i grandi numeri si fanno soltanto attraverso adeguate strutture distributive e di filiera. Pensiamo all’alimentare: a parte Autogrill, Grom e Eataly c’è il vuoto pneumatico». 

Fortunatamente il fascino del Belpaese rimane intatto. Il rapporto tra incassi turistici dei tedeschi in Italia e dei turisti italiani in Germania è di 5 a 1, ovvero – a novembre 2011 – 4,8 rispetto a 1,1 miliardi di euro. Nel 2010 il surplus del settore è stato di 180 milioni di euro. Risultati lusinghieri che non bastano se la locomotiva mette più carburante nel motore per viaggiare verso Oriente.

(Ha collaborato Isabella Rota Baldini) 

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