Fumata bianca per Cipro, ma pagano sempre i correntisti

La tassa sui depositi colpirà ancora

Rifiuti, dimissioni messe sul piatto, minacce, divisioni, litigate. L’Europa che ha vinto il premio Nobel per la pace ha dimostrato che sa anche essere un caravanserraglio impossibile da gestire. A rivelare questo aspetto è stato il salvataggio di Cipro. Dopo una settimana di trattative, finalmente è arrivato. Nicosia riceverà 10 miliardi di euro, e si impegnerà a raccoglierne quasi 6 tramite la ristrutturazione del sistema bancario. Ma la strada per la sostenibilità è ancora lunga. 

Il famoso prelievo forzoso sui depositi bancari non esiste più nella forma originaria. Nell’arco di poche ore è stato innalzato, diminuito, evitato, aggirato e infine cancellato per diverse banche. L’Eurogruppo si è aperto con la proposta shock di Cipro: 20% di tassazione per i depositi oltre i 100.000 euro detenuti presso la Bank of Cyprus e del 4% (a condizioni costanti) per tutte le altre banche. Una misura tanto pesante quanto aspettata. Del resto, il 42% dei depositi nelle banche cipriote, 68 miliardi di euro in totale, è la di sopra dei 500.000 euro. «Sono inevitabili misure pesanti e sacrifici diffusi, lo sanno tutti», dice a Linkiesta un funzionario della Commissione europea. E raggiunto al telefono, un diplomatico cipriota non nega che le alternative siano altrettanto dure: «O il default o l’uscita dall’eurozona». 

Si è chiuso con un pesantissimo haircut, ovvero un taglio, dei depositi di Bank of Cyprus, il maggiore istituto del Paese. Pagheranno quindi i correntisti oltre i 100.000 euro, con un haircut che sarà probabilmente del 40 per cento. Questi poi riceveranno azioni in cambio, contribuendo al bail-in. Ed è singolare che sia proprio la BoC a subire questo tipo di perdite, dato che è la banca con più conti russi del Paese. Di contro, Laiki Bank, l’altro istituto di credito con i maggiori problemi, sarà chiuso e sarà formata una bad bank in cui inserire gli asset inesigibili. Le perdite saranno poi assorbite da Bank of Cyprus. «È la soluzione migliore per evitare il peggio, cioè il collasso del sistema bancario», dice a Linkiesta una fonte europea. Restano da chiarire però i dettagli di tutta l’operazione e come reagiranno le persone a questa scelta. 

Il vertice è iniziato con oltre quattro ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Colpa della mancanza di progressi rispetto al primo piano di salvataggio. In altre parole, non era ancora chiaro cosa avrebbe portato il governo cipriota come piano di riserva. Eppure, il presidente Nicos Anastasiades aveva già avuto un pre-meeting con il direttore generale del Fmi Christine Lagarde, il numero uno della Commissione Ue José Manuel Barroso, il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy, il commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem e il numero uno della Bce Mario Draghi. Insomma, tutte le cariche più importanti della troika. L’obiettivo era quello di trovare una soluzione rapida, e sostenibile, per il salvataggio di Cipro. Dopo ore di trattative, si è arrivati a un punto morto. Lo stesso che ha provocato il ritardo del vertice.

Anastasiades ha minacciato le dimissioni per via delle polemiche con la troika in merito al destino delle banche del Paese. Il piano di ristrutturazione non sarebbe stato digerito dalla Lagarde, che ha considerato insolventi le due principali banche del Paese, Bank of Cyprus e Laiki. «Lei mi sta mettendo nella posizione di rassegnare le dimissioni», ha detto il presidente cipriota al numero uno del Fmi. Ma come riportano fonti diplomatiche lo scontro fra Fmi, Ue e Cipro sarebbe stato ancora più pesante. A un certo punto, la Lagarde avrebbe ricordato ad Anastasiades due cose. In primis che per oltre 30 anni Cipro ha avuto vantaggi su vantaggi dalla presenza dei capitali russi nelle banche dell’isola. E poi che Nicosia non è nella posizione per dettare le regole, specie considerata la precaria situazione del sistema bancario. Solo a quel punto, è arrivata la reazione di Anastasiades. Orgoglio o vere minacce?

Quello che è certo è che proprio su Cipro la troika si è spaccata. La prima volta una settimana fa, dopo la decisione sul prelievo forzoso. Oggi la seconda frattura. Il Fmi ha chiesto di introdurre nel memorandum of understanding per Cipro una misura già prevista per la Grecia un anno fa: il Private sector involvement (Psi), ovvero la partecipazione dei creditori privati nella ristrutturazione del debito pubblico del Paese. Ipotesi rifiutata da Anastasiades, ma anche da Olli Rehn, già critico del Psi sulla Grecia. Eppure, i tecnici del Fmi hanno detto chiaro e tondo che «senza Psi non ci sarà sostenibilità del debito pubblico, che è la cosa più importante». 

A Cipro, intanto, la situazione è sempre più drammatica. Le limitazioni alla libera circolazione dei capitali sono già state poste in essere in via informale. Pertanto, da oggi non è più possibile prelevare più di 100 euro per giorno dai bancomat ciprioti. Ma le misure di capital control approvate dal Parlamento e che devono esserre ratificate dal ministero delle Finanze sono ben più stringenti. Fra queste, restrizioni sull’uso del contante e delle carte di credito, impossibilità di trasferire telematicamente denaro all’estero o all’interno del Paese, conversione dei conti correnti in conti di deposito a termine, rinnovo obbligatorio di tutti i libretti di risparmio, impossibilità di chiusura dei conti correnti e divieto all’uso di assegni. Tradotto: i correntisti delle banche cipriote possono, e potranno almeno fino a quando non sarà finita la ristrutturazione bancaria, solo prelevare contanti. Stop. Ed è per questo che sono state sempre più incessanti le voci di un’uscita del Paese dall’eurozona, anche se non attualmente possibili dato il trattato di Lisbona. 

È questo forse l’aspetto più spaventoso della crisi cipriota. Come ha scritto il think-tank Bruegel «Ora un euro a Cipro ha un valore differente rispetto a un euro a Francoforte». Colpa dei limiti, tanto stringenti quanto necessari per evitare un collasso bancario dagli effetti sconosciuti, alla libera circolazione dei capitali. Era possibile fare diversamente? Forse no. «La liquidità poteva essere messa a rischio», dice un funzionario della Bce a Linkiesta. E dire che la banca centrale di Cipro ha potuto avere accesso al programma Emergency liquidity assistance (Ela) della Bce. Cipro poteva quindi erogare liquidità ai propri istituti di credito senza dover passare da Francoforte. Allo stesso tempo, la banca centrale cipriota si è fatta carico delle possibili perdite sui fondi forniti. Poi è arrivata la minaccia di Draghi: o accordo per il bailout o vi stacchiamo la spina. Ed è proprio su questo ci sono state le altre divisioni della troika. 

Ciò che vivrà Cipro nei prossimi giorni entrerà nei libri di storia. Dopo essere stato il primo Stato dell’eurozona ad aver introdotto misure di controllo dei capitali, Cipro sarà forse ricordato come chi ha dato la spallata finale all’euro. La fiducia degli investitori rischia infatti di essere sempre minore. Come ha scritto J.P. Morgan «se l’eurozona non riesce nemmeno a gestire una crisi come quella di Cipro, come può pensare di gestire quelle che potrebbero colpire Italia o Francia?». La risposta è facile da intuire.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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