Gas, le nuove scoperte minano la leadership dell’Opec

Geopolitica dell’energia

All’apparenza nulla è cambiato: nel 2012 i Paesi produttori di petrolio, riuniti nell’Opec, hanno brindato a un nuovo record di fatturato, il primo nella storia a superare la soglia annua dei mille miliardi di dollari, più 2,5 per cento rispetto al 2011. Eppure, prorogato di dodici mesi l’incarico del segretario generale, il libico Abdallah El Badri, e confermato il tetto di produzione, fissato a 30 milioni di barili al giorno, l’organizzazione deve fare i conti con prospettive meno rosee rispetto a qualche anno fa. A minarne le sorti non ci sono solo le divisioni interne, quella tradizionale, tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita, e quella di nuovo conio, tra la stessa Arabia e l’ambizioso Iraq di al Maliki. Il motivo che preoccupa maggiormente il cartello è la concorrenza internazionale, che, a causa della shale rivolution e delle ripetute scoperte di giacimenti offshore di gas, si è fatta decisamente più agguerrita.

Lo shale oil – il petrolio prodotto a partire dalle rocce scistose – sta cambiando radicalmente il mercato internazionale delle commodities, unitamente allo shale gas. “Le riserve mondiali di oro nero non convenzionale”, ricorda Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, “sono superiori di 4 volte rispetto a quello convenzionale”. Le tecniche di estrazione sono diventate più efficienti, gli investimenti sono cresciuti, soprattutto negli Usa, con conseguenze enormi sugli equilibri economici globali. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che entro il 2017 gli Stati Uniti supereranno Russia e Arabia Saudita, diventando il primo produttore mondiale di greggio. Nel 2013 l’output di petrolio a stelle e strisce aumenterà di ulteriori 760.000 barili al giorno, il più grande incremento nella storia americana. Secondo Leonardo Maugeri, ex dirigente dell’Eni ed autore dello studio “Oil. The next revolution”, entro il 2020 gli Usa saranno autosufficienti per il 65 per cento del loro fabbisogno e la dipendenza dal Medio Oriente non sarà più una necessità.

Un report presentato a gennaio al World Economic Forum di Davos, dal titolo inequivocabile, “Energy and the New Global Industrial Landscape: A Tectonic Shift”, prevede che, grazie al petrolio e al gas shale, nel 2013 la crescita dell’offerta dei Paesi non-Opec sarà di 1,1 milioni di barili al giorno, superiore a quella della domanda globale. I progressi dell’industria estrattiva americana continueranno a stimolare le ricerche in tutto il pianeta. Sono gli stessi Stati Uniti a ritenere che la Cina abbia riserve di gas non convenzionale superiori a quelle di Washington, fino a 36.000 miliardi di metri cubi, tanto da preconizzare una corsa allo shale di Pechino simile alla gold rush dell’America ottocentesca.

Malgrado l’opposizione degli ambientalisti, secondo cui l’impatto sulle falde acquifere sarebbe devastante, e i dubbi dell’intellighenzia liberal – valga per tutti l’esempio dell’ultimo film di Gus Van Sant, “Promised Land”, protagonista Matt Damon – la shale revolution comincia a prendere corpo un po’ ovunque, anche in Europa. L’Ucraina, ad esempio, ha siglato un accordo con la Royal Dutch Shell per sviluppare queste tecniche in modo da ridurre la dipendenza dal gas russo.

Quando si parla di idrocarburi non convenzionali non è sufficiente limitarsi allo shale. Il Canada ha affinato la produzione di petrolio dalle sabbie di bitume. Più di un milione e mezzo di barili viene commercializzato quotidianamente negli Stati Uniti e la TransCanada ha in programma la costruzione di una grande pipeline di 3456 chilometri, la Keystone XL, destinata a collegare le sabbie bituminose dell’Alberta con i terminali petroliferi texani sul Golfo del Messico. In campagna elettorale Obama aveva promesso opposizione al progetto, ma ora sembra che il presidente, desideroso di raggiungere al più presto l’indipendenza energetica, abbia cambiato idea. La decisione definitiva, comunque, non è stata ancora presa.

Ad oscurare la stella dell’Opec contribuiranno i grandi produttori di gas e petrolio che non fanno parte dell’associazione, come il Brasile e la Norvegia, dove l’industria offshore ha smentito tutte le Cassandre che ipotizzavano un futuro di stagnazione. Il bacino di Aldous, nel Mare del Nord, e quello di Skrugard, nel Mare di Barents, potrebbero contenere più di un miliardo di barili di riserve, e dalle zone ancora inesplorate dell’Artico si potrebbe estrarre un bottino ancora maggiore. Al pari della norvegese Statoil, la brasiliana Petrobras, partecipata al 32 per cento dallo Stato, è diventata una delle più grandi compagnie del pianeta, dopo la scoperta di alcuni ricchi giacimenti, come quello individuato al largo di Santos, nel 2008. 

Anche Israele mira a diventare un esportatore netto di energia, in particolare di gas, dopo il ritrovamento, nel 2009, ad oltre 5.000 metri di profondità, di due enormi bacini di oro blu, ribattezzati biblicamente Leviathan e Tamar, a 81 e a 56 miglia marina da Haifa. In quest’area del Mediterraneo, contesa dallo Stato ebraico, dal Libano e da Cipro, sono stati scoperti numerosi giacimenti, grazie all’intervento dell’americana Noble Energy. Il governo di Nicosia ha raggiunto un accordo con le autorità israeliane sulla delimitazione dei confini marittimi, ma resta l’opposizione della Turchia, convitato di pietra che esercita la propria tutela sulla parte settentrionale dell’isola. La questione del gas cipriota, e delle possibili mire russe, è tornata d’attualità nel corso del negoziato con la troika sul salvataggio di Nicosia. 

La concorrenza al club di Vienna verrà anche dai nuovi produttori africani. Quattro Paesi – Nigeria, Algeria, Angola e Libia – fanno parte dell’associazione, ma gli investimenti delle major straniere hanno portato alla ribalta altre realtà del continente. Il bacino di Rovuma, a soli dieci miglia dalle coste di Tanzania e Mozambico, scoperto nel 2010, contiene un’enorme quantità di gas naturale, l’equivalente di 7,5 miliardi di barili di petrolio. Questi due Paesi dell’Africa orientale potrebbero diventare grandi esportatori di idrocarburi, soprattutto in direzione dell’Asia. Persino un Paese in default come la Somalia, dopo il ritrovamento di un giacimento nella valle di Dharoor, può guardare con maggiore ottimismo alle proprie prospettive economiche. Un futuro che si preannuncia radioso per il Ghana, nel cui Jubilee Field – frutto delle ricerche della britannica Tullow Oil, vengono estratti quotidianamente, a 37 miglia dalla costa, 70.000 barili di oro nero. Mentre il bacino gemello di Zaedyus, scoperto nel settembre 2011 sull’altra sponde dell’Atlantico, nella Guyana francese, ha portato a una serie di investimenti nel Margine Equatoriale del Sudamerica.
 

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